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13 marzo 2013

PASSAGGI

Ci sono racconti che non possiedono alcuna nostalgia, alimentati solo da una corrente a ritroso, un'inversione del vento.
Duglia nel '43, dopo l'armistizio dell'8 settembre, se ne correva al riparo nella Crista da possibili rappresaglie dei nazifascisti di passaggio ed in quella corsa c'era anche mia nonna Teresa con una "sarcina" di figli addosso, tra cui mio padre.
A lungo Duglia è rimasta polve...
rosa, fatta di pietre su un fianco in salita del fiume. Ed essa aveva un poeta che quelle pietre mangiò e le scritte di Santo sui muri inneggiavano all'Unione Sovietica, ma dietro c'era il colore di psicofarmaci del manicomio criminale di Reggio Emilia. Eppure a queste case che nella discesa sembrano spinte dalle rapide e poi si spandono nella pianura come bacino artificiale senza diga e pare che non vogliano dare niente a nessuno, lasciando alla solitudine San Benedetto, Gioia e Sant'Angelo. Dicevo, eppure a queste case ed ai pini della Crista in rassegna marziale io devo qualcosa.
Non solo l'infanzia, l'adolescenza divisa con Acri centro, ma soprattutto quell'aria onirica e di sogni senza cassetto, buttati lì in un poker a carte scoperte.
Duglia aveva un poeta e tanti ne ho scoperti nelle mie letture sulle scale di case, col sottofondo del sole nell'ombra del pomeriggio, il suono delle auto ed il fischio di richiamo tra noi amici.
Non ho nostalgia di questo. Mi sono solo soffermato a guardare uno dei luoghi della mia provenienza e, malgrado non mi parli più molto, ne guardo il silenzio di oggi, senza aspettarmi parole. Mi sono preso quelle che già mi ha dato, adesso gliene dovevo io qualcuna.
 
ANGELO SPOSATO

8 luglio 2011

FILOMENA E PASQUALUZZO


C’era una volta una passerina di nome Filomena che viveva in una gabbietta affacciata alla finestra di una casa. Un giorno svolazzando qua e là, curioso di vedere cosa ci fosse in questa casa, il passero Pasqualuzzo si fermò sul davanzale di quella finestra. E chi ti vide? Filomena nella gabbietta. Lei era molto bella e affascinante, ma la sua espressione triste colpì il buon Pasqualuzzo. Fecero amicizia, mandandosi messaggi nonostante il vetro li tenesse separati. Si innamorarono e così inizio la loro storia d’ amore. Pasqualuzzo baldanzoso tutti i giorni passava dalla finestra per vedere la sua amata Filomena e lei felice tutti i giorni lo aspettava.

Un giorno Pasqualuzzo, addirittura, trovò il modo di entrare in quella casa e così riuscì a baciare la sua ormai fidanzata. Parlavano parecchio e Filomena raccontava della sua tristezza in quella gabbietta e di non riuscire ad essere libera per volare, almeno, nelle altre stanze della casa.

Pasqualuzzo allora trovò il modo di aprire la maledetta prigione che ingabbiava la bella Filomena. Quanta felicità!

Filomena che volava libera e diceva a Pasqualuzzo che lo amava. E volavano insieme a visitare quella casa. E Filomena rimaneva stupita e felice di scoprire le altre stanze, e quella che più di tutte la appassionava era quella in cui c’erano scaffali pieni di libri. I due innamorati addirittura fecero anche l’amore proprio su uno scaffale di libri. Quanta passione! Lei che cantava “Pasqualuzzo miooo!” e lui “Filomena miaaa!”. Ma Filomena volando volando si accorse che era bello volare per casa, ma ogni tanto sbatteva al soffitto e alle pareti. E diceva a Pasqualuzzo di farsi sempre male, che c’erano sempre cose che ostacolavano il suo volo che lei sentiva libero. E lui la consolava e le diceva che la libertà si trova sempre più in là appena ne conquisti un pezzo. Filomena si arrabbiava con Pasqualuzzo perché a volte non lo capiva e addirittura lei si andava a rinchiudere da sola nella gabbietta. Ma lui andava sempre a riprenderla.

Un giorno Pasqualuzzo le spiegò meglio quello che voleva dire con le sue parole. Cioè che forse la libertà è solo una strada da percorrere. Ne fai un pezzo ma ne hai ancora. Così le indicò il luogo dove poteva essere ancora più libera ovvero uscire da dove entrava lui e trovare il fantastico cielo! Lì sì che poteva volare libera la bella Filomena. Anche qui avrebbe trovato degli ostacoli, ma il suo volo sarebbe davvero stato la cosa più vicina alla libertà. Non più soffitti, pareti, spigoli e lampadari, ma solo aria e terra e panorami su cui posarsi. E vissero volando felici e contenti nell’aria che andava verso il mare.

ANGELO SPOSATO

2 luglio 2010

IN VIA DEI VOLSCI



Era un tardo pomeriggio eolico quasi spiaggiato sulle rive del crepuscolo. San Lorenzo aveva i muri puntellati da clochard e tossici, la piazza del mercato decorata a temi punk, un boato di lsd e bamba.
Roma rientrava vestita da stadio nella domenica gonfia di clacson e sirene. Ormai da qualche giorno non sentivo più la mia ragazza, e quella telefonata, qualche ora prima, somigliava ad un’entrata in scena nell’ultimo atto. Avevamo trascorso insieme sei mesi, ci eravamo presi come un colpo di fortuna, ma non di quello che ti risolve i problemi. La sera del nostro incontro nell’aria si respirava miele e dinamite, il suo aspetto di Francia e flamenco mi prendeva alla schiena, poi, girandomi la vedevo. Le presentazioni, le sue chiacchiere con un amico comune, suo collega. Il suo accento toscano a scivolargli sulla lingua, a levigare parole e battute, a sbattere sui miei sorrisi. Le mie frasi, ad intermittenze diesel, s’infilavano nella loro conversazione di lavoro e lei, a manciate di sguardi, mi tirava dentro. Poi la cena a ristorante, io che mi distoglievo da loro, come per farmi desiderare, chiacchierando con conoscenti ed amici venditori di rose, sigarette fumate fuori e l’intenzione di far capire al mio amico di liquidarsi… sempre dopo aver pagato il conto.
Il resto è anche storia d’altri. Il sesso, la tenerezza, le stoviglie e Dostoeskij, Daniel Pennac e la tv della notte.
Quel pomeriggio non calava alcun sipario, l’ultimo atto sì, ma gli attori non smettono il loro mestiere e noi andavamo a cominciare un altrove separato.
In qualche modo ero stanco della sua spiritualità, io così fisico, io che attraversavo bottiglie di vino per arrivare alla poesia, non me ne importava nulla dell’anima e dell’omeopatia.
Mi diede appuntamento al solito suo locale di artisti e scrittori imitatori del boulevard saint-germain. Ho sempre evitato questi posti, per quanto mi è stato possibile, io scrivo poesie non per i poeti ma per chi se le va a leggere. Lei, comunque, amava quel posto, lei che vedeva l’arte solo in ciò che la rappresentava, in chi la esercitava attraverso l’estetismo anche del vestiario.
Arrivò vestita del suo solito pret-à-porter new age, ci sedemmo ed ordinò due bicchieri di vino, troppo breve il nostro addio, ordinai una bottiglia.
Incominciò a declamare la sua filastrocca di san silvestro della nostra fine storia, ad avermi creduto diverso, ritenuto un altro, ciò che prima l’affascinava di me adesso le era più chiaro e cambiava aspetto, anzi le rassomigliava a quella faccia che di me si stava creando per mollarmi alla deriva della sua vita. Io ero fatto di terra, non come lei schiuma di onde, cresta imbiancata di abissi sconosciuti. Io ero di terra e proprio in quel momento mi sembrava un’estranea e mentre il canto del vino era un effluvio inadatto a quel distacco mi rendevo conto che i poeti non sono poetici, avrei solo voluto portarmela a letto ancora una volta.
Si era costruita e decostruita una persona che per un po’ mi somigliava, o forse solo il gusto di intraprendere una poesia differente dalle litanie piene di muffa e di umidità dei suoi amici detentori d’avorio, io invece amavo gli elefanti e le loro zanne come gioielli. La bottiglia finì dai bicchieri, lei attraversò il Rubicone ed io ritornai a giocare a dadi. Lei rientrò nel suo mondo ed io ne scoprivo ancora altri in via dei volsci.


ANGELO SPOSATO

6 maggio 2009

UN RACCONTO


STORIA DEL RAGAZZINO CATTIVO.
di MARK TWAIN


C'era una volta un ragazzino cattivo che si chiamava Jim, anche se, quando ci fate caso, vi accorgerete che i ragazzini catttivi dei vostri libri della scuola domenicale si chiamano quasi sempre Jim, Giacomino. Era strano, però è proprio vero che questo qui si chiamava Jim. E non aveva nemmeno la mamma malata... una mamma malata che era devota e aveva la tisi e sarebbe stata felice di giacere nella tomba e di avere pace, se non fosse stato per il grande amore che aveva per il suo bambino e per la paura che il mondo fosse duro e freddo verso di lui, dopo che lei lo avesse lasciato. Quasi sempre, i ragazzini cattivi dei libri della domenica hanno delle mamme malate che insegnano loro a dire: "Buona notte, mio buon Gesù", e li addormentano cantando con voce dolce e lamentosa, e poi danno loro il bacio della buona notte, e poi si inginocchiano vicino al letto e piangono. Ma con questo tipo qui era tutto diverso. Si chiamava Jim, e sua madre non aveva proprio niente... né tisi, né niente del genere. Era una grassona e non era per niente devota; e poi, non stava in pena per Jim. Diceva che se si fosse rotto l'osso del collo non sarebbe stata una gran perdita. Lo mandava sempre a dormire con uno schiaffone e non gli dava mai il bacio della buona notte; al contrario, quando lui se ne andava, gli allungava uno scapaccione. Una volta, questo ragazzino cattivo rubò la chiave della dispensa e si infilò dentro e si pappò una certa marmellata e poi riempì il barattolo di catrame, perché la mamma non si accorgesse della differenza; ma all'improvviso una sensazione terribile NON si impadronì di lui e un non so che NON gli bisbigliò: "E' giusto che io disobbedisca alla mamma? Non è peccato far questo? Dove vanno i ragazzini cattivi che si ingozzano tutta la marmellata della loro buona mamma?", e allora NON si inginocchiò solo soletto, e NON promise di non essere mai più cattivo, e NON si rialzò con il cuore leggero e felice per andare a dire tutto alla mamma e a implorare il suo perdono e a riceverne la benedizione con lacrime di riconoscenza e di orgoglio negli occhi di lei. No, questa è l'usanza di tutti gli altri ragazzini cattivi dei libri; ma, strano a dirsi, con questo Jim andò in tutt'altro modo. Mangiò la marmellata e disse che era roba forte, con quel suo modo di esprimersi peccaminoso e volgare; e ci mise dentro il catrame e disse che era roba forte pure quello e rise e disse che "la vecchia si sarebbe messa a soffiare, quando lo avesse scoperto"; e quando lei lo scoprì per davvero, lui negò di saperne qualcosa, e lei lo frustò ben bene, e chi pianse fu lui. Tutto era curioso, in questo ragazzo... per lui ogni cosa andava a finire in modo diverso da quello che succede ai cattivi Giacomini dei libri. Una volta si arrampicò sul melo di mastro Acorn per rubare le mele, e il ramo NON si spezzò, e lui NON cadde e si ruppe un braccio, e NON fu sbranato dal cagnaccio del fattore, e poi NON languì in un letto di dolore per settimane e settimane, per poi pentirsi e diventare buono. Oh, no! rubò tutte le mele che volle e scese giù benissimo e si trovò prontissimo per il cane, anche, e lo mandò a gambe all'aria con un mattone, quando quello si accostò per sbranarlo. Era stranissimo... niente di simile è mai successo in quei buoni libriccini con la copertina marmorizzata e con dentro le figure di uomini con le giubbe a coda di rondine, e i cappelli a campana e i pantaloni alla zuava; e donne con la cintura del vestito sotto le braccia e senza cerchi alla sottana. Niente di simile in nessun libro della scuola domenicale.
Una volta, questo ragazzino cattivo rubò il temperino del maestro, e temendo poi di essere scoperto e frustato lo mise di nascosto nel berretto di Giorgio Wilson (il figlio della povera vedova, il ragazzo morale, il ragazzino buono del villaggio che obbediva sempre alla mamma e non diceva mai bugie e amava le sue lezioni e era infatuato della scuola domenicale). E quando il temperino cadde dal berretto e il povero Giorgio chinò la testa e arrossì, quasi riconoscendo propria la colpa, e il maestro offeso lo accusò del furto e stava proprio per prenderlo a nerbate sulle spalle tremanti, un improbabile giudice di pace coi capelli bianchi NON apparve immediatamente in mezzo a loro, per mettersi in posa e dire: "Risparmiate questo nobile ragazzo... Guardate là acquattato il colpevole! Io passavo davanti alla porta della scuola durante
la ricreazione e, non visto, ho visto commettere il furto!". E allora Jim NON le prese di santa ragione, e il venerando giudice NON lesse un'omelia alla scolaresca, e NON prese Giorgio per mano, e NON disse che un ragazzo così doveva essere esaltato, e poi NON gli disse di andare a abitare con lui e di pulire l'ufficio e accendere il fuoco e fare le commissioni e tagliare la legna e studiare legge e aiutare sua moglie nei lavori casalinghi e avere tutto il resto del tempo per giocare e essere felice e contento. No; sarebbe andata in quel modo nei libri, ma non andò in quel modo a Jim. Nessuna vecchia ostrica ficcanaso di un giudice entrò a combinare guai, e così Giorgio, il ragazzo modello, prese un sacco di botte, e Jim fu contento, perché Jim, lo sapete, odiava i ragazzi morali. Jim diceva che "ce l'aveva a morte con quelle pappemolle". Questo era il modo di esprimersi di quel ragazzo cattivo e negligente. Ma la cosa più strana che mai succedesse a Jim, fu la volta che andò in barca la domenica e NON annegò; e un'altra volta che era andato a pesca la domenica e che fu sorpreso dal temporale e NON fu colpito dal fulmine. Insomma, potete cercare e cercare, in tutti i libri della scuola domenicale, da adesso fino a quest'altro Natale, e non mai niente di simile. Oh, no; ci troverete che tutti i ragazzini cattivi che vanno in barca la domenica inevitabilmente annegano; e tutti i ragazzini cattivi che vengono sorpresi dal temporale, quando vanno a pesca la domenica, vengono inesorabilmente colpiti dal fulmine. Le barche con dentro dei ragazzini cattivi si capovolgono sempre la domenica, e c'è sempre temporale quando i ragazzini cattivi vanno a pesca nelle
feste di precetto. Come mai questo Jim se la cavasse è per me un vero mistero. Nella vita di questo Jim ci doveva essere un incantesimo... Ecco quale deve essere la ragione. Niente gli poteva far male. Diede perfino un pezzo di tabacco all'elefante del giardino zoologico, e l'elefante NON gli fece saltare via la cucuzza con un colpo di proboscide. Andò a frugare nell'armadio alla caccia di sciroppo di menta, e NON si sbagliò e NON bevve acido nitrico. Rubò il fucile del babbo e andò a caccia la domenica, e NON si portò via con un colpo tre o quattro dita. Una volta che era incavolato, colpì con un pugno la sorellina alla tempia, e lei NON giacque sofferente durante i lunghi giorni d'estate per poi morire con sulle labbra dolci parole di perdono che raddoppiavano l'angoscia del suo cuore straziato. No; lei se la cavò. Alla fine il ragazzino cattivo scappò di casa e andò al mare, e NON tornò per trovarsi triste e solo al mondo, con i suoi cari che dormivano nel tranquillo cimitero, e la casa della sua infanzia, con il pergolato sul davanti, crollata e andata in rovina. Macché; tornò a casa sbronzo come un pifferaio e per prima cosa andò all'osteria. E crebbe e si sposò e allevò una numerosa famiglia, e una notte spaccò la testa a tutti con un'accetta e diventò ricco utilizzando tutti gli imbrogli e le mascalzonate possibili e ora è il più infernale, perfido farabutto del villaggio natìo, e è rispettato da tutti, e fa parte della magistratura. E cosi, come vedete, non ci fu mai, nei libri della scuola domenicale, un cattivo Giacomino che avesse tanta fortuna come questo peccatore di un Jim dalla vita incantata.

14 aprile 2009

DA "IN NOMINE SANGUINIS"


Lastricate di cemento le strade dei sogni.‏


Stare tutto il santo giorno immobili ad aspettare impenitenti il chissà come ed il chissà che, poteva essere un’attività davvero interessante per un buddha imbronciato acciambellato nel bel mezzo d’un fottuto marciapiede, dall’acciottolato consumato dal calpestio dei piedi dell’intera città. Gli sconosciuti da tener d’occhio e accompagnare passo passo non mancano certo in una città di 70.000 abitanti o poco più. La vittima designata a muoversi ignara, col bagaglio di pensieri in testa e un incedere titubante o deciso, comunque spedito. Gli bastava puntar la propria preda, rimanendogli alle calcagna ad occhi spalancati, finché non fosse scomparsa lesta, inghiottita da un’auto, un autobus dell’amaco spa, dietro l’angolo, risucchiata in un negozio, in un portone qualsiasi. Forse nemmeno tu, esimio lettore patentato, senza che te ne sia mai accorto, sei riuscito a metterti in salvo dal suo occhio cecchino. Già t’immagino mentre ti ni va’ frustieru per le vie di cosenza. Una meta precisa. Il deambulare soprappensiero anziché no. Di prim’acchito, ad uno sguardo, attento o distratto che sia, ad aprirtisi davanti uno squarcio pressoché sincero, mentre te ne stai lì assorto ad osservarla questa città d’antenne e parabole, citofoni e condizionatori d’aria, buche d’asfaltare e transenne, sonnolenti muri scrostati. Dal colle pancrazio, il castello svevo a custodire l’intero agglomerato urbano. Il crati e il busento a racchiudere in un bozzolo incancrenito il suo centro storico. Il tanfo dei cassonetti e gli effluvi quotidiani. L’olio fritto di friggitorie, pizzerie, rosticcerie. I tavolini ancora vuoti, la fragranza innaturale dei croissant, di prima mattina, dai bar. Le marmitte delle auto e gli scarichi. Le polveri sottili di cui nemmeno sospetti l’esistenza, e di cui, in ogni caso, non te ne fregherebbe niente, preso come sei da mille incombenze, un appuntamento a minuti piuttosto che un nuovo tormento. Una città covo e rifugio. Una città decorosa, sonnacchiosa, ferocemente bruzia. Una città che ti si spalanca davanti nella sua normalità insindacabile. Un velo di belletto a bell’apposta per non tradire pudore alcuno, da non sorprenderti affatto quando a fior di labbra ti affiorano le parole: cusenza unn’è na città. È na metropoli! Una metropoli nell’anima e nel corpo, frutto di pura ed asettica immaginazione all’incarto. Uno stupido posto dove rimanersene accampati prima del requiescat in pace. Bava alla bocca, i cusintini sanno essere così smargiassi! …Che ha da invidiare cosenza a roma, milano, firenze, copenaghen? …Eccolo il chiodo fisso, la domandina perspicace, ad arrovellare all’unisono i cervelli i ri cusintini tutti, senza differenza di sesso, età, fede politica e religiosa, appetiti. Arruffate e inzuppate le penne, un posto dove pavoneggiarsi. Castelli in aria, asini in volo alla catena, l’immaginazione ingorda a riempir pancia e testa senza 1€ da sborsare. Politici megalomani, funzionari e impiegati megalomani, cittadini esemplari d’ogni età, risma e buco di culo sfrontatamente a fronte alta, con una smorfia d’abulica accettazione a sibilare: simu i cusenza! ...Chi vuliti i cchiù?
Davanti agli occhi casermoni, piazze, la linea spezzata dei tuoi passi. Il centro a deflagrare in mille rivoli, in preda ad un raptus di cementificazione biblica. La periferia, famelica, ad incunearsi. Dappertutto il tramestio di cazzuole, frettazzi e l’odore di calce, …che t’appare un gran godimento, a tia c’un fa’ nenti, stari mpisu e mpalisu o ugualmente mpalisu e mpisu, sempi ccu na cazz’i manipula m‘mani. In un fuoco di fila, centri commerciali, palazzi, asfalto,cemento. Nell’area dell’ex centrale del latte. In via panebianco, nell’area delle casermette. In via degli stadi. E chissà dove ancora. Le previsioni + o – ottimistiche a rivelare di 1.500.000 di m³ di cemento, per un totale di 70 palazzi, da costruire in 10 anni, in deroga o, a volte, in aperta violazione dello stesso piano regolatore generale e di enne varianti. Un match perso già in partenza con la rivale ed odiata rende, per il sommo affronto degli stessi cosentini, che non ci tengono affatto ad arrivare secondi, dopo rende per di più, …picchì cusenza è pur sempre capoluogo di provincia, sant’iddio! Come competere, però, con i 300 palazzi e i 6.500.000 di m³, previsti per i 20 anni a venire oltre campagnano?
…Tutta colpa dell’ascesso in suppurazione dell’unical e della vecchia idea del campus, che fin dalla sua nascita, gonfiandosi e sgonfiandosi a regola d’arte, s’era trascinata appresso l’espansione di tutto l’hinterland. Quella che doveva essere l’area urbana (castrolibero, cosenza, montalto, rende), nelle intenzioni regolarmente disattese d’una politica scientemente attendista, giorno dopo giorno, prendeva forma davanti agli occhi di tutti, a partire dall’estensione di cosenza (via panepianco, viale parco, via popilia…) in direzione nord e di castrolibero e montalto uffugo conformemente all’azione centrifuga e/o centripeta d’arcavacata. Questione di speculazione edilizia, di mero business, di mercato immobiliare e degli affitti, in ragione dell’esercito della salvezza degli studenti fuori sede, del partito del mattone saldamente accasato nei consessi comunali e chissà che cazzo altro!
E tu, esimio lettore matricolato, a far finta di niente, a sorvolare, ad ammonire: «…e chi mi ni fricari a mia? Ghiu mi fazzu i cazzi mia a ra casa mia! » Eppure, come cancellare la sensazione o l’evidenza che cusenza sia una città che non riconosci più, che ti è estranea, che semplicemente ti sfugge? Negozi e uffici come in ogni altra città, grazia a diu! Il contegno borghese, lo sfarzo, la modernità, ad ammaliarti passo passo. Una traversa più avanti, su per il corso, un isolato, un vicolo, uno spiazzo e la città a farsi ostile ed inospitale, a catapultarti nel degrado e nell’abiezione più totale. Ti guardi indietro. Affretti il passo. Cerchi il portafoglio. Il telefonino nokia n 80 in tasca. Tutto sotto controllo. Una sensazione che non si rimargina, una stupida sensazione da scacciare, niente più. Provi a canticchiare: com’è bella la città \com’è grande la città \com’è viva la città \com’è allegra la città. Le parole a suonarti sorde e di cantare non ne hai neanche voglia. Tu l’attraversi, la tua benamata città, ma essa non t’appartiene già più. Non ne fai più parte. L’impressione di non viverci nemmeno. Cosenza la città dei rudi bruzi. Cosenza sede d’accademia e città natale di bernardino telesio, “primo degli uomini nuovi”. Cosenza come atene. Cosenza città europea. Cosenza città cablata. Piena di strade e di negozi \e di vetrine piene di luce \con tanta gente che lavora \con tanta gente che produce. Di soprassalto ne avverti al dunque il tanfo: di cancrena, marcio, zuccherosa corruzione. …È la tua sporca città; cristo! Qualcosa di nascosto e ben camuffato, che ti si svela nella sua irrisolta, arrogante indifferenza, tacito assentire. La vita scorre altrove, a pensare. Una sensazione palpabile. Una palla al piede. Scruti i manifesti. Guardi le vetrine. Indaghi i passanti. Il cielo. La linea dell’orizzonte. La vita scorre altrove, da non averne alcun dubbio!
Te né stai lì meditabondo, consapevole di come nella tua vita supergulp, gli u2, x-files, luigi pintor, slavoj žižek o john cheever… siano stati mille volte più importanti dei bruzi, di alarico, federico II° di svevia, bernardino telesio, dei fratelli bandiera, delle canzoni di mario gualtieri. Non t’importa che ti si rammentino le origini e le generalità di purosangue doc: …in questa città certo che ci sei nato, crist’iddio! …Cielu pani pani, un chiova goi …ca chiova dumani. Non t’importa di come amici e consanguinei, con un piega di bieca commiserazione, si diano da fare per ricordarti che sei fra i tuoi affetti più cari e le cose più amate. …Avanti a chjazza un gapiriri saccu. …S’u sani tria si sari a via via. Non te frega niente. Più niente. Nelle orecchie l’odioso strascico d’un supplizio: buonanotte, buonanotte cosenza, /questa sera canto a te la serenata, /il mio canto ed il mio tormento d’un sogno d’amor.
Cusenza unn’è na città. È na metropoli! O forse solo un bluff. Una città lo è pur stata, e un giorno, forse, di nuovo lo sarà, ma nel frattempo è un’accozzaglia di vicoli e palazzi e anonime esistenze allo sbando. Un colabrodo di sensi e senso, un inferno, uno stupido posto in cui agonizzare. Una città insaziabile e informe. Una città che, a partire dal secondo dopoguerra, s’è allargata e dilatata insaziabile, cancellando distanze e valicando limiti, in un susseguirsi strenuo di lassez faire, illegalità e pianificazione sconfessata. I segnali d’un boom edilizio senz’intoppi a palesarsi ovunque, senza difficoltà alcuna. Opere pubbliche e edilizia privata, in una morsa inestricabile, ad assediare l’intera cinta urbana. Negli anni, nemmeno un mattone a trovar posto senza il beneplacito di mamma ‘ndrangheta. Le ditte di fuori, per pagarsi la tranquillità, un tempo preventivavano addirittura un 2% in più. L’assessore di turno o chi per lui, a chiudere un occhio o tutt’e due. L’intero hinterland una macchia indefinitamente in espansione. Castrolibero e rende incollate al culo. La città del crati come imperativo o semplice dato di fatto. Alla confluenza di due fiumi, a cavallo tra due mari, cosenza ed i suoi sette colli in un aritmetica elementare di storia all’incanto.
Cosenza non è reggio, cosenza è diversa. Ne sei convinto da sempre. La mafia a cosenza mancu ppi ru cazzu. Solo sprovveduti ed ignoranti malavitosi, capaci di fottersi qualche auto, rapinare una banca, depredare un portavalori, svaligiare una gioielleria. I cosentini, ben volentieri, si consolano all’idea che la mafia non abbia nulla a che spartire con la loro città. E così la pensavi pure tu, esimio lettore matricolato, pure negli anni ’80, quando i boss portavano a compimento agguati in ogni angolo dell’area urbana. Sparando in mezzo alla folla. Assaltando i negozi all’ora di punta. In un crescendo incontenibile di rapine, estorsioni, regolamenti di conti, vittime eccellenti. Crimini e violenza, ben presto, a rivelarsi come la via maestra per raggiungere u buonu-stari, come strumenti regolatori della convivenza civile. L’omicidio la soluzione per regolare i rapporti di forza fra le cosche, così da scatenare nell’intera provincia una genuina mattanza. Senza che mai ti sia chiesto, peraltro, come fosse avvenuta la mutazione d’irrilevanti bande di quartiere in vere e proprie organizzazioni criminali in grado di controllare appalti e consensi elettorali, trascurando, altresì, l’indubbia complicità e il beneplacito dell’intera città. Ti è sempre e solo importato di non trovarti tirato in mezzo e basta. Come quella volta. In piena estate. Nemmeno tanto tempo fa, in fondo.
Il traffico era quello dei giorni feriali. Il caldo a farsi dannatamente sentire per via del “mal d’aria” che soffoca da sempre la città. Alla fermata del semaforo, lungo via sergio cosmai, gli automobilisti sacramentavano aspettando che scattasse il verde: che era già mezzogiorno passato, madonna santa! Un tale, con un paio di baffi birichini ed una faccia assennata, alla guida d’una sfigatissima fiat panda, neanche ascoltava la radio che strombazzava a palla: …adduvi t’ha muzzicatu bella la tarantula… Il finestrino aperto, la musica rimbombava finanche nei tuoi timpani. Te ne stavi fermo a quel semaforo, alla guida d’una fiammante decappottabile, appena uscita dalla vicina concessionaria alfa romeo. Quella lagna a non sopportarla già più, allorquando, due centauri, perfettamente agghindati con caschi e livree da motociclisti ferrati, su una moto enduro, ad avvicinarsi decisi. E tu, perentoriamente, a chiederti come cristo facessero a sopportare quella mise con quel caldo della malora! Quindi di scatto, la moto, ad affiancarsi alla tua dueposti, rischiando per di più di rovinarti la carrozzeria. In un baleno l’insofferenza a farsi panico. Dei colpi di pistola… Dei veri colpi di pistola, misericordia del cielo! Quantunque la decappottabile l’hai venduta da un paio d’anni perlomeno, da non capacitartene ancora. Raggiunto da un colpo o due, il tale, al volante della sua ridicola panda, ancora in grado d’intendere come fosse meglio per lui cercare una qualsiasi via di fuga, tentò il tutto per tutto schiacciando a fondo sull’acceleratore. Tu a rimaneri i panticu. Tutti gli altri fermi al semaforo, dove non c’era più un lavavetri a volerlo cercare con il lanternino, a rimanere paralizzati dal terrore e a non sapere come cristo sbrogliarsela: se svignarsela o… Pesce fuor d’acqua, qualcuno a guardarsi attorno alla ricerca disperata d’un telecomando per cambiare canale, per cancellare tutto, giocando con i tasti: ◄◄ (REVIEW), ►►(CUE), █ █ PAUSE, ██ STOP, PLAY„ Altri a scivolare sotto il sedile. Nessuno ad azzardarsi ad intervenire. Del resto, che cazzo si poteva fare? La corsa verso la salvezza della fiat panda, fatalmente, a bloccarsi contro un cassonetto. La moto a fiondarglisi addosso: il killer aveva fretta di finire il lavoro. Un sospiro di sollievo a sfuggirti anzitempo. Non avvertivi più il fiato addosso del ribaldo pistolero, immobile com’eri nella dueposti. La pistola calibro 9 per 21 non fallì. …E come cazzo poteva fallire da quella distanza? Un proiettile alla testa. Un no di terrore, afono, a strozzartisi in gola. …Merda! Come se non fosse bastato, te l’eri fatta pure addosso! La moto ad eclissarsi. Gli automobilisti a farsi il segno della croce, senza neanche domandarsi se credere ancora in dio oppure no. Tutto finito. Il verde poteva finalmente scattare. Intanto la radio imperterrita continuava: …adduvi t’ha muzzicatu bella la tarantula…


ROSARIO LOMBARDO

1 aprile 2009

DA "I LOVE YOU UN CORNO"


COME UN DISPERATO EROTICO STOMP


Dei compagni del liceo aveva preferito sbarazzarsene all’indomani d’una maturità di metà luglio d’un anno imprecisato, per via del cinismo che aveva imparato a nutrire per puro spirito d’adattamento, per la difficoltà a legarsi al di fuori d’un interesse contingente. …Insopportabili fin dal primo momento quegli stronzetti della malora! Confinati nel pollaio germ-free alla periferia del paese per scongiurare la peste, le malattie veneree e le cattive compagnie, nel rispetto delle meticolose disposizioni d’apprensivi e seccanti genitori, troppo orgogliosi dell’integrità psicofisica dei loro poveri figli idioti. Disperava d’uscirne vivo da quell’ex mobilificio del cavolo! Voleva difendersela a denti stretti la sua incontaminata ed innocua lucidità. Sputare in faccia al mondo la candida gioia di vivere appesa alla forca dei suoi 14, 15 anni.
La smorfiosetta del terzo ci stava con tutti, ma lo scemo se l’era presa la cotta per la cocca. «…Dì un po’, te la sei fatta la virgantina?» Qualche canna nei gabinetti a non cambiargliela la vita. «I love you.» «I love you.» «Hei! …Hei! Mio povero cretino: una canna, un succhiotto, una palpatina?» A filoca il suo maledetto inglese lo masticava alla perfezione.
Sua madre a contrariarlo: «tu, a ssu munnu, cci si nati ppi dogli i trippa. Si pazzu e pure a mia mi vu fari impazziri. Su, alzati! …Chè è già tardi e perdi il pullman pure stamattina.» C’era pure riuscito ad essere il primo della classe, senza eccessivi sforzi, senza vergognarsene. I compagni a ripetergli: primo a scuola, ultimo nella vita. «Dimmelo, dimmelo cchi m’haju sùsiri a fari?»
L’acne. L’uso maldestro del rasoio. Aspettava di viversela la vita, di trangugiarsela. Alla ricerca d’una dimensione spazio temporale dove agire, sorreggersi, scomparire. Altri affetti. Altra scuola. Altri dinieghi. «Sai, sai che ho conosciuto una ragazza, mon ami, che invece della vagina tra le cosce incastonata, aveva una fornace? Bastava che t’accomodassi con il pistolino e …plaffete! Giusto in tempo ad accorgermene, mon ami.» Niente di più facile che aspettare, giocando a nascondino. La presa in giro. La parodia della trasgressione in piena regola. Del-ta-9-te-tra-id-ro-can-na-bi-no-lo e fica fresca: bingo! Sex, drugs, rock & roll o il periglioso amor. Sballo, sballo, sballo da capogiro, una sega! Il tête-à-tête con la libertà, check to check. Una boccata d’ossigeno per la mente. …Take your time. …Live your life! I love you, un corno! Intanto la vita a dileguarsi dietro il solletico di sogni ed esitazioni, mostrandogli lo sberleffo della sua fica vogliosa a filarsela.
La vecchia gallina, l’infuriato galletto o l’immancabile pennuto di stazza acconcia e qualsivoglia razza, l’impassibile mammina l’afferrava per le zampe. Rapido, il piede a bloccarle a terra. La lama sul collo teso. Il pennuto a stripitijari. Il sangue a sprizzare via. Le ali a vuoto sbatacchiando. La mammina ad ammonire: giugannì, un ti na di rispiàciri, biell’i mamma! Sinnò, u galluzzu, un mora mai.
«…Giugannino? Giugannino sì che se la caverà nella vita. Tutte le carte in regola per cavarsela.»
Le consuete paternali, i soliti rimproveri, le abituali recriminazioni: «hei! …Hei, voi! Voi buona a nulla e lavativi… Sì! Voi spendaccioni e spudorati, voi scansafatiche, fottetevi gli ideali ed il vostro beato buco del culo! Sbuffate, sbraitate, impasticcatevi pure, fatevela la vostra rivoluzione bla bla bla e saccoccia in spalle, la mistica rivoluzione e l’apologia della rivoluzione, ma in buon ordine, per carità. Mica vorrete aggredirlo a morsi, divorarvelo il mondo, scoparvelo dietro e davanti il mondo, strappargli il frenulo prepuziale ed ingoiarvelo il glande del mondo, leccargliela la fica al mondo… Ve n’accorgerete miscredenti impertinenti. Mica si può cambiarlo dall’oggi al domani, il mondo! …Beata gioventù! ...Beata ingenuità! Tutta la vita per accorgervene.»
A ri stari cu ri pieri n’terra, senza requie, a suggerirgli.
Le quattro zampe in un cappio solo. La presa sicura e forte a sgozzarli. Un taglio: identico scuoiare per capretti ed agnelli. Roba per competenti. Roba da uomini fatti. Il coltello ad arrestare il belato incessante, che t’entrava nelle orecchie e non se ne voleva uscire più. «Giugannì vieni cca, biell’i papà! Vienimi aiuta. » La mano salda a denudare i corpi. Le dita giudiziose ad aprirsi il varco. Tenera, la carne a palpitare. L’odore a saturare le narici. …Spellati finalmente.
Meno male che c’era la musica a scaldargli il cuore e a salvargli il culo! Electric ladyland sul giradischi. Still raining, still dreaming House burning down All along the watchtower Voodoo child (slight return) ...il volume a riempire la stanza. La testa a scoppiare. Le casse in epilittica estasi. Tutto dentro a scoppiare. I need a man to love Summertime Piece of my heart… I timpani ad inebriarsi. Janis che se n’andò all’inferno il 4 ottobre del ‘70, nella stanza 105 dell’hotel landmark di hollywood, due settimane dopo jimi. La sua voce così rabbiosa, disinibita, convulsa, viscerale, a squassare. Quasi volesse viversela tutta d’un fiato la vita, quasi presagisse la fine. “Cantare è come scopare. E scopare è essere liberi. …Ullallà! Esaustivo il verdetto del coroner: morte accidentale causata dalla straordinaria purezza dell’eroina.
Ben tese le corde, il peso e l’impeto di gambe e braccia ad accalcarsi. L’acqua sul fuoco a sobbollire. Sfavillanti i sorrisi. I coltelli made in germany. «Quannu nu curtiellu venari i ra germania è tutta un’altra cosa. Atri ca chiri c’accatti a ra putiga, c’un tagliani nemmeni l’acqua chiuvara!» La nazionale senza filtro tra le labbra, lo zietto, beccaio, norcino, macellaio, ad avvicinarsi alla violacea e sussultante gola. La lama per intero nella mollezza della strozza, in una iugulazione poco attenta. «…A ra saluta i ru patrunu! » Il maiale a grugnire, scalciare, ansare. Il sangue, per l’aria insufflata, a guizzare furente, caldo, dappertutto. «…E ra maronna, haju fricatu proprio a cannella i ri purmuna!» La mammina intrepida, bacinella e mestolo di legno, a raccogliere i fiotti, mancando il bersaglio, imbrattandosi tutta. «Guardala! Assimijari na jocca. Lucì, ghiesci i lluochi, ca ti cumbini na maronna!» La bestia a spirare con spropositata lentezza. L’acqua bollente direttamente nel meato auricolare, per accertarne la morte. «Giugannì, biell’i mamma, un ti nna ddi rispiàciri, t’haju rittu! …Vatinni, vatinni ghintra! Fammi u santu piaciru!» L’acqua a trascinarsi via le setole ed il sangue a grumi a silica appinnini.
«…Giugannino? Giugannino sì che diventerà qualcuno. …Da scommetterci un occhio della testa.»
Improbabile audacia o solo ferrea determinazione, ben attento a scongiurare l’azzardo di camminare su ogni mattonella, aveva preso l’abitudine di passeggiare avanti indietro nell’androne della scuola, evitando diligentemente quelle che, ad un calcolo approssimativo o preciso che fosse, corrispondessero ad un numero pari. Aveva imparato più da quello stupido gioco che da tutte le ore di filosofia del triennio, ma ciò faceva fatica ad ammetterlo a sé stesso, dacché gli studi universitari in filosofia se l’era sorbiti come un’antitetanica indolore dopo l’escoriazione d’un arnese arrugginito. Giovanni scoto eriugena a suggerirgli: …nemo intrat in caelum nisi per philosophiam! Il walkman sony incollato all’orecchio. The futures so bright I gotta wear shades dei timbuk3 o qualche altra mania delle sue. Ogni volta l’irrequietezza d’uno stupido gioco fallito, la disillusione di non aver catturato nessuno sguardo, l’impressione di non creare nessun imbarazzo, la certezza d’un bel vaffanculo al suo barboso narcisismo. C’era d’aspettarselo da quegli stronzetti che volevano dargli a bere la bella favoletta: non scholae, sed vitae discimus. …Marameo! Marameo! Uno sberleffo valeva l’altro. Assente tra gli assenti. A farsi da parte. A schernirsi. Non gli restava che rinfrancarsi e fare ingordigia di luoghi comuni. ...Sì, se il futuro è accecante meglio mettere gli occhiali da sole, …decisamente! Tutti i suoi sberleffi non sarebbero serviti a niente. U càriri fa mparari u sùsiri: avrebbero continuato a dirgli finché non fosse crepato. …Cristo, quegli stronzetti!
A maria, d’altronde, non ci pensava più. Sganciato dalla presa come un peso morto. Maria, la dolce maria, la fatina cinciallegra, la gallinella faraona, la viola mammola, la silfide morettina, la rosa tutta spine. Un colpo di testa che l’aveva irritato e stupito in egual modo, per una risolutezza che non le riconosceva. Amore a scadenza limitata, per non appesantirsi il fegato. Ppi ru scuornu s’era rifugiato nello stordimento delle parole, buttando giù dei versi per quell’amore finito a puttane!



Gutta cavat lapidem
Versi dappoco
Menstrui di ricordi consunti
Appariscenti
Cangianti
Aggocciolati sillaba a sillaba
Arpionati a corda tesa
Dilapidati come acqua a catinelle
A questuare sguardi fuggenti
Nei barbagli delle pagine soffocati
A stordire tachicardiche attese
Che il riale dell’inedia storna

Ed il diniego imperterrito ad atterrire
.



Le rime baciate, il sonetto all’amore perduto, la toilette dell’anima! Giacomino aveva accompagnato ogni minuto della sua esistenza di giovincello per nulla smaliziato. «…Sai, mon ami, sai che ci sono delle pupattole che, nel momento preciso dell’orgasmo, si mettono lì a svenire? Proprio sul più bello, mon ami.» I versi di giacomino affascinavano ed impietosivano il cuore delle pupattole. Aveva deciso di battezzarselo così il gingillo? «S’accomodi, signorina! Le presento giacomino. Sock it to me… Sull’attenti 15 cm giusti giusti.» Un invito allettante per le pupattole.
…All’anima del poeta! …All’anima della poesia!


ROSARIO LOMBARDO

26 marzo 2009

IL SOLE DEL MATTINO


Finestra spalancata, il sole inondava la stanza della luce sfrontata del mattino. Mia madre se ne stava a sprimacciare materassi e cuscini e a lustrare tutto di gran lena. Sul viso lo sguardo di sposa felice ed una ruga sconosciuta. Io, a bocca chiusa, per la cocciutaggine di non voler mostrare i denti mancanti. …Santa pillonia mia,/ te’ u viecchju e dammi u nuovu,/ fortu cumu nu chiuovu/ e jancu cumu na corchja i guovu. Nelle gambe un’ebbrezza bambina, a strappar gerani dai vasi, a far fracasso. Per noia, semplicemente per dispetto. Ogni cosa mi vinia ‘nzustu, a quell’età. Mia madre a perdere la pazienza ed a sbraitare: «ha’ finitu ccu ssa mmugghina? Stasira quanni si ricoglia patritta facimi i cunti!»
In un cantuccio la radio. Rigorosamente spenta. Come in castigo. Solo mio padre, di tanto in tanto, l’accendeva. Come per farla tornare a rivivere. Mia madre spolverava la gondola, con il suo bel gondoliere in miniatura, che poco tempo prima aveva assurdamente spostato dal televisore sopra la radio. La tivù l’aveva avuta vinta.
Preso per mano da nuova curiosità io sollevavo il coperchio, quasi volessi scoprire il tesoro che nascondeva quella benedetta radio magnadyne md 6142. Mia madre a dirmi di non toccarla nemmeno e d’andare fuori a giocare piuttosto. Io a farle il muso e lei a sorridermi con malcelata premura. I miei occhi a sfiorarla con una malizia nuova, d’adulto. Il suo vestito a fiori. I capelli raccolti a crocchia. I suoi trent’anni.
Sul finire dell’anno scolastico, il mio compagno di classe mimmo a chiedermi: «ma tu, ce l’hai la radio?» Io a rispondere piccato che certo che ce l’avevo madoninna santa! Tacevo il fatto che quella radio avesse pure un giradischi e che, di nascosto e dopo ripetuti tentativi, ero riuscito pure a farlo funzionare. L’ascolto integrale d’una truculenta storia su un vecchio 45 giri sette stelle, la triste fine di una bimba di giuseppe ricotta, a dissuadermi da ulteriori maneggiamenti. Lo scricchiolio del vinile ad accompagnarsi all’apprensione risvegliata da quella voce colpevole, nella nitida percezione d’un inspiegabile e morboso assassinio.
Non ricordo con precisione quando superai quei miei timori. Mimmo, il mio compagno di classe, m’aveva raccontato che su in paese avevano messo su una stazione radio e che trasmetteva già da un bel po’ canzoni e tutto il resto. Una radio “libera” insomma. Una libertà, al giorno d’oggi, miseramente disertata. Io accendevo la radio, giocando con la banda effemme, ma non capivo. Il mio sguardo disegnava dei colori riarsi di terra bruzia la linea dell’orizzonte. Le trebbiatrici e i campi di grano. Gli ulivi ritorti e fronzuti. Il sole ad incendiare le vigne. Le cicale a stordire. Di là dalle colline, stravaccato e fiacco, il paese. Ed io incredulo a chiedermi come diavolo facessero tutti quei suoni ad uscir fuori dall’altoparlante gracchiante del mio vecchio macinino.
Da lì a qualche giorno incominciai a tormentare mia madre con l’insistente richiesta d’una nuova radio. Magari con il registratore a cassette, le dicevo. Passò del tempo prima che quella richiesta fosse accolta. Era di nuovo estate quando finalmente arrivò. Un regalo per la promozione acciuffata, forse. Tutta l’estate non me ne staccai. Tra i rami panciuti e goffi del fico davanti casa il frinire delle cicale ad eclissarsi. “Che calore che calore/ comme coce ‘o sole”, cantava un bluesman dal dna spiccatamente napoletano. Accendevo la radio e l’altalena dei miei sogni mi faceva già grande. In un battito d‘ali avevo trent’anni. Mia madre a sbuffare e rimproverarmi che non mi avrebbe comprato più le pile. Io a non sentirla nemmeno. Bastava che alzassi il volume e cancellavo ogni rampogna. La curiosità divorava famelica ogni briciola di noia. La fuori c’era un mondo che si raccontava.
Tutti i santi giorni di quell’estate a giocare con la magia di quei tasti: (REVIEW), (CUE), PLAY , REC, PAUSE, STOP. La prima canzone che registrai, maledicendo quel cretino di conduttore che ci aveva parlato sopra, fu “because the night” di patti smith o almeno così, col senno di poi, mi piace credere.

Rosario Lombardo

24 marzo 2009

SHORT STORIES


SHORT STORIES
UNA NUOVA ETICHETTA
DEL BLOG
SE NE AVETE MANDATENE


L’inferno… i tropici sulle mappe celesti. Bevevo una birra ed avevo visioni di carte spoglie di ogni segno, del mio destino diretto ad un gioco da inventare, planavo in amore, perivo nel mare ma poi con lo scroscio nuotando riprendevo la voce. “Aiuto!”.
La cameriera otturò il tubo catodico e le schermate oscene cessarono di colpo.
“Posso portarlo via?”
“Cosa?”
“Il bicchiere!”
“Sì”.
Nervosamente lo tirò via ed andò… intanto la lodai per il suo sedere perché tanto sarebbe ripassata e le avrei chiesto quale fosse il suo prossimo letto e se il suo prossimo amore fosse stato sbronzo come l’acqua o ubriaco in modo sincero come lo ero io.
Il mattino dopo andai a comprare il giornale perché ero stanco di maledire i santi del calendario. Ma a cosa serviva pensare a quella inutilità, a quella inconsistenza di carta stampata, di righe male tracciate. Ero da poco tornato da Guidàl e mentre viaggiavo mi lasciavo dietro le immagini consuete di me delirate sull’asfalto ed i paesaggi più vicini ai vetri dell’autobus si sfuocavano nella velocità, intanto i panorami a distanza rimanevano fissi e sui loro contorni balbettava una pioggia inadeguata come se li volesse smuovere. L’autobus rombava e la radio accesa diffondeva una nenia di informazioni stradali con una voce mattutina mozzata dalle gallerie. Io me ne stavo al mio posto a divorare un pianto, mentre i pezzi di quella mia vita passata s’infrangevano contro le ruote delle macchine che velocemente sopraggiungevano. Parlai un attimo con qualcuno e l’aprire bocca mi sciolse le labbra ed iniziai ad assaporare la sigaretta che presto avrei fumato all’autogrill e con l’aria condizionata mi massaggiai gli occhi.
La morte del caso, della sorpresa fu il richiamo alla noia più fatale.
L’uomo pazzo spinse la sua barca tra le onde ed a nuoto la volle raggiungere. Misteri dello stress.
Alla sera dovevo andare a lavorare, mi serviva un’idea per dopo. Le proposte di Roby per il night e gli spogliarelli di una certa Valentine Demì non suscitavano l’interesse dovuto.
Ma ancora era mattino, seconda colazione al bar e giornale sportivo. Calcio-mercato, mercato-stronzate.
Mi ricordo spesso di quell’altro uomo seduto sulla sedia, che per pigrizia o per sfida non si volle più alzare. Alla fine morì paralizzato.
Questi furono pensieri del mattino, oltraggio alla freschezza mentale, alla barba appena rasata, all’eccitazione sotto le lenzuola.
Che esistere! Talvolta me lo chiedo!
Osservai i cani incatenati ai pisciasotto loro padroni e sorrisi… Meditai ancora sul da farsi nella giornata, ripescai l’odore dei “Fleurs du Mal” attraverso le narici mentali ed andai per la via ad inseguire l’esito di un’idea da trovare. M’ interrogai perché, ad un tratto, tutti i miei eccessi si ritirarono come bacini d’acqua durante le secche, anche se il mio clima è nordico, semmai burrasche ed alluvioni possono sconvolgerlo.
Più di tutto pensai quale fu il mio limite e come ogni cosa, razionalmente, abbia un confine che rimanda indietro. L’eccesso ha i suoi limiti. L’eccesso è un fiume che ingoia e sequestra vite, s’ingrossa e fluisce irrefrenabilmente e poi giunto allo straripamento si ritira lasciando nuove sponde desolate da relitti.
Io giunsi ad un incompreso limite, per questo mi chiesi se ce ne fosse uno.
Non tollero nulla se non il caos non tollero le pantofole non tollero gli orari fissi non tollero che ci sia un orologio che ricami il mio tempo.
Preferii dirigermi a casa di un mio amico. Egli comprendeva l’essere meglio di me o, forse, soltanto si poneva meno domande e per strada badava ai cazzi suoi.
Il campanello suonava tagliente ma non apriva. Non c’era?!
Tornai indietro e qualcosa mi prese alla schiena… il ricordo del nostro incontro, quando la dissolvenza annientò le traiettorie ed il mattino balzò come un carnevale. E quale ospite nell’inferno m’avrebbe annaffiato i piedi se non lui, amico col cognome dimenticato all’anagrafe! Noi precisavamo sempre che con un coltello da cucina non si è assassini ma solo matti per la pensione. Io, spesso, mi arrovellavo con la rima di sentimento e tormento che mi causava aurore di ghiaccio nel mio levante e sempre mi ripeteva che i libri erano la corsa più inutile per arrivare a niente, ma io continuavo a correre. Tornando indietro mi fermai a comprare le sigarette e camminai dritto ascoltando le signore e le urla dei ragazzini, le radio dei piani bassi, seguendo le parate nei mercati. Giunsi all’incrocio per casa mia, fermo, al semaforo, in attesa del via libera ebbi un frastuono negli occhi… mi vidi cadavere attento, sublime il mio sguardo di celeste morto. Coraggioso sul fronte e poi sportelli di eroi, file, storie di amanti e di clacson in mezzo al traffico, venditori ambulanti venditori di ambulanze. Storie di gare e di fuggiaschi al semaforo, verde poi rosso, bambini in auto educati allo stop.
Attraversai in bilico. Porta di casa. Ora di pranzo. Riflessioni gastronomiche. L’idea esisteva ma non era presente.
Non furono giorni buoni per me, il soggiorno a Guidàl non mi procurò nulla, soltanto il collasso del mio passato.
Avevo bisogno di inventare e soprattutto di improvvisare, volevo girare il vento per dare una nuova rotta alla mia deriva. Dovevo abbandonare quella noiosa ragione, torpore d’anatra. Non volevo credere di essermi reincarnato, senza morte fisica, in qualcun altro. Mangiai, presi la roba da lavoro ed uscii correndo, allontanandomi dall’odio su quelle mura di casa. Vagai un po’ per la città, mi fermai in una libreria per scroccare poesie da leggere da qualche libro già aperto. Lessi Dylan Thomas e mi ritornò la cirrosi, fu una catarsi, sbocciai sotto l’occhio delle commesse con la stessa estasi dell’alba. Mi centrarono visioni e versi, frecciate ostili alla morte, benefiche di sconvolgimenti tettonici sui miei continenti. Volevo capovolgere il mondo anche solo per vedere le mutande di tutte le donne che indossavano la gonna.
Uscito dalla libreria presi un autobus ripieno di turisti ed altra gente. Una signora, polacca credo, in italiano decente e un accento bagnato di vodka mi si avvicinò:
“Mi sa dire dove bisogna scendere per il Vittoriano?”
“Dove scendo io, signora.”
Si rivolse al resto della comitiva comunicando la mia risposta, suppongo.
Io non avevo direzione, non mi dirigevo in quel posto. L’autobus aprì le porte alla fermata richiesta, scesi e dietro di me tutta la stirpe turistica presente sul bus.
Ed ecco, tutti meravigliati dall’imponenza di quella schifezza neoclassica che dovrebbe rappresentare una patria di convenienza. Stupiti, acerbi probabilmente di quelle visioni enormi, applaudirono la loro guida per avergli svelato tale bellezza. Quale bellezza?
Una volta mi ubriacai in una bettola di quella zona, uscito di là insieme ad un mio amico, barcollando per i vicoli sbucammo sulla piazza, mi sentii male, lo stomaco si capovolse e di fronte a quella sorta di tomba gigante fui stimolato a vomitare. Misteri della patria!
Poveri turisti, si affidano all’oblio incantatore delle vie del centro. Il pomeriggio si dileguò fino al primo accenno di sera e la sua scia immaginaria mi condusse al lavoro.
Incontrare Marcel, Roby, Oliver mi dava sollievo. Lavorare e poter scherzare, discutere e ricordare era la pace più accettabile per me. Roby se ne uscì con una delle sue battute, su come fu costretto a rifiutare la parte di protagonista in un film di Scorsese.
Il gioco con una realtà desiderata sembrava l’unico modo per ammutinarsi ed evadere da quella irreale routine di ore che trascorrevano tra piatti, bicchieri, pizze e fritture. Talvolta, mi soffermavo sulla sincera angoscia di Marcel, mestierante eccellente nel suo campo (di farina), che versava sangue nell’impasto, pregando il cuore di pomparne altro. La serata proseguì tra soliti clienti, belle ragazze e vecchietti tramortiti dal vino. E corse, scivolò il tempo fino alla nostra cena tardiva, fino a levare le sedie sui tavoli, a spazzare, a lavare con lo straccio. Appena terminato ogni gesto appartenente a quella costrizione, nonostante l’ora penetrata nella notte, sembrò giorno, la strada affollata di auto e venne voglia di baldoria, di donne, di birra in qualche buco dove infilarsi come posto sicuro lontano dal giorno dopo già uguale a quello ucciso abbassando la serranda della pizzeria, restando in equilibrio tra la morte e l’estasi discutendo di rapine fantomatiche e di bravate.
Conobbi un tipo, una volta, che mi parlò di situazioni pericolose in un linguaggio pazzesco. Egli mi condusse alla comprensione di una cosa. Ognuno nella sua diversità vive una normale esistenza ed un matto può dire alla folla di essere impazzita!
Proseguendo la nottata, andammo tutti insieme in giro con l’auto disperdendoci per la città. La notte m’inondò gli occhi di paesaggi lunari, di lampioni, inchiostro, vino e sulla schiena un paracadute per altezze minime. Che posto! Un universo delimitato da uno stradone circolare. Un porto marittimo su sette colli, navi alla stazione!
Questa città malgrado abbia il grugno fascista rimane sempre una donna di provincia. Fianchi larghi, tette grosse e mani nel Tevere a sciacquare non i panni ma l’affanno. La gente di queste parti ha l’abitudine di copiare il vicino, senza rendersi conto che se egli cade si porta dietro tutto il condominio! Ma Roma è solo la periferia del Vaticano, s’attacca alle vesti del papa e piange, compone litanie in un indecifrabile “lagnesco”. Si spezzò la visione e la strada diventò di porpora, strascico regale di sposa da latte. Vacca.


ANGELO SPOSATO,
ROMA 2000