
Lastricate di cemento le strade dei sogni.
Stare tutto il santo giorno immobili ad aspettare impenitenti il chissà come ed il chissà che, poteva essere un’attività davvero interessante per un buddha imbronciato acciambellato nel bel mezzo d’un fottuto marciapiede, dall’acciottolato consumato dal calpestio dei piedi dell’intera città. Gli sconosciuti da tener d’occhio e accompagnare passo passo non mancano certo in una città di 70.000 abitanti o poco più. La vittima designata a muoversi ignara, col bagaglio di pensieri in testa e un incedere titubante o deciso, comunque spedito. Gli bastava puntar la propria preda, rimanendogli alle calcagna ad occhi spalancati, finché non fosse scomparsa lesta, inghiottita da un’auto, un autobus dell’amaco spa, dietro l’angolo, risucchiata in un negozio, in un portone qualsiasi. Forse nemmeno tu, esimio lettore patentato, senza che te ne sia mai accorto, sei riuscito a metterti in salvo dal suo occhio cecchino. Già t’immagino mentre ti ni va’ frustieru per le vie di cosenza. Una meta precisa. Il deambulare soprappensiero anziché no. Di prim’acchito, ad uno sguardo, attento o distratto che sia, ad aprirtisi davanti uno squarcio pressoché sincero, mentre te ne stai lì assorto ad osservarla questa città d’antenne e parabole, citofoni e condizionatori d’aria, buche d’asfaltare e transenne, sonnolenti muri scrostati. Dal colle pancrazio, il castello svevo a custodire l’intero agglomerato urbano. Il crati e il busento a racchiudere in un bozzolo incancrenito il suo centro storico. Il tanfo dei cassonetti e gli effluvi quotidiani. L’olio fritto di friggitorie, pizzerie, rosticcerie. I tavolini ancora vuoti, la fragranza innaturale dei croissant, di prima mattina, dai bar. Le marmitte delle auto e gli scarichi. Le polveri sottili di cui nemmeno sospetti l’esistenza, e di cui, in ogni caso, non te ne fregherebbe niente, preso come sei da mille incombenze, un appuntamento a minuti piuttosto che un nuovo tormento. Una città covo e rifugio. Una città decorosa, sonnacchiosa, ferocemente bruzia. Una città che ti si spalanca davanti nella sua normalità insindacabile. Un velo di belletto a bell’apposta per non tradire pudore alcuno, da non sorprenderti affatto quando a fior di labbra ti affiorano le parole: cusenza unn’è na città. È na metropoli! Una metropoli nell’anima e nel corpo, frutto di pura ed asettica immaginazione all’incarto. Uno stupido posto dove rimanersene accampati prima del requiescat in pace. Bava alla bocca, i cusintini sanno essere così smargiassi! …Che ha da invidiare cosenza a roma, milano, firenze, copenaghen? …Eccolo il chiodo fisso, la domandina perspicace, ad arrovellare all’unisono i cervelli i ri cusintini tutti, senza differenza di sesso, età, fede politica e religiosa, appetiti. Arruffate e inzuppate le penne, un posto dove pavoneggiarsi. Castelli in aria, asini in volo alla catena, l’immaginazione ingorda a riempir pancia e testa senza 1€ da sborsare. Politici megalomani, funzionari e impiegati megalomani, cittadini esemplari d’ogni età, risma e buco di culo sfrontatamente a fronte alta, con una smorfia d’abulica accettazione a sibilare: simu i cusenza! ...Chi vuliti i cchiù?
Davanti agli occhi casermoni, piazze, la linea spezzata dei tuoi passi. Il centro a deflagrare in mille rivoli, in preda ad un raptus di cementificazione biblica. La periferia, famelica, ad incunearsi. Dappertutto il tramestio di cazzuole, frettazzi e l’odore di calce, …che t’appare un gran godimento, a tia c’un fa’ nenti, stari mpisu e mpalisu o ugualmente mpalisu e mpisu, sempi ccu na cazz’i manipula m‘mani. In un fuoco di fila, centri commerciali, palazzi, asfalto,cemento. Nell’area dell’ex centrale del latte. In via panebianco, nell’area delle casermette. In via degli stadi. E chissà dove ancora. Le previsioni + o – ottimistiche a rivelare di 1.500.000 di m³ di cemento, per un totale di 70 palazzi, da costruire in 10 anni, in deroga o, a volte, in aperta violazione dello stesso piano regolatore generale e di enne varianti. Un match perso già in partenza con la rivale ed odiata rende, per il sommo affronto degli stessi cosentini, che non ci tengono affatto ad arrivare secondi, dopo rende per di più, …picchì cusenza è pur sempre capoluogo di provincia, sant’iddio! Come competere, però, con i 300 palazzi e i 6.500.000 di m³, previsti per i 20 anni a venire oltre campagnano?
…Tutta colpa dell’ascesso in suppurazione dell’unical e della vecchia idea del campus, che fin dalla sua nascita, gonfiandosi e sgonfiandosi a regola d’arte, s’era trascinata appresso l’espansione di tutto l’hinterland. Quella che doveva essere l’area urbana (castrolibero, cosenza, montalto, rende), nelle intenzioni regolarmente disattese d’una politica scientemente attendista, giorno dopo giorno, prendeva forma davanti agli occhi di tutti, a partire dall’estensione di cosenza (via panepianco, viale parco, via popilia…) in direzione nord e di castrolibero e montalto uffugo conformemente all’azione centrifuga e/o centripeta d’arcavacata. Questione di speculazione edilizia, di mero business, di mercato immobiliare e degli affitti, in ragione dell’esercito della salvezza degli studenti fuori sede, del partito del mattone saldamente accasato nei consessi comunali e chissà che cazzo altro!
E tu, esimio lettore matricolato, a far finta di niente, a sorvolare, ad ammonire: «…e chi mi ni fricari a mia? Ghiu mi fazzu i cazzi mia a ra casa mia! » Eppure, come cancellare la sensazione o l’evidenza che cusenza sia una città che non riconosci più, che ti è estranea, che semplicemente ti sfugge? Negozi e uffici come in ogni altra città, grazia a diu! Il contegno borghese, lo sfarzo, la modernità, ad ammaliarti passo passo. Una traversa più avanti, su per il corso, un isolato, un vicolo, uno spiazzo e la città a farsi ostile ed inospitale, a catapultarti nel degrado e nell’abiezione più totale. Ti guardi indietro. Affretti il passo. Cerchi il portafoglio. Il telefonino nokia n 80 in tasca. Tutto sotto controllo. Una sensazione che non si rimargina, una stupida sensazione da scacciare, niente più. Provi a canticchiare: com’è bella la città \com’è grande la città \com’è viva la città \com’è allegra la città. Le parole a suonarti sorde e di cantare non ne hai neanche voglia. Tu l’attraversi, la tua benamata città, ma essa non t’appartiene già più. Non ne fai più parte. L’impressione di non viverci nemmeno. Cosenza la città dei rudi bruzi. Cosenza sede d’accademia e città natale di bernardino telesio, “primo degli uomini nuovi”. Cosenza come atene. Cosenza città europea. Cosenza città cablata. Piena di strade e di negozi \e di vetrine piene di luce \con tanta gente che lavora \con tanta gente che produce. Di soprassalto ne avverti al dunque il tanfo: di cancrena, marcio, zuccherosa corruzione. …È la tua sporca città; cristo! Qualcosa di nascosto e ben camuffato, che ti si svela nella sua irrisolta, arrogante indifferenza, tacito assentire. La vita scorre altrove, a pensare. Una sensazione palpabile. Una palla al piede. Scruti i manifesti. Guardi le vetrine. Indaghi i passanti. Il cielo. La linea dell’orizzonte. La vita scorre altrove, da non averne alcun dubbio!
Te né stai lì meditabondo, consapevole di come nella tua vita supergulp, gli u2, x-files, luigi pintor, slavoj žižek o john cheever… siano stati mille volte più importanti dei bruzi, di alarico, federico II° di svevia, bernardino telesio, dei fratelli bandiera, delle canzoni di mario gualtieri. Non t’importa che ti si rammentino le origini e le generalità di purosangue doc: …in questa città certo che ci sei nato, crist’iddio! …Cielu pani pani, un chiova goi …ca chiova dumani. Non t’importa di come amici e consanguinei, con un piega di bieca commiserazione, si diano da fare per ricordarti che sei fra i tuoi affetti più cari e le cose più amate. …Avanti a chjazza un gapiriri saccu. …S’u sani tria si sari a via via. Non te frega niente. Più niente. Nelle orecchie l’odioso strascico d’un supplizio: buonanotte, buonanotte cosenza, /questa sera canto a te la serenata, /il mio canto ed il mio tormento d’un sogno d’amor.
Cusenza unn’è na città. È na metropoli! O forse solo un bluff. Una città lo è pur stata, e un giorno, forse, di nuovo lo sarà, ma nel frattempo è un’accozzaglia di vicoli e palazzi e anonime esistenze allo sbando. Un colabrodo di sensi e senso, un inferno, uno stupido posto in cui agonizzare. Una città insaziabile e informe. Una città che, a partire dal secondo dopoguerra, s’è allargata e dilatata insaziabile, cancellando distanze e valicando limiti, in un susseguirsi strenuo di lassez faire, illegalità e pianificazione sconfessata. I segnali d’un boom edilizio senz’intoppi a palesarsi ovunque, senza difficoltà alcuna. Opere pubbliche e edilizia privata, in una morsa inestricabile, ad assediare l’intera cinta urbana. Negli anni, nemmeno un mattone a trovar posto senza il beneplacito di mamma ‘ndrangheta. Le ditte di fuori, per pagarsi la tranquillità, un tempo preventivavano addirittura un 2% in più. L’assessore di turno o chi per lui, a chiudere un occhio o tutt’e due. L’intero hinterland una macchia indefinitamente in espansione. Castrolibero e rende incollate al culo. La città del crati come imperativo o semplice dato di fatto. Alla confluenza di due fiumi, a cavallo tra due mari, cosenza ed i suoi sette colli in un aritmetica elementare di storia all’incanto.
Cosenza non è reggio, cosenza è diversa. Ne sei convinto da sempre. La mafia a cosenza mancu ppi ru cazzu. Solo sprovveduti ed ignoranti malavitosi, capaci di fottersi qualche auto, rapinare una banca, depredare un portavalori, svaligiare una gioielleria. I cosentini, ben volentieri, si consolano all’idea che la mafia non abbia nulla a che spartire con la loro città. E così la pensavi pure tu, esimio lettore matricolato, pure negli anni ’80, quando i boss portavano a compimento agguati in ogni angolo dell’area urbana. Sparando in mezzo alla folla. Assaltando i negozi all’ora di punta. In un crescendo incontenibile di rapine, estorsioni, regolamenti di conti, vittime eccellenti. Crimini e violenza, ben presto, a rivelarsi come la via maestra per raggiungere u buonu-stari, come strumenti regolatori della convivenza civile. L’omicidio la soluzione per regolare i rapporti di forza fra le cosche, così da scatenare nell’intera provincia una genuina mattanza. Senza che mai ti sia chiesto, peraltro, come fosse avvenuta la mutazione d’irrilevanti bande di quartiere in vere e proprie organizzazioni criminali in grado di controllare appalti e consensi elettorali, trascurando, altresì, l’indubbia complicità e il beneplacito dell’intera città. Ti è sempre e solo importato di non trovarti tirato in mezzo e basta. Come quella volta. In piena estate. Nemmeno tanto tempo fa, in fondo.
Il traffico era quello dei giorni feriali. Il caldo a farsi dannatamente sentire per via del “mal d’aria” che soffoca da sempre la città. Alla fermata del semaforo, lungo via sergio cosmai, gli automobilisti sacramentavano aspettando che scattasse il verde: che era già mezzogiorno passato, madonna santa! Un tale, con un paio di baffi birichini ed una faccia assennata, alla guida d’una sfigatissima fiat panda, neanche ascoltava la radio che strombazzava a palla: …adduvi t’ha muzzicatu bella la tarantula… Il finestrino aperto, la musica rimbombava finanche nei tuoi timpani. Te ne stavi fermo a quel semaforo, alla guida d’una fiammante decappottabile, appena uscita dalla vicina concessionaria alfa romeo. Quella lagna a non sopportarla già più, allorquando, due centauri, perfettamente agghindati con caschi e livree da motociclisti ferrati, su una moto enduro, ad avvicinarsi decisi. E tu, perentoriamente, a chiederti come cristo facessero a sopportare quella mise con quel caldo della malora! Quindi di scatto, la moto, ad affiancarsi alla tua dueposti, rischiando per di più di rovinarti la carrozzeria. In un baleno l’insofferenza a farsi panico. Dei colpi di pistola… Dei veri colpi di pistola, misericordia del cielo! Quantunque la decappottabile l’hai venduta da un paio d’anni perlomeno, da non capacitartene ancora. Raggiunto da un colpo o due, il tale, al volante della sua ridicola panda, ancora in grado d’intendere come fosse meglio per lui cercare una qualsiasi via di fuga, tentò il tutto per tutto schiacciando a fondo sull’acceleratore. Tu a rimaneri i panticu. Tutti gli altri fermi al semaforo, dove non c’era più un lavavetri a volerlo cercare con il lanternino, a rimanere paralizzati dal terrore e a non sapere come cristo sbrogliarsela: se svignarsela o… Pesce fuor d’acqua, qualcuno a guardarsi attorno alla ricerca disperata d’un telecomando per cambiare canale, per cancellare tutto, giocando con i tasti: ◄◄ (REVIEW), ►►(CUE), █ █ PAUSE, ██ STOP, PLAY Altri a scivolare sotto il sedile. Nessuno ad azzardarsi ad intervenire. Del resto, che cazzo si poteva fare? La corsa verso la salvezza della fiat panda, fatalmente, a bloccarsi contro un cassonetto. La moto a fiondarglisi addosso: il killer aveva fretta di finire il lavoro. Un sospiro di sollievo a sfuggirti anzitempo. Non avvertivi più il fiato addosso del ribaldo pistolero, immobile com’eri nella dueposti. La pistola calibro 9 per 21 non fallì. …E come cazzo poteva fallire da quella distanza? Un proiettile alla testa. Un no di terrore, afono, a strozzartisi in gola. …Merda! Come se non fosse bastato, te l’eri fatta pure addosso! La moto ad eclissarsi. Gli automobilisti a farsi il segno della croce, senza neanche domandarsi se credere ancora in dio oppure no. Tutto finito. Il verde poteva finalmente scattare. Intanto la radio imperterrita continuava: …adduvi t’ha muzzicatu bella la tarantula…
ROSARIO LOMBARDO