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26 aprile 2012

L'ABISSO DI UN SOLO METRO


RIPROPONGO UN MIO ARTICOLO DEL MARZO 2009
SCRITTO IN SEGUITO ALLA MORTE DEL GIOVANE FABRIZIO GRECO
E ALL'ATTENZIONE CHE ANCHE AD ACRI
BISOGNEREBBE DARE AD UN DISAGIO SOCIALE
SEMPRE CRESCENTE. (A.S.)


ESTERNO GIORNO
. Come una sciabolata cieca di luce, i teologi del lunedì mattina innescano salmi per un errare corretto. C’è gente che non ci appartiene, una filosofia della distanza, abissi di un solo metro. C’è gente che non ci appartiene, assente dall’assetto urbano, fuori dalle ville e dai convivi di baccalà. C’è gente che non ci appartiene, infilata nei ghetti che le “abbiamo meritato”. Una quotidianità di cartapesta, qualche centimetro di pellicola per somigliare ad una città di Hollywood o giù di lì.
Il mondo ci invade con i suoi serpenti, ci fanno la barba al seno prima di costringerci il collo.
Umanità benzina e fucili, gente che non ci appartiene, non fa parte del piano regolatore, è distante un solo metro di abisso.
ESTERNO NOTTE. La foschia nella mente, c’è gente che non ci appartiene, dapprima al televisore, poi su un lato degli occhi, ma non ci appartiene. E noi lì a tessere filo spinato, a ferirci le mani, una buona distanza, la piena del fiume, noi sopra una palafitta, ed ancora non ci appartiene. Falliamo famiglie e figli, inneschiamo prevaricazione e virilità da bande metropolitane. Le famigliole a sfinire i figlioli di divismo televisivo ed umts.
C’è gente che non ci appartiene, le labbra secche di anfetamine ce l’hanno gli altri, non noi sfatti di perbenismo in un lupanare.
Vicino, un magnetismo di pelle, uno spazio elettrico, ma c’è gente che non ci appartiene, c’è gente che non è prevista e se improvvisa è affar suo. E noi a scrivere sceneggiature di piramidi e tunnel, a scritturare attori che recitino la nostra brillante vita, a scrivere giornali di una storia che è solo trofeo del nulla. Ma della gente che non ci appartiene non importa. Finché ci sarà quell’abisso di un solo metro a dividerci da loro ce lo faremo bastare.

ANGELO SPOSATO

8 giugno 2011

SUGGERIMENTI DAL COMMENTARIO




Le diverse fasi della legge numero 34 del 2010

Quanto prima i cittadini calabresi pagheranno la bolletta dell’acqua direttamente alla So.Ri.Cal, società di risorse idriche calabresi. Al momento la società mista, 53.5 per cento della Regione e 46.5 di Veolia, ha in gestione solo il sistema acquedottistico regionale, in qualità di fornitore all’ingrosso dell’acqua per usi civili e potabili, e la fornisce ai Comuni calabresi. Ma non è lontano il tempo in cui il cittadino si interfaccerà singolarmente e senza intermediari con i tecnici all’uopo addestrati dalla multinazionale francese. Lo annuncia la legge numero 34 del 2010 della Regione Calabria, recentemente deliberata dalla Giunta. La norma descrive il “Piano operativo inerente le azioni di natura organizzativa/finanziaria da intraprendere in ordine all’esposizione debitoria dei Comuni per l’espletamento del servizio di approvvigionamento”. È solo “un’ipotesi per il pregresso e per il futuro”, spiega l’incipit del comma 5 dell’articolo 47. Un’ipotesi molto fondata. Già il 3 marzo scorso, nell’incontro tra i sindacati, la Sorical e l’Anci, l’associazione dei Comuni, tutte le parti sono convenute a “chiedere all’Illustrissimo Presidente della Regione Calabria la costituzione di un tavolo di lavoro per esaminare la possibilità di sollevare i Comuni calabresi dalla onerosa gestione della bollettazione e riscossione dei predetti canoni per fornitura idropotabile al dettaglio, affidando a terzi il relativo servizio e le conseguenti responsabilità. Al riguardo, So.Ri.Cal. S.p.A. ha espressamente offerto la propria disponibilità a supportare – con il proprio know how – la risoluzione della predetta criticità di sistema, mettendo a disposizione le proprie risorse tecniche, gestionali, di coordinamento e supervisione”. Un’ipotesi che sta sotto una tesi ben articolata. E non è la dimostrazione del teorema di Pitagora il problema, è molto di più. Quadrare il cerchio del Servizio idrico integrato regionale che fa acqua da tutte le parti. Presenta “criticità di riflesso”, dice il Piano.

Avanzamento della legge Galli
Un Sovrambito e cinque Ambiti territoriali ottimali, corrispondenti alle cinque province. Questo l’obiettivo della legge Galli, numero 36 del 1994. Nel Sovrambito opera la So.Ri.Cal. che “fornisce l’acqua all’ingrosso, per usi civili e potabili, alla quasi totalità dei Comuni calabresi” dal 1 novembre 2004. Gli Ato, invece, sono deputati alla gestione dei segmenti di distribuzione, fognatura e depurazione, di competenza dei Comuni. Criticità di riflesso caratterizzano la So.Ri.Cal e “consistenti ritardi” si registrano negli Ato.

Fondi Por e Fas 2007/2013
Per dare piena soddisfazione alla legge è necessario rendere “un’effettiva industrializzazione” al sistema. “Una priorità assoluta” per “le regioni dell’Obiettivo Convergenza (contesto nel quale ricade la Regione Calabria)” ai fini della collocazione “degli strumenti operativi (Por e Par Fas 2007/2013)”.

Il Piano e le banche, la risoluzione delle criticità
Alla Regione spetta il ruolo di “regia” e “governo” dell’intero processo ai fini della rimozione delle criticità che riguardano “sostanzialmente l’elaborazione di uno specifico progetto per rendere i crediti esigibili anche incassabili”. Fase 1: accertamento delle somme a credito, esigibilità e qualità del credito. Fase 2: individuazione di un pool di banche disponibili a concedere mutui sui singoli crediti. Fase 3: costruzione del sistema delle garanzie per il perfezionamento dei mutui. Quindi individuazione di un “produttore di risparmio” per gli Enti Locali. Fase 4: organizzazione delle procedure di pagamento delle singole rate di mutui. Obiettivo: rientro dai crediti vantati da SoRiCal nei confronti degli Enti Locali per consentire alla società di dare continuità alla propria operatività gestionale e di attuare gli investimenti di settore.

Il produttore di risparmio: la SoRiCal
“A generare i risparmi potrebbe provvedere un’apposita struttura – una NewCo regionale – o la stessa SoRiCal”, mette per iscritto la legge. Quale la garanzia degli EELL di far fronte al pagamento? La dilazione di pagamento concessa e la cessione dei servizi di bollettazione, riscossione ed emersione dell’evasione, molto presumibilmente al know how della SoRiCal. Lei sa come fare. Lo sa.

Anche su Mezzoeuro

16 settembre 2010

STITICHEZZA SCOLASTICA?

IMMAGINE DAL WEB



Roberto Ciccarelli
IL MANIFESTO 16/09/2010
Piovono tagli sull'università
La riforma Gelmini dell'università verrà discussa dalla Camera a partire dal prossimo 15 ottobre. Il calendario strettissimo è stato stabilito ieri dalla commissione cultura dove è iniziato il secondo round della discussione su un provvedimento che cancellerà il ruolo dei ricercatori, moltiplicherà il numero dei docenti precari e trasformerà gli atenei italiani in un feudo a disposizione dei rettori e dei docenti ordinari. «Mi pare che ci stiamo avvicinando al traguardo», ha affermato il ministro Gelmini in occasione dell'avvio del dibattito in commissione, dopo avere ricordato che la sua riforma «è frutto di un lavoro di due anni e di una consultazione amplissima» con la comunità universitaria. Nessun accenno alla protesta dei ricercatori che si riuniranno in assemblea domani alla Sapienza di Roma, né agli innumerevoli pronunciamenti degli organi accademici che in tutti gli atenei italiani si sono espressi contro una riforma che non è mai stata accompagnata dal consenso di chi lavora nelle università e dal favore degli studenti che dovrebbero trovare nell'università una prospettiva per il proprio futuro. E nessuna parola su una nuova, gravissima, denuncia del Consiglio universitario nazionale (Cun) che ieri ha rivelato l'esistenza di un nuovo taglio di 279 milioni al Fondo ordinario di finanziamento (Ffo). In un decreto del 13 settembre il ministero dell'Università ha stabilito che il Ffo del 2011 ammonterà a 7.485 milioni di euro. Da questa cifra verranno detratti altri 279 milioni da sommare al taglio della legge 133 del 2008 che prevede nel 2011 una sforbiciata di 1 miliardo e 76 milioni e nel 2012 un altro miliardo e 154 milioni. Quando ad ottobre il sospirato finanziamento ministeriale arriverà con un anno di ritardo nelle casse degli atenei, la novità sarà sotto gli occhi di tutti. Per la prima volta il Ffo, subirà una riduzione in termini assoluti del 3,72 per cento rispetto all'anno precedente. Fino a quest'anno il fondo per l'università è stato incrementato. Nel 2009 era a quota 7485 milioni (più 63 milioni rispetto all'anno precedente). Nel 2008 c'erano 7422 milioni di euro (più 289 milioni rispetto al 2007). «Ad essere cambiato - conferma Sergio Zilli, ricercatore a Trieste e membro del Cun - è il meccanismo di adeguamento automatico del Ffo rispetto alle spese per gli stipendi. Da quest'anno, il Ffo viene tagliato in termini assoluti e questo significa che il governo contribuirà sempre di meno alle spese, mentre gli stipendi seguiranno il loro normale incremento portando le università a superare la soglia del 90 per cento oltre la quale il ministero deciderà di sottrargli altri fondi perché non saranno più soggetti virtuosi». Il nuovo taglio, continua Zilli, crea una situazione per cui anche l'università che si è classificata agli ultimi posti della speciale classifica ministeriale del merito e dell'eccellenza avrà una perdita non superiore al 5 per cento rispetto al 2010, cioè la stessa percentuale che perderanno gli atenei virtuosi. È quindi inutile dire che il merito viene premiato se questa politica dei tagli tratta nello stesso modo i virtuosi e i viziosi. «Per evitare uan divarizazione estrema della forbice dei finanziamenti - ha spiegato Francesco Favotto, coordinatore della commissione programmazione del Cun - sono stati apportati dei correttivi che limitano nei fatti al 5 per cento gli aumenti o i tagli così da calmierare i premi da distribuire ai più bravi e permettere ai meno bravi di sopravvivere ancora». In parole meno tecniche, ma che vanno al sodo della mistificazione in atto, il Cun sostiene che la politica dei tagli del duo Tremonti e Gelmini rende velleitarie e poco praticabili le istanze di innovazione, di merito, di programmazione, di risultato, di miglioramento dell'attività delle università che il governo intende soddisfare approvando velocemente, e prima che le proteste invadano le strade di tutto il paese. Ma in questo calcolato progetto di distruzione dell'università pubblica non è ancora stato valutato il peggio. Dal Cun viene un'altra denuncia, ancora più preoccupante. Se la sforbiciata del 13 settembre rischia di azzoppare la punta di diamante di una riforma sedicente, all'inizio del prossimo anno il mondo universitario dovrà affrontare altri tagli. Dal Ffo verranno detratte risorse diverse da quelle già tagliate dalla legge 133 del 2008. Si tratta dei 550 milioni di euro che la finanziaria del 2007 ha stanziato per l'università nell'arco di un triennio. A questi bisogna aggiungere anche i 436 milioni di euro che Tremonti ha prelevato dal fondo per l'università e ha usato per finanziare una parte del taglio dell'Ici. Questo provvedimento è stato votato nel 2009 ed entrerà in vigore nel 2011. E infine ci sono altri 400 milioni, quelli che sono stati coperti quest'anno dallo scudo fiscale e che nel 2011 non hanno ancora copertura: il finanziamento del Ffo passerà da 7,2 a 6,1 miliardi. Hanno creato un deserto. La chiamano riforma.

14 agosto 2010

BOB BROZMAN ON THE ROAD


di FRANCESCA BRANCA
TRATTO DA

In un paesino di poco più di mille abitanti a sud di Cosenza (Figline Vegliaturo si chiama), tra le varie sagre che popolano le tristi estati calabresi, ho scoperto un gioiellino di nome Bob Borozman.
Indossa occhialini tondi che ricordano John Lennon, è occidentale di Los Angeles, ma solo per le scarpe e i pantaloni, visto che dalla vita in su, con quelle colorate camicie hawaine, ben rappresenta il complesso di culture e civiltà che ha osservato da vicino nei suoi viaggi in 64 nazioni – fino ad oggi. Parla – spesso contemporaneamente – cinque lingue, una babele espressiva che lo rende ancora più amabile, qualora fosse possibile. Ma soprattutto Bob Brozman è, come lui stesso ama definirsi, “lo scienziato degli strumenti a corde”.
Suona strane chiatarre, dette resofoniche , sitar, chitarre slide e tutta un’altra serie ben fornita di strumenti ibridi, ivi compreso lo sgabello di legno su cui siede. Suona con le dita, con il palmo della mano, con il gomito, con il piede e fa gorgheggi sonori che nessun altro come lui saprebbe riprodurre. E’ sufficientemente brillante da menzionare con ironia i danni che l’umanità subisce per certi dispotismi legalizzati e sufficientemente autorinico da prendersi in giro per il suo aspetto fisico. Notevolmente spettacolare quando sostiene di essere democratico, anche se è il re di una nazione chiamata “brozmanland”. Certe volte fa giochi d’equilibrio con gli strumenti e non te lo aspetti, come non ti aspetti che un artista di un simile livello interagisca con il pubblico in maniera così semplice e diretta.
Sostiene di non amare i concerti, ma gli incontri comunitari, per questo non lo troverete mai sul palco del San Siro. Il consiglio è di aguzzare la vista e se leggete il suo nome su un manifesto, tra la sagra della salsiccia e gli spettacoli insulsi dei sostenitori della spettacolarizzazione trash, precipitatevi ad ascoltarlo, sarà una delle migliori esperienze della vostra vita.

VIDEOCONTRIBUTO BROZMANIANO

9 luglio 2010

Gaiart Video: premiati gli autori della Calabria ribelle. Si riaccendono i riflettori su vittime di mafia e navi dei veleni.

Giulia Zanfino
Mezzoeuro 03/07/2010

Donnelibertadistampa
Foto: Giulia Zanfino, internet


Foto: Massimiliano Carbone

Massimiliano Carbone è un ragazzo di Locri. Uno di quelli che sono rimasti a vivere in quelle terre, senza avere padrini, nè collusioni, ma lavorando onestamente. E a Locri è stato ammazzato, con un colpo di arma da fuoco, nel giardino di casa sua. Dopo una partita di calcetto. Da allora Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, non si dà pace. E ad oggi il caso è stato archiviato.
Tra le pellicole premiate ad Aieta nell'ambito del GAIART VIDEO INTERNATIONAL FESTIVAL, scorre la sua storia. E quella delle navi dei veleni. La prima edizione del festival, una rassegna del documentario svoltasi nel palazzo rinascimentale che sovrasta Aieta, domenica ventisette, premia, infatti, i documentari sulla Calabria. Quelli nati dalla percezione che ci sia l'urgenza di mettere a fuoco ciò che accade in queste terre. Non restando in superficie, ma osservando il territorio attraverso lo sguardo di autori attenti, che raccontano il mondo attraverso la profondità dell'approccio documentaristico. Il grande tema esplorato è l'ambiente. Inteso in accezione estremamente contemporanea, che sottende la conoscenza e la capacità di raccontare il territorio, come palcoscenico di cambiamenti etici, antropologici e sociali, di cui le mutazioni climatiche sono solo l'effetto. Qui il Meridione rappresenta un' enorme tela, attraverso la quale dipingere dei percorsi possibili, per valorizzare queste terre, la loro storia, la loro memoria. Carl T. Dreyer afferma che "l'anima appare nello stile" di un autore. E lo stile degli autori calabresi, premiati nella categoria "premio speciale fuoriconcorso", con la statuetta dell'artista internazionale Silvio Vigliaturo, denota un'anima simile a una fiammata ardente. I due film possono essere definiti memoria storica della Calabria delle contraddizioni.

I documentari
Foto: Liliana Carbone

Uno, "Oltre L'Inverno", è un eccezionale documentario scritto da Massimiliano Ferraina, Raffaella Cosentino e Claudia Di Lullo, con musiche di Marcello Politano e regia di Massimiliano Ferraina, che narra le dolorose vicende di Liliana Carbone, madre coraggio della Locride. L'altro, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana", è un magistrale reportage di Massimo De Pascale, con la fotografia di Nicola Carvello, che ricostruisce la vicenda delle navi dei veleni, attraverso un viaggio costellato da testimonianze inedite, che si intrecciano nel racconto toccante di un genocidio silenzioso. Due documentari, due facce di una Calabria ferita.

Oltre L'Inverno

"Oltre L'Inverno" è un monumento alla memoria e alla libertà, di tutte le vittime di mafia. Quelle non celebrate, quelle archiviate, quelle che attendono che sia fatta giustizia, in queste terre dove la giustizia è vilipesa. Impietrita. Asserragliata tra cose non dette e leggi non scritte. Eppure può succedere che quell' incatalogabile pianta che è la memoria di una madre per un figlio ammazzato, crei uno sconfinamento. Un cortocircuito. Che un giovane volto incastonato nel marmo diventi l'emblema di una lotta a un intero sistema. E che quel monolite secolare, che è la mentalità mafiosa, possa vacillare, sotto i colpi della memoria ostinata di una madre che non dimentica. "Oltre L'Inverno" narra dunque la storia di una donna, di una madre corraggio, e della sua battaglia intrisa di dolore, solitudine, caparbietà, passione e speranza. Una madre che chiede giustizia per una morte ancora oggi impunita, quella di Massimiliano Carbone. "A sei anni dalla morte di Massimiliano non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni", scrivono gli autori del documentario. Attraverso le immagini che scorrono sullo schermo Liliana ci mostra i luoghi, ci racconta gli eventi, ricostruisce l'agguato a suo figlio. Racconta la sua passione per il calcio. E poco a poco il profilo di quest' uomo, stroncato nel fiore degli anni, ci appare più definito. Il suo volto, che vediamo scorrere più e più volte sullo schermo, acquista un'anima. Dal testo filmico emerge che Massimiliano lascia un figlio, avuto da una relazione con una donna sposata, in una terra dove non si preme il grilletto senza il consenso della 'ndrangheta. Così il suo racconto assume una dimensione universale. Metaforica. E quello di Liliana, madre coraggio, diventa un viaggio solitario, nel deserto della Locride, quasi a gettare i semi della libertà e dell'emancipazione. Per non dimenticare Massimiliano. E raccogliere la memoria, per quel figlio che non conoscerà suo padre. Dai semi lanciati da Liliana nasceranno teneri germogli di libertà? Sarà il tempo a dirlo. A noi piace pensare di sì.

Foto: Claudia Di Lullo e Massimiliano Ferraina, autori di "Oltre L'Inverno"

Il testo filmico del racconto è privo di sofisticazioni, come sottolinea il regista Massimiliano Ferraina. "Ho voluto fotografare Locri e raccontare la storia di Liliana così com'è", afferma. "Ma non è stato facile. Io e le mie colleghe siamo stati anche vittime di minacce velate". Perchè la Locride è un territorio difficile. E raccontarla nella sua essenza può avere un prezzo. La trama narrativa del racconto è quindi asciutta. Assenti i virtuosismi. Le fascinazioni sono rimesse alla forza intrinseca di una storia drammatica e attuale. Che termina con parole di speranza, pronunciate da Liliana presso La Gurfata, la cooperativa di artisti di strada che si occupa del recupero dei ragazzi di Locri. Un finale che è un messaggio a non arrendersi e continuare a cercare il cambiamento.

L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana

L'altro lavoro premiato, "L'ultima spiaggia. Un saggio di geografia disumana" di Massimo De Pascale, narra la torbida vicenda delle navi dei veleni, ed è stato realizzato con la collaborazione del WWF e del comitato civico "Natale De Grazia". Possiamo definirlo un monumento alla verità, per impostazione e sviluppo narrativo. Con questo film il regista coglie nel segno, e lo fa attreverso una serie di interviste che ricostruiscono la storia delle navi affondate nel Tirreno cosentino, partendo dallo spiaggiamento della Jolly Rosso sino ad arrivare alla contorta vicenda della nave Cunsky che, secondo le recenti dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, fu affondata a largo delle coste di Cetraro, con il suo carico di rifiuti radioattivi.
Foto: Massimo De Pascale, regista de "L'Ultima Spiaggia. Un saggio di geografia disumana"

Massimo De Pascale ripercorre questi eventi lentamente, centellinando i fatti, mettendoli insieme, tassello dopo tassello. Come se stesse componendo un puzzle. E la storia cresce, acquista ritmo e si sviluppa attraverso la poetica dell'autore e le testimonianze di chi ha vissuto i fatti, da testimone o vittima, da ambientalista stigmatizzato, tacciato di essere allarmista, o da osservatore incredulo. Una verità soffocata per anni negli abbissi del mare, che riemerge come un urlo di dolore, tra gli scogli del Tirreno. La poesia dei giochi di luce che evocano le verità sottese di questa vicenda fa da cornice a un'opera tecnicamente vincente. Il ritmo e gli scenari si fondono, al crescere dell'intensiatà delle storie narrate. Emergono i volti scolpiti dalla storia dell'entroterra adamantino. Quelli dei pensionati che vivono nelle casette arroccate tra le montagne di San Pietro in Amantea. O in un fazzoletto di terra, ai piedi di Serra d'Aiello. E la gente si apre. Dialoga in presa diretta, diviene parte essenziale di questa pellicola. Così il documentario sfiora una dimensione neorealista. Dove rieccheggiano il sottoproletariato pasoliniano e gli scenari eloquenti e suggestivi di Vittorio De Seta. La capacità critica di Rosi e la drammaticità dell'analisi rosselliniana. E le persone assumono la dimensione di preziosi documenti viventi. De Pascale ne raccoglie la memoria, alla ricerca delle verità nascoste, che giacciono da troppo tempo, sepolte insieme ai fusti radioattivi, nella valle dell’Oliva. E crea un'opera che è una pietra monumentale indelebile, con la quale persino gli scettici dovranno fare i conti. Istituzioni in testa.
Foto: la motonave "Rosso", arenatasi sulla spiaggia di Formicice nel 1990

Il GAIART consacra dunque autori calabresi, che vivono in queste terre e che le raccontano sapientemente. Un segnale forte, che dimostra che c'è un nocciolo duro di registi caparbi e talentuosi che non lascia questi luoghi. Ma resiste e racconta. Se è dunque vero ciò che afferma Carl T. Dreyer "l'anima appare nello stile".

9 giugno 2010

NEL VENTO

tratto da http://www.arivista.org/
marzo 2010

Perché l’acqua è di tutti
di Milena Magnani

Contro la devastazione ambientale e il rischio-desertificazione, la storia dell’Orto di Tu’rat, progetto pilota in Salento. Perché l’acqua non è privatizzabile, quando abita nel vento.


L’Orto dei Tu’rat è un progetto pilota che si pone tra i suoi obiettivi quello di realizzare un ecosistema autosostenibile. Tale ecosistema ruota intorno alla costruzione di strutture arcaiche in pietra a secco a forma di mezza luna di cui abbiamo utilizzato il nome arabo “Tu’rat”, strutture che hanno la funzione di captare e riutilizzare l’umidità contenuta nei venti in modo da consentire l’irrigazione di un orto botanico senza apporto meccanico di acqua. Si tratta di un progetto che nel suo piccolo vuole dare un contributo al dibattito sui temi della desertificazione del pianeta ed è, in sé e per sé, un manifesto a cielo aperto contro l’ingerenza degli interessi privati nella gestione del bene acqua che riteniamo un bene non privatizzabile in quanto diritto umano universale.





Il volto della campagna
Per spiegare più approfonditamente la natura del progetto potrei partire dalla descrizione tecnica delle strutture Tu’rat ma preferisco partire invece da un poeta salentino che visse e si formò a Bologna negli anni settanta, gli anni della contestazione più viva. Si tratta di Antonio Verri, un poeta incredibilmente ancora escluso dalle antologie dei poeti nazionali, che tornò in Salento per fare i suoi “fogli di poesia” (“fate fogli di poesia, poeti, insultate il damerino, l’accademico borioso”) tornò per questo e per riallacciare un dialogo con la sua terra che un incidente stradale interruppe nel 1992. È lui che guardando il paesaggio salentino scrive: “Continua il dialogo con la terra, con una realtà di volta in volta essenziale, lineare, un po’ amara, un po’ magica ... Molte le cose che da simile cultura (magra, fatata) ho avuto, cose che hanno fatto la mia vita...(…) poveri oggetti (stilizzati, essenziali, ma solidi), situazioni le più umili”. Credo che nella sua poetica si possano riconoscere tutti coloro che vivono il legame con il territorio come un dialogo perennemente aperto, come un tentativo costante di confronto e di scambio da contrapporsi al modello di cittadinanza oggi imperante che è fatto di passiva rassegnazione a una realtà politica e sociale data e immodificabile. Scrive Antonio Verri: “Cambia, cambierà di molto il volto della campagna, degli aggregati umani, di interi paesi: è cambiato dal dopoguerra ad oggi, cambierà ancora tra due, tre generazioni. E cambieranno naturalmente anche abitudini, modi di lavoro, rapporti…, ecco, quello che non cambierà mai sarà l’idea del dialogo con la terra che l’uomo ha stabilito dal tempo dei tempi, il grosso respiro, il sibilo lungo che si può udire solo di mattina, mirando nella vastità dei campi, con accanto sentinelle silenziose gli alberi d’argento”.È proprio per mantenere vivo questo dialogo con la terra che abbiamo dato vita all’ Orto dei Tu’rat, un dialogo fatto di pietre, di pietre che parlano al vento, di vento che rilascia acqua grazie all’antica arte dei muretti a secco, consentendo alle piante di crescere in terreno arido. È un dialogo che Mino Specolizzi, fondatore dell’Associazione Orto dei Tu’rat, ha avviato sottovoce, riflettendo in un primo tempo da Bologna sulla prospettiva della campagna arida che avrebbe trovato scendendo d’estate in quella che per lui è la casa d’origine. Quella campagna che fino agli anni ottanta suo padre aveva coltivato a ulivo e a vigna e dove oggi non si vede altro che il secco avanzare inesorabile come una canzone: “Malinonicu canto, allegro mai. E cacciala fore sta malincunia…” Un avanzare di desertificazione che, agli occhi distratti di tanti, potrebbe sembrare circoscritto a un contesto locale, ma che si inserisce invece in una nostra profonda convinzione. La convinzione che ogni storia locale, quando tocca l’ambiente, riguarda inevitabilmente tutti noi. Che il pozzo del contadino salentino, che di colpo pompa acqua salata non è un problema esclusivo di quel contadino. Lui sta lì, con la sua incredulità ma come la può “cacciare fore la malincunia”? È la malinconia di un’intera epoca di trascuratezza. Allora noi ci abbiamo ragionato sopra fino a che non abbiamo deciso di “cacciarla fore” dando vita ad un progetto. Piccolo, eppure al tempo stesso ambizioso per il ricorso all’alfabeto arcaico della terra che prova a rimettere in uso e per il significato più ampio che intende rivestire.




L’acqua potabile scarseggia
Mi spiego. È convinzione di tutti i componenti dell’Associazione Orto dei Tu’rat che sul tema dell’acqua si giochi oggi il futuro dell’umanità. L’acqua potabile scarseggia in modo sempre più allarmante tanto è vero che, a guardare gli ultimi dati in materia, un miliardo e duecento milioni di persone, più di un abitante su cinque della Terra, non ne ha a disposizione la quantità sufficiente per vivere. Ne consegue che per malattie connesse alla mancanza d’acqua muoiono circa 3 milioni e mezzo di persone all’anno, soprattutto bambini.Questo dato, imputabile in parte ai cambiamenti climatici, agli sprechi, all’inquinamento che contamina le falde, sarebbe modificabile grazie a una seria politica ambientale e di redistribuzione mondiale della risorsa idrica.Il fatto che ciò non accada è ovvia responsabilità dei governi nazionali i quali, invece di prodigarsi in strategie di limitazione degli sprechi e di pianificazione redistributiva, si stanno orientando verso una politica che specula sulla scarsità di questa risorsa, trasformandola in un mero bene di mercato nelle mani delle multinazionali.Tale politica economica il cui unico fine è l’accumulazione di grandi capitali finanziari è per sua propensione riluttante a interessarsi del dato umano, la sua natura astratta ed autoriferita gli impedisce di curarsi del fatto che andando avanti di questo passo, nel 2020, più di tre miliardi di persone rimarranno senza possibilità di bere con di tutte le catastrofiche conseguenze per la vita che possiamo immaginare. A conferma di quello che sto dicendo, basta considerare che a tutt’oggi siano caduti nel vuoto tutti gli appelli messi in atto dai Movimenti Water Justice, i movimenti per l’acqua nati in ogni parte del mondo, da Cochabamba a Plachimada, Hasankeyf e Namada Valley, e da tutte le realtà che hanno creato quel bellissimo documento che è “Il Contratto mondiale dell’acqua” attraverso il quale si chiede l’attuazione di strategie integrate in grado di assicurare nel giro di un decennio l’accesso di tutta l’umanità all’acqua potabile. Ma a chi lo si chiede? Che razza di interlocutori poco umani sono quelli che occupano i ruoli deputati alle risposte? E d’altra parte qualcuno di noi si è forse stupito del fatto che i Governi partecipanti alla Conferenza di Copenhagen sul Clima (7-18 dicembre 2009) non avessero messo il tema dell’acqua all’ordine del giorno dei lavori? E perché avremmo dovuto stupirci?Sappiamo benissimo che i governi sono disposti a operare scelte di politica ambientale solo se intravedono la prospettiva di un tornaconto economico, così come sappiamo che nelle società a capitalismo avanzato l’unico intervento che la classe dirigente può ritenere praticabile intorno all’acqua è quello di privatizzarla per immetterla nel mercato con tutto il suo carico di competitività , secondo i dettami cialtroni di un “fasullo” libero mercato.Alla luce di questo va da sé che l’Italia, con la sua classe politica riverente agli interessi delle superpotenze e delle grandi lobby di interesse privato, abbia varato un decreto che apre anche da noi le porte a tale processo di privatizzazione selvaggia dell’acqua.

Volendo poi avvicinare il campo di osservazione a quello che succede nella società civile, colpisce notare come un numero esorbitante di italiani, noncuranti dei problemi mortali relativi alla carenza d’acqua nel resto del mondo, siano però ben addestrati ad una sfiducia cronica verso la nostra rete di acquedotti nazionali. La cosa curiosa è che, invece di scendere in piazza per manifestare e pretendere che i soldi pubblici vengano destinati al risanamento della rete idrica (e non a opere di facciata come le Tav o i ponti allucinanti sugli stretti) noi italiani ci rassegniamo a questo stato di cose e ci asserviamo a contribuire in modo determinante ad alimentare un giro d’affari di 2500 miliardi di euro l’anno, tanti quanti girano intorno all’imbottigliamento dell’acqua minerale. Siamo infatti tra i primi consumatori al mondo di acqua minerale con 160 litri a testa: l’acqua da bere per noi deve essere rigorosamente in bottiglia e un italiano su due beve solo acqua minerale. Come mi faceva notare un amico, la nostra sconfitta prima a ancora che economica è culturale. La grande vittoria del secolo scorso fu l’acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di ritornare indietro e vaghiamo per la città con i nostri carrelli stracolmi di bottiglie d’acqua pagate a caro prezzo. Ce le carichiamo sulle spalle e ci spacchiamo la schiena per genufletterci ai dettami delle multinazionali dell’acqua che ci invitano a restare giovani bevendo solo certe marche spacciate per acque di lunga vita. È un problema tremendamente serio, che dimostra come manchi una cultura dell’acqua, acqua come bene comune, come patrimonio dell’umanità da salvaguardare e risparmiare e depurare perché da lei dipenderà nei prossimi anni lo sviluppo sociale ed economico dei popoli.


Un contatore per il vento?
È facendo queste amare considerazioni che, partendo da un’idea di Mino Specolizzi e dai suoi studi sulle teorie di Pietro Laureano, un gruppo misto di salentini e bolognesi, ha deciso di guardare negli occhi la questione e di reagire tirando fuori le proprie risorse creative, grazie alle quali si è scesi in Salento, in una zona a tre chilometri dal mare, per avviare questo progetto.Come alcuni forse già sanno, il Salento è una delle regioni d’Italia a maggior rischio di desertificazione. Non ha fiumi, e le falde sono ormai prevalentemente salinizzate. È una terra che, a ben guardare, potrebbe rappresentare l’ avanguardia della catastrofe, ma che al tempo stesso ci offre l’occasione per tentare soluzioni, sperimentando percorsi di risanamento ambientale. Così abbiamo dato vita a un sistema di captazione dell’acqua secondo una tecnica che abbiamo mutuato dal deserto del Negev, un sistema che sfrutta l’acqua contenuta nei venti, venti a cui facciamo trovare barriere di pietra a secco contro cui sbattere rilasciando molecole di acqua che per percolamento scendono a terra sotto forma di rugiada.


Questa acqua, capace di irrigare e nutrire la terra, ha per noi un significato politico straordinario perché è per sua natura un acqua non privatizzabile. Almeno fintanto che non decideranno di mettere un contatore per farci pagare il vento. E questa impossibilità di installare contatori è per noi la rivendicazione di un’economia “della vita”, un’economia che è in contrapposizione a quella svilente e imperante della produzione e dell’accumulo di profitto. Un economia che partendo dal rispetto dell’acqua mette al primo posto il valore dell’ambiente e della vita di tutti senza distinzioni. È purtroppo invece una nostra frequente esperienza sentire le persone, pur affascinate dall’Orto dei Tu’rat, rivolgerci questa domanda: Ma avete fatto tutto questo per avere quale tornaconto? È una domanda che imbarazza perché presuppone una risposta di cifre e plusvalore che noi, per il nostro modo di concepire il progetto, non siamo proprio in grado di formulare. Basti considerare che tutt’ora il progetto non ha usufruito di nessun finanziamento pubblico e tutto quello che al suo interno è stato realizzato è frutto di assoluta autotassazione. Il tornaconto, se ci sarà, sarà quello di vedere le piante dell’orto botanico che intendiamo impiantare crescere rigogliose, sarà quello di vedere le persone avvicinarsi incuriosite alla nostra sperimentazione e motivarsi, ciascuna a suo modo, a dare un proprio personale contributo. Spero che i lettori di “A” abbiano occasione prima o poi di venire di persona a visitare l’Orto e in quell’occasione sono sicura che avranno modo di verificare come, essendo le Tu’rat in assoluta sintonia con il paesaggio e l’atmosfera ambientale, lo scenario che se ne ricava sia di una bellezza disarmante. Entrando nell’Orto ci si trova infatti di fronte a dodici mezze lune di pietra a secco immense, costruite con pietra di Alessano, e la prima cosa che a tutti viene spontanea è il silenzio. L’idea immediata di un vivere con lentezza, la suggestione di una natura impalpabile che respira e si mostra senza alcuna vanità.
Vi ricordate quel brano di Fossati? Ci si inginocchia su questo sagrato immenso, dell’altopiano barocco d’oriente, per orizzonte stelle basse. È la stessa suggestione che può cogliere di fronte a certe imponenti costruzioni arcaiche di cui neanche capiamo la funzione e che arrivano tramandate a noi dal mistero dell’antichità. Faccio ricorso ancora una volta alle parole di Antonio Verri, il quale, come tutti i veri poeti, fu anticipatore dell’oggi al punto che, in una sua poesia, fece parlare una misteriosa mezzaluna : “Apre la mezzaluna un suo discorso: (…) credo fermamente nei mille rapporti con tutte le culture possibili , credo nei voli, amo le mongolfiere”E infatti le nostre mezzelune amano le mongolfiere perché si può arrivare a dire che le Tu’rat sono a tutti gli effetti un volo, nel senso che pur essendo così pesantemente ancorate alla terra sono il tentativo di coniugare la politica e la creatività. Il tentativo di rendere possibile l’impossibile, di volare sopra l’ipocrisia imperante per dire che l’acqua è un diritto di tutti e che nel nostro orto, come dovrebbe essere in tutto il resto del mondo, noi l’acqua non la paghiamo. Almeno fintanto che le istituzioni non decideranno di quotare il vento. È per sottolineare questo che abbiamo deciso di organizzare all’interno del’Orto una serie di eventi culturali che consentano alle mezzelune di avere una visibilità e al tempo stesso di mettere le persone nella condizione di poterci aiutare a portare avanti l’idea. Idea che poi, nella sua forma poetica è quella di poter riuscire a spremere acqua dalla pietra. Azione poetica, questa, che caccia le unghie nella carne della terra per dire che anche nel 2010 noi vogliamo fare una poesia di lotta, una poesia di pietra che sia testimonianza di qualcosa. Per questo siamo aperti alla possibilità di creare uno scambio privilegiato con gli artisti e i movimenti che si occupano delle tematiche dell’ambiente e dell’acqua. L’Orto dei Tu’rat sarà così un luogo in cui le idee e le esperienze si possono scambiare.


Milena Magnani
Per contattimailto:contattiattana@inwind.it
Associazione Orto dei Tu’rat
328 22 60 629

LA GOLA SECCA




Duro scontro tra Soakro e So.ri.Cal: si rischia seriamente la chiusura dei rubinettiI dirigenti della società che gestisce la fornitura idrica crotonese non accettano gli aumentiAmmonta ad oltre 4 milioni di euro il credito vantato dalla So.ri.Cal. nei confronti della Soakro, società che gestisce la fornitura idrica nella provincia di Crotone. Questa mattina nel corso di una conferenza stampa il presidente della Soakro, Giovanbattista Scordamaglia, ha spiegato che la So.ri.Cal. ha intimato alla società crotonese il pagamento di oltre 4 milioni euro, importo calcoltato sulla base degli aumenti tariffari decisi unilaterlamente dalla So.ri.Cal stessa. L’importo, in base a quanto riferito da Giovanbattista Scordamaglia, è il frutto dell’applicazione degli aumenti tariffari del 2010, ma calcolati reatrottivamente sull’erogaizone dal 2008 in poi. L’aumento tariffario ammonta a circa il 30%, percentuale che se la Soakrodecidesse di accettare ricadrebbe direttamente sulle fatture degli utenti, che riceverebbero quindi un conguaglio sulla fornitura idrica per gli anni 2008 e 2009 calcolato sulla base tariffaria stabilita nel 2010. I rappresentati della Soakro, hanno precisato che non intendono accettare gli aumenti, stabiliti, in base anche a quanto precisato dall’avvocato Morace durante la conferenza stampa, arbitrariamente dalla So.Ri.Cal.L’avvocato Morace ha infatti precistato che le tariffe per la fornitura del servizio idrico sono stabilite, dal Cipe, e quindi né da società di gestione del servizio, né dalla Regione.La materia, ha sottolineato il legale, è di esclusiva competenza della legislazione nazionale, ed è per questo che, innazitutto la Soakro contesta gli aumenti e l’applicazione retroattiva degli stessi, e contesta anche la facoltà della So.ri.Cal. di stabilire annualmente, unilateralmente, e autonomamente, non tenendo conto delle tabelle tariffarie del Cipe, le tariffe per l’erogaizone del servizio nel territorio.La conferenza stampa di questa mattina, è stata convocata, ha spiegato il presidente della Soakro, perché la So.ri.cal ha intimato alla società crotonese il pagamento dell’importo, minacciando in caso persistente morosità, il depotenziamento della fornitura idrica nel territorio prima, e successivamente la sospensione dello stesso.Al riguardo l’avvocato Morace, ha dichiarato che la Soakro ha già predisposto un’azione inibitoria nei confronti della So.ri.Cal. e nel caso in cui dovesse effettivamente depotenziare la fornitura o addirittura sospendere l’erogaizone del servizio, la società Soakro, ma anche le associazioni a tutela dei consumatori, presenteranno un esposto alla Procura della Repubblica per interruzione di pubblico servizio.


Maria Bonaiuto

26 maggio 2010

Terra in movimento. Voci dalle contrade isolate.

di Giulia Zanfino
su Mezzoeuro 01/04/2010

tratto da http://www.donnelibertadistampa.ilcannocchiale.it/


Una fognatura che da anni straripa nei fiumi della Sila. Strade inagibili, aperte al traffico cittadino, prive di qualsiasi messa in sicurezza. Se il grado di civiltà di un paese si misurasse dalle vie d'ingresso nel suo territorio e dalle infrastrutture garantite alle aree periferiche, Acri concorrerebbe per il primato dell'arretratezza. Eppure è il quarto comune d'Italia per estensione, con i suoi ventimila ettari, che si stagliano tra le montagne della Sila e il confine con la Piana di Sibari. Un'area vasta, tutelata dalla Legge n.97 del 1994, che prevede una serie di disposizioni per lo "sviluppo globale delle aree montane, attraverso la tutela e la valorizzazione delle loro qualità ambientali". Tra i punti cardine di questo disposto normativo troviamo sia un "particolare riferimento allo sviluppo del sistema della viabilità locale", che "la garanzia di adeguati servizi per la collettività" presente sul territorio. Questa legge, ad oggi, è rimasta lettera morta. E mentre la statale 660 continua a franare, impegnando il neo sindaco Gino Trematerra in una lotta contro il tempo, per scongiurare l'isolamento del paese, le frazioni di Acri soffrono, egualmente colpite dal dissesto idregeologico che ha messo in ginocchio l'intera regione. Serricella è il cuore delle contrade che costellano La Mucone, una delle più vaste aree del territorio acrese, che nascono ai piedi della Sila. Qui tanti piccoli agglomerati urbani, arroccati sulle montagne, si susseguono gli uni accanto agli altri, a picco sui boschi. Le uniche strade per raggiungere questi luoghi sono lunghe lingue d' asfalto che si snodano tra alture e strapiombi, aprendo lo sguardo ad un paesaggio incantevole, immerso nel silenzio. Rieccheggiano "le cime delle montagne l'un all'altre addossate come i gradini d'una grande scala che metta capo nel Cielo", che il poeta Vincenzo Padula descriveva, narrando le bellezze della Sila nelle sue "Impressioni di un viaggio". Riecheggia un "mondo perduto", dove da tempo la popolazione locale deve fare i conti con i problemi legati all'isolamento di queste terre. Dal dissesto idrogeologico alla mancanza di manutenzione delle infrastrutture.




Sono in molti, infatti, ad affermare che, da circa quindici anni, parte del sistema fognario della contrada finisce nel fiume San Martino, affluente del Mucone, che taglia la Sila sino a gettarsi nel fiume Crati. La fossa biologica che doveva raccogliere gli scarichi, infatti, è straripata. Nell'indifferenza istiuzionale. "Sono anni che denunciamo il problema della fogna, ma non è mai stato fatto nulla". Mansueto Magliari abita a Serricella. La sua casa è a pochi metri dal punto in cui la fogna sfocia nel fiume. Entriamo nella sua "edicola improvvisata con l'aiuto di uno zio", dopo che da due mesi, il locale dove teneva la sua attività è stato dichiarato inagibile, a causa di una frana. Così, insieme alla moglie Mina, racconta di come sia difficile vivere in una contrada immersa tra le montagne della Sila. "L'estate, a causa dello straripamento della fogna, davanti a casa nostra l'aria è irrespirabile. Ed ora, a causa della frana, abbiamo avuto anche grossi danni all' attività commerciale", ci dice, abbozzando un sorriso cinico, carico di rassegnazione. "Sono state fatte varie segnalazioni al comune, ma nessuno è riuscito a risolvere il problema", continua Mansueto. L'acqua del San Martino, inoltre, da anni viene usata per irrigare i campi. E sono in molti a sostenere che sia, di fatto, contaminata dagli scarichi. Cosimo Terranova, geometra del comune di Acri, ammette che, in effetti da "circa cinque, massimo dieci anni" il problema del sistema fognario esiste. "L'irrigazione dei campi, però, viene da una fonte che sta a monte, non c'è nessun rischio di contaminazione", ci assicura. Il geometra manifesta un forte senso d'impotenza, a fronte dei problemi che hanno colpito le infrastrutture del territorio. "Nel corso di questi anni siamo stati sprovvisti dei fondi per poter intervenire su un territorio difficile come quello di Serricella, ma di recente abbiamo appaltato i lavori per ammodernare tutto il sistema di drenaggio urbano delle nostre contrade", continua il geometra "grazie ad un finanziamento di sette milioni di euro". A breve, quindi, a Serricella partiranno i lavori. Girando per queste terre la sensazione è quella di un luogo selvaggio, abbandonato a se stesso. Qui il dissesto idrogeologico ha alterato l'intero sistema di viabilità, rendendo ambedue le strade che collegano La Mucone al resto della regione, pericolose da percorrere. Due mesi fa a franare sono stati alcuni edifici, nel cuore di Serricella, insieme ad una delle strade principali. Da allora gli edifici sono stati dichiarati inagibili, e la strada è rimasta chiusa per più di un mese. "Il problema sta a monte" chiarisce l'ingegnere Feraudo, dell'ufficio tecnico del comune di Acri. "Molti edifici colpiti di recente da frane e smottamenti erano costruiti su terreni non edificabili. In seguito, queste costruzioni, sono state condonate. Altre, invece, sono definite edificabili dal piano regolatore, per cui l'amministrazione non può intervenire". Ma c'è da chiedersi se un'amministrazione che non può intervenire coattivamente, per difendere l'incolumità dei suoi cittadini, sia un'amministrazione che adempie appieno ai suoi doveri.







Giulio è un giovane ragazzo che ha deciso di rimanere a Serricella, dove gestisce un'attività di parrucchiere. Lui, come tanti altri commercianti, ha subito gravi danni economici, a causa dell'isolamento di questi luoghi, seguito alla frana. "Siamo rimasti isolati per giorni, senza un presidio di primo soccorso, qualora ci fosse stata un'urgenza sanitaria. Gli unici a sostenerci sono stati i volontari e i vigili del fuoco". Eppure la tutela della salute, nei casi di necessità ed urgenza, è uno dei diritti fondamentali, da garantire alla popolazione colpita dal disagio. Ma questo principio sembra essere lontano dalle nostre terre. Infatti, ambedue le strade che portano a Serricella, una di manutenzione provinciale, l'altra comunale, sebbene ancora a rischio, sono state riaperte. Senza alcuna messa in sicurezza. Neanche una semplice "rete", posta nei punti nevralgici colpiti dalle frane negli ultimi mesi. "Ci sentiamo abbandonati!". Mario Adimari, proprietario di un bar che si affaccia sul ciglio della strada principale ci racconta la sua storia. Da cinque anni denuncia infiltrazioni d'acqua che penetrano nel suo terreno, forse a causa di uno scolo delle acque anullato per la costruzione di un fabbricato ad opera del comune. Su tutte le segnalazioni fatte all'amministrazione, custodite gelosamente nella sua cartellina, si legge: "Richiesta ripristino scolo acque bianche e di scarico". Niente di più. Eppure sono anni che aspetta un intervento che tuteli il suo terreno da smottamenti già in atto. "La cosa peggiore è reclamare un diritto e non essere ascoltati. E' una mortificazione", continua Mario. La sua storia è un microcosmo nel macrocosmo di una realtà difficile. L'ingegnere Feraudo, dell'ufficio tecnico del comune di Acri, ci spiega la situazione generale: "Ogni anno il comune di Acri presenta richieste e progetti preliminari per la messa in sicurezza delle strade". L'ingegnere scatta una fotografia preoccupante dell'intero territorio acrese. "Da gennaio duemilaotto ad oggi il nostro territorio ha subito ben cinque milioni di euro di danni a causa delle frane. Purtroppo non ci sono i finanziamenti per intervenire per la messa in sicurezza delle zone colpite. E noi abbiamo le mani legate". Intanto a Serricella la quotidianeità è scandita dai rumori di un nuovo processo di urbanizzazione. A pochi metri dai palazzi che stanno franando ne stanno nascendo altri. A picco sui boschi. Triste metafora delle condizioni della nostra terra, con cui, prima o poi, dovremo fare i conti.

6 maggio 2010

UN IGNOTO BENEFATTORE

IL 5 OMAGGIO
Ei fù, comprò l'immobile, dato il mortal raggiro,
stette l'assegno immemore e adesso te lo giro,
così percosso e attonito l'anemone sen stà, muto,
accusato e reo con vista Colosseo.

Tratto dalla trasmissione radiofonica "Il ruggito del coniglio". Versi di Giancarlo Ratti.


DA MISTER NO

23 aprile 2010

“Aridateje Loiero”: in Calabria puzza di ‘ndrangheta nel voto, una Procura apre gli occhi e Scopelliti piange






Aridateje Loiero. Non perché lo rimpiangano decine di milioni di calabresi, italiani e europei ma perché, come diceva Ennio Flaiano, il meglio è passato. E in politica le riprove sono continue. Soprattutto in Calabria, terra dove la nuova Giunta Scopelliti nasce come un “Governo Chiaravalloti-bis”…
Cinque (forse saranno sei) tra assessori regionali e sottosegretari sono gli stessi che aveva l’indimenticato e indimenticabile ex Governatore pluri-indagato del centro-destra che, come molti ricorderanno, ha impresso una tale svolta socio-economica alla Calabria che dopo è parsa a molti una liberazione la figura di Loiero Agazio (anche lui poi pluri-indagato e attualmente rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta con rito abbreviato Why Not).
Se questa è la buonanotte, potrà avverarsi la mia (facilissima) profezia: il funerale, celebrato a fine marzo 2010 nelle urne, della regione più disastrata d’Italia (e d’Europa). I giovani (Scopelliti li aveva promessi a squarciagola in ogni angolo del globo terracqueo) si riducono alla figura di Giacomo Mancini jr (di cui ancora non si sa cosa farà da grande ma che intanto sarà chiamato a giocare con i numeri del bilancio). Minchia signor tenente!
Per il resto ciofani come Giuseppe “Pino” Gentile (66 anni che logorano gli altri) e il veterinario Francesco Pugliano (55 anni e non sentirli quando vicino si ha un ras come Enzo Sculco), ne sono certo, riusciranno a scaldare le piazze e financo a far scoppiare moti popolari di gioia. Non mi addentro in altri nomi da sottobottega di potere (dove circolano soldi e clientes) perché ho pietà e dignità. Di me stesso.
Giuseppe Scopelliti, homo ridens del circo politico reggino, che aveva promesso di spezzare anche le ali ai passeri nel nome del rinnovamento, ha partorito una Giunta che grida rivolta politica e sociale. Dietro le quinte si agitano le ombre nere della politica sporca tutt’uno con la ‘ndrangheta e la massoneria inquinata, che razzolano voti in ogni modo. Financo quello pulito.

IN PERIFERIA VA PEGGIO
Se Flaiano fosse passato dalle parti di Gizzeria, paese devastato da brutture edilizie alle porte di Lamezia, avrebbe – ne sono certo – illuminato i calabresi e gli italiani con un altro dei suoi aforismi. Indegnamente ci provo io: “il meglio della politica è trapassato”.
Nel senso di morto, defunto, nella dialettica. Qui è stato eletto Pietro Raso con la lista “Gizzeria nel cuore”. Voi direte: echissenefrega! Avete ragione. Però leggete.
Raso da pochi giorni è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Lamezia per una vicenda legata all’Hotel Marechiaro di Gizzeria Lido, la struttura turistica che secondo l’accusa è abusiva e che avrebbe ottenuto illegittimamente un finanziamento di alcuni milioni dalla Regione, per l’incentivazione del settore turistico alberghiero.
Insieme a Raso a giudizio anche chi? Due volti noti, accusati di truffa: Giuseppe Chiaravalloti (dalla cui lista di uomini Scopelliti si è abbeverato avidamente) e Pino Gentile, all’epoca assessore regionale al Turismo e che oggi è salito alla destra dell’homo ridens con una prestigiosa nuova carica assessorile: Lavori pubblici. Un inciso: personalmente ho sempre creduto che Gentile fosse, è e sarà il vero Governatore-ombra: nella Giunta Chiaravalloti prima e in questa Giunta simil-Chiaravalloti targata Scopelliti. Il suo potere è enorme anche quando sembra in disgrazia.
Per alcuni reati del procedimento sulla struttura turistica è stato dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione e per altri reati è stata dichiarata l’incompetenza territoriale con la trasmissione degli atti alla procura di Catanzaro. Il giudice della udienza preliminare (Gup) – ci informa la Gazzetta del Sud – “lo ha deciso al termine delle arringhe difensive dell’avvocato Luigi Scaramuzzino, che ha difeso l’ex sindaco di Gizzeria Michele Rosato, il suo ex vice Francesco Argento e appunto l’ex assessore comunale Raso, accusati di associazione per delinquere e truffa. Rosato, Raso e Argento hanno scelto il giudizio abbreviato”. Domani, giovedì 22 aprile, si svolgerà la prima udeinza davanti al Gup.
Francesco Argento è stato nominato vicesindaco nella neo eletta Giunta. Michele Rosato ha fatto carriera: è consigliere provinciale.
Detto per inciso: sono garantista e dunque attenzione. Nessuno di quelli che ho elencato è colpevole di nulla. Saranno i gradi di giudizio a stabilire. Non sono un giudice, mi limito a raccontare fatti. E questi sono fatti.
Altra cosa è ragionare sull’opportunità di candidare, eleggere e far governare persone che hanno vicende giudiziarie in itinere. Su questo ciascuno ha le proprie idee: io sono per l’immacolatezza e la verginità che non prescindano mai dalle aule e dal corso della Giustizia.

L’INSEDIAMENTO E LA SCOMPARSA (APPARENTE) DI PD E PDL
Il 18 aprile il sito www.gizzeriaonline.it ci informa che il: “…nuovo consiglio comunale dell’amministrazione guidata da Pietro Raso inizia con il primo cittadino visibilmente emozionato e con l’apporto di alcuni tra i maggiori esponenti del Pdl calabrese: Mario Magno, neoeletto nel consiglio regionale della Calabria, e dell’onorevole Mario Tassone, esponente di spicco dell’Udc calabrese. Presente alla seduta anche il più votato tra i candidati dell’opposizione nel consiglio regionale nella circoscrizione elettorale provinciale di Catanzaro, Antonio Scalzo del Partito democratico che a Gizzeria ha rinunciato alla competizione elettorale non presentando la lista. Quell’area politica che giusto tre anni fa aveva vinto le elezioni è stata la grande assente al primo consiglio comunale. In sala, erano presenti il coordinatore del Pdl locale Antonello Maruca e il consigliere provinciale Michele Rosato. Il neo sindaco Pietro Raso nel suo intervento di apertura, ha dichiarato che i punti fondamentali della sua amministrazione, che guiderà il comune di Gizzeria dopo nove mesi di commissariamento in seguito alle dimissioni di nove consiglieri dell’ex amministrazione guidata da Sergio
Trapuzzano, saranno legati alla legalità e alla trasparenza amministrativa”.

TRASPARENZA E LEGALITA’
Non vi sarà sfuggito che le nobili e condivisibili parole dell’emozionato Raso fanno riferimento a legalità e trasparenza. Bene, bravo, bis, oltre che pietas per un sindaco che – neppure eletto – è stato oggetto il 26 marzo di un atto intimidatorio: un uovo di Pasqua contenente 250 grammi di esplosivo, ai quali era collegata una miccia, lasciato davanti al portone di casa. Però che bella sorpresa…
Lo stesso giorno – il 26 marzo – l’allora candidato Governatore Scopelliti faceva bella mostra di sé nella centralissima piazza San Pio di Gizzeria, al fianco di Pietro Raso con il deputato del Pdl Pino Galati (altro storico pluri-indagato). Un tour de force più che un tour elettorale.
Parliamo di trasparenza e dialettica politica. La lista “Gizzeria nel cuore”, capeggiata da Raso ha vinto in maniera sorprendente (e con circa il 90% dei voti). L’unica lista concorrente, messa in piedi all’ultimo momento forse solo per legittimare elezioni e voto, era “Popolari per la libertà” che presentava come candidato sindaco chi? Ma lo zio ottantaduenne di Pietro Raso: Antonio Raso! I seguaci dell’arzillo politico hanno beccato una manciata di suffragi che a mettere i votanti in un condominio, metà degli appartamenti sarebbero rimasti sfitti.
E gli altri? Uno spettacolo! Il Pdl per bocca Michele Chirillo, l’esponente di punta del partito locale, dichiarò che avrebbe tanto voluto costituire una lista civica ma fu poi costretto a rinunciare «poiché non si sono riscontrate le condizioni politiche né di opportunità per il paese».
Ma il capolavoro, il vero capolavoro è stato del Pd. Non ha presentato lo straccio di una lista ma il suo segretario locale, Francesco Cortellaro, a pochi giorni dalle elezioni ha dichiarato che “…lo scontro politico vero, si hanno fondati motivi per crederlo, è soltanto rinviato di qualche mese. Nessuno si illuda. Come nelle partite di calcio è finito soltanto il primo tempo”.


LA PROCURA RACCOGLIE MATERIALI

Leggete bene in filigrana quella dichiarazione. Io ricavo la sensazione che il Pd locale avesse fiutato un’aria strana. Magari un venticello – se di calunnia o di buona informazione, saranno i prossimi atti e fatti a dirlo – che porta verso la Procura di Lamezia Terme.
Inutile negarlo. Da quando è arrivato a guidarla Salvatore Vitello (a proposito: le nuove demolizioni di manufatti abusivi, una trentina, sono prossime a partire nella città dopo la ricognizione del Genio militare) la musica è cambiata. Le orecchie si sono alzate e gli occhi si sono spalancati. Vitello gli attributi ce li ha e – se lo lasceranno fare – romperà parecchie uova (di Pasqua) nel paniere.
Tutto lascia credere che la Procura stia raccogliendo materiale e informazioni per capire se e quanto la ‘ndrangheta abbia influito sulle dinamiche politiche prima e sul voto poi.
A sparare presto cartucce politiche sarà proprio il Pd che prima nell’inutile Commissione parlamentare antimafia e poi verosimilmente attraverso un’interrogazione parlamentare chiederà conto al ministro dell’Interno Roberto Maroni proprio della regolarità, in ogni fase, delle elezioni a Gizzeria.
Sul tavolo di alcuni parlamentari calabresi sta girando un vecchio rapporto della Commissione parlamentare antimafia nientepopodimenoche del 2006.


LA RELAZIONE CENTARO

Si tratta della cosiddetta “relazione Centaro” approvata il 18 gennaio e spedita alle Camere due giorni dopo.
A pagina 187 di quella relazione si legge che “…per quel che riguardava il territorio lametino, la Dia riportava a fine 2003 la presenza di diversi gruppi criminali (De Fazio, Iannazzo-Giampà, Cerra-Torcasio, Bagalà, Argento, Mauro-Corrado, Dattilo) e di alcune famiglie satelliti (Pontecannizzaro, Gualtieri e Gattini). Nel circondario di Sambiase e Nicastro erano presenti anche le cosche Mercuri-Arcieri e Strangis…”.
In particolare molti attribuiscono una presenza costante e sottotraccia della famiglia Argento (cognome diffuso a Gizzeria), per il suo costante contatto con la famiglia Mancuso di Limbadi, una delle più ricche e sanguinarie cosche di ‘ndrangheta nella provincia di Vibo Valentia.
Nella stessa “relazione Centaro”, tra pagina 91 e pagina 92 si legge che “…Per quanto concerne, infine, l’esercizio della forza intimidatrice nei confronti dei cittadini, si riportano a titolo esemplificativo alcuni passi di intercettazione.
Durante la conversazione delle ore 01.19 del 31/10/2001, intercettata
all’interno dell’autovettura di Domenico Scardamaglia, Domenico Mancuso pianificava con l’interlocutore una serie di estorsioni e premetteva che avrebbero preparato un paio di surfalora”.
Con il termine «surfalora» in dialetto si intende un particolare tipo di fuochi d’artificio: Domenico Mancuso intende quindi riferirsi a ordigni esplosivi per danneggiamenti a strutture edilizie. “Alle ore 16.54 del 5/11/2001 nella medesima autovettura – prosegue la relazione della Commissione parlamentare antimafia – Domenico Scardamaglia e Domenico Mancuso si recavano nella zona dell’Angitola per avere un colloquio con tale Emilio Giordano, presumibilmente camionista,e con tale Franco Argento dell’agenzia. Diego Mancuso, per il tramite di Nicola Bevilacqua, percepiva dall’Agenzia Minieri Trasporti di Falerna somme di denaro per ogni singolo viaggio effettuato da quei camionisti. I due discutevano del metodo da osservare per costringere terzi a rivolgersi alla predetta agenzia ed osservavano che ai parenti di La Pianera stato spiegato «chi c’era dietro» l’agenzia (cioè Diego Mancuso)…”.
Non resta che aspettare. E seguire gli eventi per capire come e quanto resisteranno la Giunta “Chiaravalloti-Scopelliti” e la Giunta Raso-Argento.
E quanto resisteranno decine di amministrazioni calabresi sulle quali le Procure ordinarie e le Procure distrettuali antimafia della Calabria hanno aperto fascicoli.




DAL CHIURLO

8 marzo 2010

Buongiorno Flaiano



Massimo Gramellini
– La Stampa 5/marzo/2010


«Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore».
«La situazione politica in Italia è grave, ma non seria».
«Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura
».
«Fra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i
governi, ma come l’avrà fatta la televisione».
«L’italiano è un tentativo della natura di smitizzare se
stessa. Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio, preso
in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito
qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito».
«In Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco».
«In questo paese che amo non esiste semplicemente
la verità. Altri paesi hanno una loro verità. Noi ne abbiamo
infinite versioni».
«In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i
fascisti e gli antifascisti».
«Per gli italiani l’inferno è quel posto dove si sta
con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo
».
«Le dittature hanno questo di buono, che sanno
farsi amare».
«Oggi anche il cretino è specializzato».
«Ho poche idee, ma confuse».
«Il sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati
alle nuvole».
(In ricordo di Ennio Flaiano, 1910-1972, che oggi
avrebbe compiuto 100 anni ma sarà ben contento
di esserseli risparmiati.)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=773&ID_sezione=56&sezione=

8 febbraio 2010

Dopo l'inferno di Rosarno, lo spettro della schiavitù nella Sibaritide



TRATTO DA
http://www.donnelibertadistampa.ilcannocchiale.it/
8 febbraio 2010
(Foto Mulan - Copiright CIDIS onlus)



CASSANO ALLO IONIO - Dopo l'inferno di Rosarno riemerge lo spettro della schiavitù in Calabria, nella Piana di Sibari. Un terreno sconfinato, costellato di agrumeti, vigneti e terreni agricoli, racchiuso tra il Massiccio del Pollino, la Sila e il Mar Jonio. Una Calabria distillata, che si estende maestosa in tutti i suoi centottanta chilometri quadrati. Qui un esercito di uomini e donne vive in alloggi di fortuna, dalle pareti di cartone. O nei casolari abbandonati che si intravedono dal ciglio della statale 106. Alcuni arrivano dal Marocco, dall'Algeria, dall' Egitto e dalla Tunisia. Altri dai paesi dell''est. Altri ancora dal Pakistan. In pochi dall'Africa subsahariana. Alcuni arrivano da regolari, attraverso la chiamata delle cooperative agricole, molto spesso come lavoratori stagionali. Allo scadere del permesso di soggiorno, però, non tornano nel loro paese d'origine, fermandosi nella regione, e andando ad ingrossare le file dei lavoratori irregolari. Oppure approdano in questi luoghi, giunti dall'opulento nord Italia, spinti dalla chiusura delle fabbriche ad offrire manodopera a buon mercato come braccianti agricoli. Spesso pagano affitti che si aggirano intorno alle trecento euro al mese per vivere ammassati gli uni sugli altri, in quelle che un tempo erano stalle o gallinai. A pochi metri dalle abitazioni di chi specula sulla loro disperazione. "In questo territorio la produzione agricola è elevatissima, ma il numero di lavoratori ufficialmente addetto a questo settore risulta troppo basso per garantire queste cifre". Maria Teresa Terrei, responsabile dell''associazione Cidis onlus, che opera sul territorio per garantire pari opportunità alla popolazione immigrata, scatta una fotografia della situazione in cui vertono i migranti, per lo più irregolari, che lavorano nella Sibaritide."La piana di Sibari è una piana molto più grande di quella di Gioia Tauro, che è stata teatro degli scontri di Rosarno, e le situazioni emergenziali non mancano. Sono semplicemente più diluite nel territorio e quindi meno facili da percepire nell''immediato. Questo, però, non le elimina". Questi migranti, adoperati per lo più nel lavoro agricolo, percepiscono una paga che oscilla tra le 20 e le 25 euro, per una giornata lavorativa che può protrarsi fino a dodici ore. E anche in questi luoghi è il caporalato a gestire la loro manodopera. "I dati informali che riceviamo dai racconti degli immigrati ci dicono che parte di questi soldi vanno dati anche ad altri soggetti che assicurano il reperimento del lavoro. Alla base di questo meccanismo c''è l'irregolarità dell'immigrato. Li dove c'è regolarità e un conseguente contratto di lavoro, tutto può migliorare". Dopo gli scontri di Rosarno e quelli avvenuti di recente in Campania, al mercato ortufrutticolo di San Nicola Varco, è emerso un dato chiaro: nei territori ad alta produzione agricola spesso si concentrano masse di lavoratori immigrati irregolari. Un'intera realtà sommersa che si alimenta attraverso lo sfruttamento e la vessazione, dietro cui spesso si nasconde la mano della 'ndrangheta. "L'irregolarità genera assenza di diritti e ciò può sfociare nell'esplosione di veri e propri conflitti". Le parole di Maria Teresa Terrei sono un monito. Dopo Rosarno non possiamo più fare finta di niente.


(Giulia Zanfino) © Copyright Redattore Sociale

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