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22 luglio 2011

AUTOPROMOZIONE

Ogni scribacchino che si rispetti ha bisogno di un’identità da esibire, un’identità da difendere, un’identità da camuffare. Rosario Lombardo è il mio bozzolo, la mia faccia, la mia ombra: l’anagrafe spudoratamente mente. Sono nato e vivo nei luoghi di cui scrivo. Il resto non conta. Il resto è agiografia o più semplicemente curriculum vitae.

"I Love you un corno!" e "In nomine sanguinis" sono consultabili , almeno in parte, su ilmiolibro.it.






1 ottobre 2009

POMERIGGIO E BUKOWSKI

Una città perduta
il silenzio ti taglia la gola
e tempi induriti
come un travertino di ore
la notte con la lingua di fuori
è un giocatore d’azzardo
alle sei del mattino.
L’ultima ragazza che hai avuto
mentre ti lasciava si fumava le tue sigarette
e te ne ha chiesto un’altra prima di salutarti
stanca di darti spiegazioni.
Una città perduta
un pomeriggio oleoso
di rombi d’officina
ne troverai un’altra di città
altre novità tra le sue gambe
ed una ragazza nuova
si fumerà le tue sigarette
mentre le racconti le tue vecchie storie
e che Bukowski
è uno dei tuoi scrittori preferiti
prima di baciarla
prima che si perda anche quest’altra città.

ANGELO SPOSATO

9 giugno 2009

LE VOCI DELL'ANIMO MIO



Scrivo, perchè le voci dell'animo mio mi invitano al silenzio. Preferisco un arido foglio, nel quale le parole possono diventare note musicali. dove la penna può essere il sol,farla muovere sul pentagramma dipende dalla mia fantasia, ma soprattutto dal mio animo di eterna fanciulla.Animo semplice,che mi fa sentire il canto delle cicale,la voce del vento, il profumo dei fiori, il battito delle ali delle libellule, l'odoredi una foglia, una goccia di rugiada, il calore del sole che mi carezza l'animo. La voce dell'animo mio, che mi guida verso il tramonto ma anche verso l'aurora, che mi porta anche nella culla del mio cuore, adagiato su petali di rose, tra i narcisi, tra le viole, nei colori del'arcobaleno. Animo che parla alla vita, al sole, all'essere umano, che soffre, che vive e combatte, si nutre di sogni e vive per questi. Il silenzio mi fa sentire le voci dell'animo mio, un animo di eterna fanciulla che irride alla vita.


ROSANNA DE VINCENTI

20 maggio 2009

ROMANZI CONCITTADINI


LA DISTRATTA ATTESA DEL CERCATORE DELL'INDIFFERENZA E LE SUE IMPRONTE ROSSE SU UNA SCALA - Maria Luisa Fusaro

La storia di un uomo, dei suoi sogni, delle sue allucinazioni, della sua distanza dalla realtà e del suo legame con un altro uomo che prima c’era e ora non c’è più. È una storia dove si mescolano i ricordi con la fantasia, le percezioni fisiche ed emotive del presente con le ferite del passato. Un amore difficile, osteggiato, in cui s’insinua l’ingombrante presenza di una donna. Malata e innamorata, ma di chi? Un romanzo a tratti astratto, sospeso, che riflette la distanza tra realtà e immaginazione del protagonista, ospite di un ospedale psichiatrico, che pone domande e cerca di scavare sotto la superficie per arrivare alla sua verità.

Maria Luisa Fusaro è nata a Cosenza in Calabria il 25 ottobre del 1977 ed è laureata in Chimica e Tecnologia Farmaceutica; fino a un anno fa ha vissuto in Calabria, attualmente si è trasferita in provincia di Lodi per motivi di lavoro.


RECENSIONE TRATTA DA http://www.ilfiloonline.it/

20 marzo 2009

CALCIO STORY



Partire da centro campo, scartare
tutti i difensori, arrivare davanti al
portiere e dribblare anche lui.
Fermare la palla sulla linea di porta,
inginocchiarmi e buttarla
dentro di testa.

(GEORGE BEST)


Alain Giresse formò, insieme a Platini, Tigana e Genghini, la più spettacolare linea di centrocampo del Mondiale 1982 e di tutta la storia del calcio francese. Sullo schermo del televisore, Giresse era così piccolo che sembrava sempre lontanissimo.
L’ungherese Puskas era tarchiato e grassoccio, come pure il tedesco Seeler. Eravamo giocatori dal fisico fragile l’olandese Cruyff e l’italiano Gianni Rivera. Pelè aveva i piedi piatti come Nèstor Rossi , il solido centrocampista argentino. Il brasiliano Rivelino faceva registrare il peggior rendimento nel test di Cooper, ma in campo non c’era chi riuscisse a catturarlo, e il suo centrocampista Sòcrates aveva il corpo di un airone, gambe lunghe e magrissime e piedi piccoli che si stancavano facilmente, ma era un maestro nei colpi di tacco e si prendeva il lusso di trasformare i rigori con il tallone.
Si sbagliano di brutto quelli che credono ch e le misure fisiche e gli indici di velocità e di
forza determinino l’efficacia di un giocatore di calcio, come si sbagliano di brutto coloro che credono che i test di intelligenza abbiamo qualcosa a che vedere con il talento. I buoni giocatori
di calcio possono non essere dei titani scolpiti da Michelangelo e anche molto meno.
Nel calcio, l’abilità è più de- terminante delle condizioni atletiche, e in molti casi l’abilità consiste
nell’arte di trasformare i limiti in virtù. Il colombiano Carlos Valderrama ha i piedi storti e la stortura gli serve per nascondere meglio il pallone. Lo stesso accadeva con i piedi storti di Garrincha. Dove si trova il pallone? Dietro le orecchie? Dentro le scarpe? Dove è andato a finire? L’uruguagio Cococho Alvarez, che camminava zoppicando, aveva un piede rivolto verso l’altro, e fu uno dei pochi difensori che riuscì a controllare Pelè senza malmenarlo. Furono due piccoletti grassottelli anche Romario e Maradona, le due stelle del Mondiale 1994. E hanno la stessa statura due attaccanti uruguagi che hanno avuto successo in Italia negli ultimi anni: Rubén Sosa
e Carlos Aguilera. Grazie alle loro minuscole dimensioni il brasiliano Leônidas, l’inglese Kevin Keegan, l’irlandese George Best e il danese Alan Simonsen, chiamato la Pulce,
riuscivano a sgattaiolare in mezzo a difese impenetrabili e si liberavano facilmente dei difensori più grandi che li braccavano con ogni mezzo ma non riuscivano a bloccarli. Era
stato piccolino ma blindato Felix Lostau, la mezzala sinistra della Maquina del River Plate, e lo chiamavano el Ventilador (il Ventilatore) perché era lui che dava aria al resto della squadra
facendosi inseguire dagli avversari. Gli uomini di Lilliput possono cambiare ritmo e accelerare bruscamente senza che crolli l’alto edificio del corpo.


TRATTO DA "SPLENDORI E MISERIE DEL GIOCO DEL CALCIO"
DI Eduardo Galeano

18 marzo 2009

UN PO' DI BUKOWSKI

Sissignore!
tutti i vicini pensano
che noi siamo
strani.
e noi pensiamo
lo stesso di loro.
e facciamo
tutti
centro.


LA MORTE SI FUMA I MIEI SIGARI
sai com'è: sono qui ubriaco ancora
una volta
e ascolto Chajkovskij
alla radio.
Gesù, lo sentivo 47 anni
fa
quando ero uno scrittore morto di fame
ed eccolo qui
di nuovo
ora io sono uno scrittore con un po'di successo
e la morte va
su e giù
per questa stanza
e si fuma i miei sigari
beve qualche sorso del mio
vino
mentre il vecchio Pietro continua a darci dentro
con la sua "Patetica",
ho fatto un bel pezzo di strada
e se ho avuto fortuna è
perché ho tirato bene
i dadi:
ho fatto la fame per l'arte, ho fatto la fame per
riuscire a guadagnare 5 dannati minuti, 5 ore,
5 giorni -volevo soltanto buttare giù qualche
frase,
il successo, il denaro non importavano:
io volevo scrivere
e loro volevano che stessi alla pressa meccanica,
in fabbrica alla catena di montaggio
volevano che facessi il fattorino in un
grande magazzino.
be', dice la morte, passandomi accanto,
ti prenderò comunque,
non importa quello che sei stato:
scrittore, tassista, pappone, macellaio,
paracadutista acrobatico, io tiprenderò...
okay, baby, le dico io.
adesso ci beviamo qualcosa insieme
mentre l'una di notte diventano
le 2
e lei solo sa
quando verrà il
momento, ma oggi sono
riuscito a fregarla: mi sono preso
altri 5 dannati minuti
e molto di
più.

3 febbraio 2009

COME BONNIE COME CLYDE




Ci saranno giorni tranquilli
per ripararci dai temporali del tempo
dopo esser evasi
dalla vita degli altri,
io a puntare occhi e pistola
tu a tenermi la schiena al riparo del vento.
Ci saranno giorni agitati
per scambiarci parole chiuse a chiave
dentro alla prigione
le sbarre degli altri.
Non aver paura se non sarai mia sposa
ne avrai di amore
da raccontare alle amiche.
Ci saranno giorni assolati
per rendersi conto del freddo che fa
io a sparare senza puntare
del resto un giocatore non sono mai stato
tu a tenermi la schiena
e sentir freddo alla tua.
Ci saranno giorni amputati
per correre dietro alla libertà
scansando la folla venuta a vedere
come si finisce in galera
come si finisce a tacere.

ANGELO SPOSATO

21 gennaio 2009

INCIPIT DI "I LOVE YOU UN CORNO!"


Inchiodati ad un’unghia e mezza dalla tivù, nell’abitudine sconclusionata e snervante della cena, il roboante sonoro del tiggì santificava il ricongiungimento familiare. Si cenava alle otto in punto, al piano di sotto, nell’umile dimora con portone blindato e targhetta d’ottone, a caratteri cubitali il nome e cognome dell’egregio dottor ingegnere. Fra il garage e la dispensa delle damigiane d’olio e vino scrupolosamente in fila, le bottiglie di conserva, cascetti chjini e vacanti: …ca nenti avastari, c’abbunnanzia gheri cumu a scarsienzia! La scavolini del piano di sopra, immacolata nel suo cellophane, una spudoratezza andarla a rovinare, …ché ci sarebbe stato da lavare, lustrare, igienizzare. Meglio lasciar stare, senza perder tempo a sistemare e riaggiustare i lembi d’una plastica che al solo sfiorarla causava insolite sensazioni tattili di salutare benessere: …bbrrr!!!
Nel seggiolone chicco il bebé sputacchiava il suo nipiol. La sbobba inorgogliva la premurosa nonnetta, sollecita ad imboccarlo. A liminusa i ra mamma, u muruvusiellu sarebbe passata a prenderlo sul tardi, per ficcarlo di filato a letto, dopo un’estenuante toilette d’un paio d’ore e tre quarti e l’abbondante incipriata di talco neutro roberts. …E nà e nà e nà/ su quatrariellu ’unn’eri i cca,/ ca gheri i curiglianu/ nammuratu i visignanu,/ ca gheri i l’arivanisi/ nammuratu i ssu pajsu./ E nà e nà e nà / cum’a tia biell’un ci nna,/ né ccà né fora regnu/ manchi a napuli ci nni stà.
Il gatto soriano tavor se ne stava acciambellato su una sedia spagliata da vero pascià, fiero d’aver delimitato il territorio sì da suggerire la sua presenza senza difficoltà. I peli color cenere ad attaccartisi dappertutto. La carne in scatola gourmet nel freezer whirlpool, sapientemente no frost, malinconicamente vuoto, a non lasciar dubbi su chi fosse il vero padrone di casa.


Il bisnonno, ritratto sputato dell’ingegnere, che ai suoi tempi ne aveva prese sbronze e perse battaglie, con il catetere a sbucare sfrontato dalla lampo, se ne stava ntataratu sulla sdraio della vecchiaia, fregandosene dei rendez vous con elezioni, fin du siècle e zeri del calendario. Tutti sofismi e corbellerie a rinvigorire lo spirito, sciupare il senno ed infiammare il mucchio d’ossa, ciccia, budella e nervi che ognuno si trascina appresso, con magnanima fierezza arteriosclerotica per il tempo sufficiente a scordarsi della propria esistenza a termine. L’odore stantio di gattamorta, di chiuso, che la sottile pelle vizza emanava, inasprita da una paraplegia messa in croce, a disgustarlo. En passant, rattristandosi ed immalinconendosi, gli risultava quasi naturale interrogarsi sulle ragioni dell’esistenza: …gisù cri’, chi n’ha fatti nasciri a fari? …Un imbroglio la vita. Una codificata successione più o meno ordinata di reazioni enzimatiche, stati d’animo e pruriti del buco culo: puro, inutile dispendio energetico, …na mannara! Un minuto prima mmurriculusu e cu ru muorivu a ru nasu, un istante dopo giulivo fringuello a smaniare dietro le gonnelle, poi figli, seccature, capelli bianchi, bruciori di stomaco, acciacchi, ed un bel mattino a sorprenderti nell’indovinare davanti allo specchio l’impeccabile espressione d’una faccia invecchiata, spiccicata a quella del tuo paparino, con l’intricato groviglio di capillari sotto pelle a caricarla d’un vigore di salute fallace. Disinteressato, il vecchio regalava al mondo la sua immobilità di malridotto invalido. Il cervello gli lavorava ad un ritmo incessante, sebbene la bocca non riuscisse ad articolare che singhiozzi, sbadigli e cavernosi colpi di tosse. Negli occhi una vivida luce cerebrale a suggerire: v’a faciti a fricata! …Quannu ghè tiempu sua, v’a faciti a fricata!


Ambizioso a sufficienza, diffidente al punto giusto, l’ingegnere si riteneva un perfezionista, un uomo che alla non tenera età di sessant’anni non aveva mai abdicato alle proprie responsabilità, dandosi da fare, intascando tutto ciò che c’era da intascare. Una tensione incontrollabile dentro, un’energia interiore indirizzata al raggiungimento del risultato a tutti i costi, a suscitare l’altrui ammirazione, a rimpinzarsi pancia e portafoglio. Malgrado questa consapevolezza, eternamente insoddisfatto, alla continua ricerca di nuove gratificazioni e conferme. Tutti pronti a soffiargli un’ideuzza singolare, la precedenza, la simpatia, il buon cuore d’un benefattore, di qualche chaperon, quattro soldi in più. In continuazione a reprimere un’innata aggressività, a soffocare e contenere l’assurdo ed impari conflitto con il mondo intero. Ogni nuovo giorno una nuova scommessa: …ghè fattu juornu, sia lluratu ddiu!\ Cu gisù cristu mi vuogliu arurari,\ ca gisù cristu è patrunu divinu,\ e di si guaji m’ha di librari!

Il tiggì riferiva d’una guerra troppo lontana per le premure e le attenzioni d’un omuncolo che s’arrabattava in un’esistenza inaggettivabile ad una distanza calibrata di più o meno 90.525 piedi da cosenza. La babbea idea fissa del piede quale arnese di misura pronto all’uso, fosse stata pure la singolare unità di lunghezza inglese pari a 30,48 cm, pervicacemente a frullargli in testa. L’ingegnere strabuzzava gli occhi sullo schermo ed afferrando il pollo ben abbrustolito, …perché il pollo si sa che va mangiato con le mani, morso a morso strappava quella carne gommosa e indorata che traboccava dalla bocca troppo piena. …Vukovar, srebenica, pale, sarajevo, mostar, pristina e tutta la feccia sul mappamondo, e chi se ne sbatteva!? Illusioni senza culo non necessitava coltivarne, guerra o non guerra il vivere avanti a filare, sia pure da qualche altra parte, meglio. La buona coscienza della guerra giusta, lo scampanellìo unanime dell’ingerenza umanitaria, la solidarietà delle operazioni di polizia internazionali, i caritatevoli bombardamenti n.a.t.o., a restargli indifferenti, a suggerirgli un niente. Il gusto esagerato di quei poveri cristi, cocciutamente attaccati alla spina della vita, bombardati dal cielo come inermi formiche, a non impietosirlo. Il bicchiere di vino, raso fino all’orlo, a mostrare intatte tutte le qualità di un bel colore rosso. La mano destra nell’afferrarlo a scuoterlo, a versarne qualche goccia sulla tovaglia già da lavare: …a ra saluta! Il crescente piacere per il vino preferiva non spiegarselo con il proverbio scurrile che gli amici fetenti, per via dei suoi sessant’anni, gli rammentavano: l’omu quannu pijari a sissantina, lassari u cunnu e pijari u vinu! …Ebbene? E con ciò? Non si diceva pure in vino veritas, ma lui la verità mai se la sarebbe lasciata sfuggire, se non sotto insistente ed ostinata tortura. Certo, con l’età svariati pensieri s’affievolivano, talune sensazioni s’attutivano, ma bastava una qualsiasi genoveffa che chiru ciròggino ca si crirìa stutatu, a ru vulu, s’appicciavari.

L’ingegnere era capace persino di stupirsi di come delle minuscole, fastidiose, stupide creature di dio, rivelassero tutta la loro crudeltà. Ancora un moccioso, da asparago quattr’occhi qual era, pancia a terra, rinfrescato dall’uligine, imbambolato fissava i formicai come dei tesori. Pignole, in fila indiana, di formiche a migliaia, ma mai che riuscisse a capire dove diavolo se n’andasse a finire quella processione. …Stupide formiche rosse rizzaculo! «Eh tuni, tuni! Ni vu’ faloppa tuni!» Non ammetteva scuse la mammina rompiballe, …ché era uno scansafatiche, …ché non aveva voglia di far niente. «Sempi a fujiri, timpesta! A sbrigliunijari tuttu u santu juornu, a ru castiellu.» La pancia arrossata, ben presto a stancarsi. Il terriccio nell’ombelico da tirarlo fuori con le dita. Con un vigore riacchiappato al volo, a trottare dietro l’apparizione d’una lucertola da bloccare nella sua inutile corsa. La coda recisa, una vera soddisfazione starla ad osservare la lucertolina! Le formiche ingorde a farne banchetto. Un pasto piuttosto succulento per le fameliche creature di dio. Ben presto, annoiato, a sbuffare e sputare e a pisciarci sopra, fino a farle affogare nel suo piscio, le fottute formichine!

Il tovagliolo spiegazzato a pulire la bocca. La macelleria slava avanzava a pieno ritmo, in presa diretta o registrata: nessuna discrepanza di sorta. Spari ed esplosioni in lampi di magnesio, sotto cieli di fosforo e cobalto, casti carnefici e martiri crudeli, sangue e macerie, feriti in carne ed ossa e morti. Un film truculento in un orario sbagliato. …Gisù cri’!? Viri tu, si su’ cose ca si puotini viriri a chist’ura! Sempi quannu gunu sta mangianni. Ci doveva pur esser del pudore, un minimo di morale, una pietosa predisposizione a frenare immagini così angoscianti e vomitevoli alla sacra ora del desinare. …Ché una trascurabile cernita, una sforbiciata più che altro, ci dovesse pur essere, da uomo di mondo corazzato qual era, l’ingegnere ne era più che persuaso. …Ché i giornalisti tagliano e rattoppano, prendendosi certo la briga e qualche precauzione, con la mano morbida ed il cuore tenero, cercando d’indorarla la pillola, scodellando notizie digeribili alla perfezione, favori auditel a parte, naturalmente.


A letto tossiva, scatarrava, sbadigliava, scorreggiava, come una bestia sconsolata e artritica allungava le estremità, si girava e rigirava, si scoraggiava. Solo genoveffa esisteva. Le sue grazie gli s’erano impresse in zucca e non si cancellavano né ppi diu né ppi ri santi! A tirisinella, invece, piaceva starsene davanti alla tivù fino a tardi, mezzanotte e più, tra un colpo di sonno ed uno di veglia a sciropparsi quello che passava il convento, scongelandosi pigramente su un vecchio divano. Le rare volte in cui happyfeet non si sottraeva ai doveri coniugali, tirisinella irrimediabilmente si trasformava: non era più la vecchia strega che aveva sposato una fredda domenica di gennaio di trentacinque anni prima. Ogni volta che incappava in via col vento pure tirisinella s’infervorava tutta. Attratta com’era da clark gable, come non gli era mai capitato con nessun altro in vita sua, da quel dannato divano con le molle già andate, non si alzava per nessuna ragione al mondo! E chi la spostava? Fremiti, lacrime, il cuore all’impazzata. Lusingata e compiaciuta, era in quelle occasioni che più volentieri si lasciava andare. Almeno una volta l’anno. Di regola in piena estate. Tra le lenzuola, che lei stessa aveva ricamato a punto croce, i suoi sogni si coloravano dei colori della georgia di victor fleming. Lui l’abbracciava, la palpeggiava, se la scopava e lei con tutte le sue forze si ricriavari. A stringerselo, a baciarselo, smaniando e delirando. Una femmina ancora desiderabile, meglio di vivian leigh in verità. Chiamami rossella, sussurrava. …Non ho amato che te, dalla prima volta che t’ho visto alle dodici querce, reth. …Sono io, rossella, non mi riconosci? Happyfeet, però, nemmeno per sogno ad accorgersi di tutta quella partecipazione fuori dell’ordinario!


Ppi r’appracari u cori e l’anima ogni cosa poteva servire, purché tirisinella non aprisse bocca, ma putìa vàttiri a capa i mura mura, ca a tòccara si doveva far sentire ppi ti fari scjcattari. Lasciando stridere la sedia sotto il tavolo, continuava ad affettare quantità industriali di pane, nemmeno avesse a che fare con un esercito, abbandonandosi di tanto in tanto ad un’invocazione con un animo di sincera commiserazione: …madonna santa che sconcezza! Quella semplice frase a rompere l’incantesimo. Ogni volta nu rucculo e na zimeca. Una parola dietro l’altra a ti fari a capa gacqua. Ogni volta una rogna ed il suo rincoglionimento. La cena a freddarsi e ad andarti per traverso. Ci teneva tirisinella ad aggiornare u maritu ciavuccu sulle cattive nuove del giorno, in un ordine cronologicamente nebuloso beninteso, …ché pure la memoria le faceva oltretutto difetto, senza trascurare il fatto che del seno e du culu tunnu i ra giuvinturna non ne rimaneva più traccia. Con foga immutata sbraitava e si sgolava, facendoti ammutolire. In men che non te l’aspettassi tuonava ed imprecava scagliando l’ennesima lungagnata: …chè la bolletta dell’enel, dell’acqua, del gas, del telefono si dovevano pur pagare, …chè i soldi mai bastavano, …chè a capizzi e ra pirizzi nissunu ripuosu truvavari, …chè la lavatrice si doveva aggiustare perché lenzuola e panni si dovevano pur lavare, …chè mbeci i r’aiutu li ravani spuntillu, …ca mariti e figli cumu diu ti mannari ti pigli, …chè da qualche parte il vecchio andava ricoverato e chissà che altro, che a starle dietro ti ci perdevi d’incanto. A questa tiritera aggiungeva ogni nuova o vecchia riprovazione e considerazione in relazione all’occasione, al calendario, ai gradi celsius dell’ambiente circostante, a prescindere dalle condizioni psico-fisiche-morali e dallo stato di salute complessivo in cui versava, a seconda dei ghiribizzi, delle insinuazioni e ripicche, che in quell’istante, giorno, mese e stagione dell’anno le soggiungevano all’unisono alla mente. Tirisinella s’indignava con tutte le forze in corpo. Di quella guerra oltre l’adriatico ne aveva fin sopra i capelli, …ché a mantenere in vita dei disgraziati morti di fame con i suoi soldi, un’altra indecenza, una porcheria bell’e buona, …chè godersi in santa pace il tiggì diventava un’impresa, come se non bastassero disgrazie ed inghippi d’ognuno in casa propria, senza preoccuparsi pure delle guerre e degli slavi! Con voce oltremodo arrochita a domandarsi che colpa ne avesse delle sciagure altrui, …ché la vita le aveva dato già il ben servito con il marito bacucco che si ritrovava, …sciorta sua, a ru siettu i ru mari! …Ah, se solo le avessero fatto fare di testa sua, a tirisinella! Sarebbe stata tutta un’altra cosa, da giurarci. Soprappensiero, quindi sbottava: va a finire che mi ci vo’ n’atra bustina!


Fra un campionario di sciroppi, mezze pomate, blister di compresse — il nervoso a spazientire e le pasticche a spezzarsi sparpagliandosi a terra, — ed altri rimedi scaduti e non, l’aulin a far bella mostra di sé. In un disordine che s’accresceva col mettere e levare, ogni cosa soffocando accanto all’altra, come un caro ricordo ingombrante, sul ripiano d’un antico mobile traballante, non certo stile liberty.

Mentre i suoi piedi incominciavano un tip tap fuori tempo, sazio della lagna che si sorbiva come il caffè a fine pasto, l’ingegnere batteva un pugno sul tavolo. Sollevandosi sui calcagni a voler calciar pedate in aria, all’arrivo del laconico e distinto messaggio dalla meraviglia di cervello che si ritrovava, quei piedi benedetti a rabbonirsi altrettanto di scatto: …aria, si cambia aria! Fuori finalmente.


Importuno il telefono a squillare. Tirisinella ad arrancare frettolosa. Chi poteva essere se non la sorella i cuscinali o chir’atra quacquarera che da quando abitava a cosenza pensava di starsene nentimenu c’a milanu!


Il biberon chicco a rotolare giù. L’angioletto mocciosetto a strillare. La nonna, titubante per un istante i adduvi si spartiri, ad accorrere solerte, …chè gli strilli le aggravavano oltremodo il mal di testa. Rivolgendosi quindi all’imperturbabile marito, tirisinella ad imprecare: «ma guardalo si si moviri u curnutu!»


Raggiunta l’uscita, happyfeet a bofonchiare: «e spegni la televisione, dannazione!» …Ché, con tutte quelle tragedie — arrassi i tutti, ca l’aggrizzavani i carni! —, ci si rovinava pure la digestione ed il poco di salute che certo non abbondava.


«…E nun sbattiri a porta, curnutu!»


L’intempestiva preghiera della gentile consorte ad affliggergli i timpani stimolando una secrezione biliare non indifferente. Dalle visceri in subbuglio un portentoso rutto a soffocarglisi nel gargarozzo. Camminando si frugava nelle tasche. La cattiva creanza della mogliettina ed i cambi di stagione ad irritargli lo stomaco con staffilate di malumore: …na zivula i mugliera po’ vutari puri nu castiellu i maritu! Non fossero bastate sermoni e geremiadi s’era pure scordato il maalox plus, s’era! La riacutizzazione di quell’ulcera, a cui non s’era ancora abituato del tutto, a divenergli insopportabile, non meno delle sollecite ed azzardate soluzioni della mogliettina solerte, che gli propinava il solito digestivo antonetto all’aroma di menta. Facilmente irritabile. Qualche pasto saltato di proposito. Il vano proposito continuamente disatteso di smettere di fumare: ancora mezza sigaretta e poi basta, da domani smetto, mi tagliassini i mani! Perfetta identikit di soggetto ulceroso si sarebbe detto. A volte però, con il maalox plus in tasca, riusciva perfino a sedarla quella sua benedetta ed insopprimibile ansia.


Ad accrescere l’agitazione, la constatazione di dover passare in farmacia. Il farmacista non si sarebbe certo lasciato sfuggire l’occasione per elemosinare un voto per il figlio in lista nello stendardo biancazzurro! «Dottore, mi dia qualcosa. La prego. Lo stomaco, sa…» Così avrebbe detto, guardandosi attorno con aria di circostanza, quasi avesse bisogno di tutt’altro. Bianchiccio, quasi giallognolo come un latticino scaduto, da dietro il bancone, nel suo camice che lo stritolava, il farmacista si prodigava con una gentilezza melliflua, appiccicaticcia. «Del ranidil! Dello zantac. Del gastridin. Del famodil. Del mepral in compresse. Una scatola di raniben. Il ranibloc. …Tutto quanto.» Nella santa cucurbita che si ritrovava, il convincimento che il candidato fosse il degno figlio di suo padre, …nu ciuotu fricatu! «Una preferenza? Per carità, la mia è sicura. …Proprio il maalox le manca?» Non riusciva a spiegarsi tutto quel riguardo e quella condiscendenza: …si conoscevano da una vita, crist’iddio! Al da farsi ci avrebbe pensato al momento opportuno. Si sarebbe solo lasciato sfuggire: «però non dica niente. …Sa com’è!»



ROSARIO LOMBARDO

17 dicembre 2008

RECENSIONE


La piccola raccolta di "Poesie d'amore sali e tabacchi" di Angelo Sposato, si legge d'un fiato per la sua capacità di coinvolgerti nei suoi versi pregnanti di struggente umanità.
Sono versi che sembrano scaturire dal profondo dell'animo del poeta, indipendentemente dalla sua volontà, esprimendone, aneliti, ideali e speranze a volte appena sussurrati, altre volte 'sparati' con spudorato realismo e con rabbia in faccia al lettore, che sempre e comunque viene coinvolto.
Insomma, i "piccoli" versi di Angelo Sposato hanno, fra l'altro, il pregio appunto di non lasciare il lettore in pace con se stesso, ma di metterlo in agitazione perchè gli fanno toccare, annusare e condividere aspetti e problematiche ora felici, ora drammatiche della realtà, solo apparente-mente scontata, in cui si vive.
Tutto questo, per dire che i versi di Angelo Sposato segnano pesantemente il lettore, facendo-lo, suo malgrado, riflettere, pensare, godere, soffrire.


VINCENZO RIZZUTO (Cosenza)

10 dicembre 2008

INVITO

PRODUZIONI

VENERDI' 12 DICEMBRE 2008 ALLE ORE 21:30
PRESSO IL "MOCO" AD ACRI (VICINO RIFORNIMENTO AGIP)
PRESENTAZIONE DEL LIBRO
DI ANGELO SPOSATO
"POESIE D'AMORE SALI E TABACCHI"
E PRIME CONSIDERAZIONI SU UN ANNO DEL NOSTRO BLOG
SIETE TUTTI INVITATI


LA REDAZIONE

25 novembre 2008

APPLICAZIONI IN UN PUB



NEI PROSSIMI GIORNI USCIRA' LA PRIMA PUBBLICAZIONE DEL NOSTRO BLOG. E' UNA MIA RIDOTTA RACCOLTA DI POESIE DAL TITOLO: "POESIE D'AMORE SALI E TABACCHI". VE NE ANTICIPO QUALCUNA PER SAPERE CHE NE PENSATE.


ANGELO SPOSATO



Come un’anestesia vocale
È il lascito del tuo amore

Un testamento innocuo
Di cose senza volto
Pagine di memoria sfogliate
Come Novella 2000.


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VACANZA

I tuoi occhi affilati
Come lame
Mi accoltellano
Quando alzo lo sguardo
Dalle tue gambe accavallate,

ma New York
non significa nulla
se non ti porto a letto,
solo foto del cielo disteso sul glande dei grattacieli,
solo anima lasciata all’aeroporto…

cosa ne faccio
se non tocco questa città
nelle sue parti più intime.


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AD UNA SCONOSCIUTA

Vorrei capire l’idioma
Dei tuoi occhi
E parlarlo

Per spiegare quel temporale
Che agita l’aria
Pregna del tuo sapore
Di Francia e flamenco

Ogni volta che passi
Che attraversi.

Ma quanti altri versi
Dovrò scriverti
Mia cara sconosciuta
Prima che tu mi mandi
Al paese di tutti
O affinché
Tu accetti il mio invito
Non per l’inchiostro che hai
Già assaggiato
Ma per il vino che non hai bevuto.


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UN VECCHIO

Ho settant’anni
E me ne rendo conto solo adesso
Perché è passato mezzo secolo
Da quando ne avevo venti.

Il mio spirito sta diventando secoli
Sembra quasi un presagio di immortalità,

anche se la vita eterna
mi dà un senso di angelico
ed ammuffito, puzzolente più della morte.



27 ottobre 2008

"RIDERS ON THE STORM"


“Sono il selvaggio nelle strade deserte/ e sto cercando un paese innocente/, ma questa terra è già troppo malata/ e cado a testa in giù. /Sono arrivato per vivere tutto/ sono arrivato ma non tornerei/ voglio pisciare sulle scarpe alla noia,/ corro fino al limite”, questa strofa di una canzone dei Litfiba del 1988 (Corri, Litfiba 3), ben custodita in una mia personale colonna sonora dell’adolescenza, mi è venuta in mente appena ho terminato la lettura de “L’insolita rumba” di Biagio Autieri. La storia, ambientata nella periferia milanese di case popolari, disagio, schianto della vita, è quella di alcuni ragazzi dei “muretti” metropolitani che formano un gruppo musicale di genere neomelodico napoletano. Apparentemente questa musica sembra distante dai generi che normalmente vengono associati alle periferie delle città, vedi il punk o il rap. Ma Biagio, conoscitore dell’ambiente edge of town, sa benissimo che il neomelodico napoletano è da anni molto frequentato dai tanti giovani cresciuti in questi luoghi. Ne trovo conferma nella mia personale esperienza degli anni romani, dove ho avuto il piacere di conoscere e frequentare persone di quartieri come Tor Bella Monaca, nel quale gli adolescenti, e non solo, ascoltano questo tipo di musica che, a sua volta, diventa colonna sonora della loro vita e del loro disastro e disagio. Di solito questi ragazzi non sono molto istruiti ed è più semplice per loro l’ascolto di una canzone di Gianni Celeste e non di Fabrizio De Andrè. Non sono attratti dai riff dei Led Zeppelin, ma più facilmente dalle storie d’amore banalizzate nei testi di Gigi D’Alessio.
Mi sembra di vederli Totò e gli altri, di vederli come i pischelli di San Lorenzo a Roma che bazzicano tra via degli Equi e via dei Volsci, che “c’hanno sempre il fumo bbono” o che ti chiedono “Bella zzì, che c’hai ‘na sigaretta” e che se ti conoscono t’offrono pure due tiri al cannone. Quei pischelli che poi li vedi correre con uno sbirro dietro, che poi finiscono a Regina Coeli e poi le fidanzatine come la Vale vanno dal Gianicolo a gridargli “Ti amo” . “L’insolita rumba” scorre nella lettura con la sua narrazione in soggettiva, ma quello che più ho amato è il fatto che Totò, Ciccio, Fredo, Samir, la Vale e Michela, dopo aver formato il gruppo, in esso non hanno trovato o voluto l’unica consolazione a quella quotidianità tra i palazzoni di periferia, ma la loro tempesta è proseguita, li ha inondati fino all’anima, gli è arrivata alla gola, fino a portarli a scappare, a prendere il treno ed andar via credendo nelle loro possibilità, e per assurdo, come in un’Italia capovolta, scappano verso il sud, verso Napoli e non solo per una questione di opportunità per il loro genere musicale. Quando incontrerete questo “racconto neomelodico” in libreria compratelo, in esso c’è anche una Milano fuori dai clichè della nebbia e da bere, c’è una città che la vedi sprofondare nelle parole dei ragazzi protagonisti, una Milano livida, cianotica, senza fiato come quando uno dei ragazzi di questi quartieri di periferia scappa dagli sbirri.

“L’INSOLITA RUMBA” di Biagio Autieri, ISBN Edizioni, prezzo euro 11,00


ANGELO SPOSATO

20 ottobre 2008

IN NOMINE SANGUINIS


TRATTO DA "IN NOMINE SANGUINIS"

DI ROSARIO LOMBARDO

THE NEXT BIG-THING


D’adolescente, Mr. magoo, i dischi non l’ascoltava nemmeno. Non si prendeva la briga neanche di scartarli, eccezion fatta per quelli con le copertine apribili, naturalmente. Il giradischi non ce l’aveva né ce l’avrebbe mai avuto, dacché il ciddì avrebbe preso presto il posto del 33 giri. Quante dispute e leggende sull’(in)affidabilità o meno di quel minuscolo supporto che per funzione ed estetica non aveva niente da invidiare al nero vinile. Incellofanati e non, li soppesava, ne studiava scrupolosamente la copertina e l’incollava alle pareti della sua stanza. Rain dogs di tom waits, skylarking degli xtc, no guru, no method, no teacher di van morrison… Calcolando che ogni copertina misurava 31,5 cm × 31 cm, per coprire un solo metro quadro 9 erano più che sufficienti. L’effetto policromo che ne derivava a stordirlo. Meglio dei graffiti. Meglio della cappella sistina. Un centinaio per lo più, doppi compresi. Gli angoli ed il soffitto ancora vuoti. Con l’acquisto d’un lettore compact, qualche anno dopo, avrebbe imparato a fare a meno di radio e tivù. I libri, invece, a raccogliere polvere e acari in egual misura, sotto il letto.
I negozi di dischi, a quei tempi, erano ben frequentati. Niente a che vedere con la desolazione del tempo presente. Masterizzatori, mp3 e i-pod a farne piazza pulita. Quei bugigattoli erano il rifugio sicuro d’individui strampalati, d’eterni adolescenti, di perditempo, il quotidiano ritrovo di spiantati sognatori senza arte né parte. Schizzati insomma. In tutta cosenza, negozi da setacciare con la possibilità di trovare ciò che si cercava non erano più d’un paio, forse tre. La roba indipendente o d’importazione, da non aver dubbi, la scovavi solo in via adige, di fronte al cinema citrigno. Il proprietario, un ex-sessantottino o ex-settantasettino, si chiamava karl, un tedesco maniacalmente disordinato e permanentemente distratto, dalla barba e dai cappelli scompigliati e brizzolati ritratto sputato di quel marx, passato alla storia non certo per aver venduto dei dischi. Gli habituè e gli avventori occasionali a mescolarsi, restando ognuno sulle proprie posizioni, come divisi in caste. La mammina che cercava la strenna più azzeccata. Lo scolaretto che delirava per madonna, jovanotti, gli ottoottotre. I patiti del vinile: il lato A, il lato B, 3-4-5 tracce per lato, mezz’ora di musica per lo più, da spararsela d’un solo fiato. I patiti delle cassette. Gli adepti del ciddì. Gli entusiasti della dance. I nostalgici degli anni ‘60. I metallari. I punkettari. Gli sfigati con le stimmati addosso della rivoluzione a colpi di sesso droga & rock and roll. I professionisti che raccattavano ogni cosa d’importazione o le ultime novità consigliate dalle riviste di settore e con fretta abusata gorgheggiavano come riscignuoli: «…ca pu facimu tuttu nu cuntu.» L’iva al 19% ed i dischi che costavano già troppo, anche senza il bollino tivù. I collezionisti maniacali: «io dei dischi dei radio birdman e degli hüsker dü non ne ho perso uno che sia uno, compreso singoli, extended playing, bootleg, e....» … «Io sui dischi di bruce springsteen ci piscerei sopra, ci piscerei!» … «Il white-album te lo tirerei nei denti!» … «La qualità d’ascolto del supporto analogico o digitale impone un buon impianto hi-fi non certo philips, sony, technics…» I più svitati, in un impeto d’ottimismo sconfinato, ad acquistare di tutto, a iosa, sicuri che pure all’altro mondo un momento per ascoltare i loro fottuti dischi sarebbero pur riusciti a trovarlo –– …ca pu ti puorti appriessu! ––: …dietro l’angolo, non c’era forse l’eternità ad attenderli? Gli intenditori, la razza più vile, spulciavano, afferravano, digrignavano i denti, si lamentavano, …chè dell’ultima uscita dei franti, dei pixies, dei thin white rope, dei dread zeppelin ancora niente. E con quale ansia ed apprensione si calcavano le parole ul-ti-me no-vi-tà, quasi costituissero la formula magica o la soluzione del rebus prima del day-after. Al che il gestore, persuaso d’aver colto finalmente un fallo, beffardo a suggerire: «vorrai dire i led zeppelin. I led zeppelin di jmmi page e robert plant. Guarda, però, che non è uscita nessuna ristampa, antologia, o chessò io.» Al che l’intenditore, pavoneggiandosi, con voce compunta: «ma no! Figurarsi se non conosco gli zeppelin!» Sillabando con cura, quindi, ad aggiungere: «i dre-ad zep-pe-lin: una band che rifà in chiave reggae i successi dei led zep-pe-lin. Stanno già al secondo elleppì. Cumi fa’ a ‘un ni canusciri? »
Come discutevano e s’inalberavano i saputelli, infiammandosi ogni volta per la next-big-thing, tanto che il malcapitato dettagliante seguitava a nutrire il sospetto che si continuasse a pigliarlo semplicemente per il culo. E con quale insistenza quell’altro venditore di surgelati in via… Dio santo, come cristo si chiamava? Proprio non se lo ricordava più Mr. magoo. …Comunque, mai che perdesse l’occasione di volergli rifilare a tutti i costi l’ultimo exploit in cima alla top-ten. Sbigottito ed adirato per l’ostinazione, rifiutava con gentilezza contraffatta, chiedendosi come facesse, quel coglione, a credere che egli potesse comprare quella roba. Da lasciarsi prendere dall’impulso di vomitargli all’istante su tutti quei dischi del cazzo, fossero pure nice prize!
Ad ognuno la modica dose. Ad ognuno il pane per i propri denti. La smania del possedere in tutta la sua virulenza o solo agli albori del suo manifestarsi: …si comincia coi dischi e chissà come si va a finire!
Di là a qualche anno avrebbe disertato i negozi di dischi, avrebbe disertato la libreria di c.so italia, avrebbe disertato l’intera città. Annegato nel mare d’una vita d’adulto di sana e robusta costituzione, senza un pezzo di carta per cui contrabbandare una dignità da raccomandare. D’adulto irresponsabile e menagramo, preso per la collottola, ad annaspare randagio ed affamato altrove.


ROSARIO LOMBARDO

15 ottobre 2008

A proposito de "L’insolita rumba"


Ieri finalmente sono riuscito a comprare il libro di Biagio[1], nella libreria dove di solito vado l’ho dovuto ordinare e aspettare.
Anche L’insolita rumba è un racconto sulla adolescenza, così come i suoi precedenti racconti, le novelle, quelle con i protagonisti come Angelino, disoccupato che barcamenandosi nella sua condizione sognava, sperava, in un futuro migliore. Angelino viveva in meridione, Totò e gli altri dell’Insolita rumba, sono di un quartiere popolare di Milano. (Anche Biagio prima viveva ad Acri ed ora a Milano). La colonna sonora, o il rumore di fondo, dei primi racconti era il rock, qui invece c’è il “melodico napoletano”, anzi il “neomelodico”, quello arricchito dai ritmi del raï algerino e dalle percussioni africane.
Anche lo stile cambia: qui l’io narrante sono di volta i volta direttamente i protagonisti, e il linguaggio è quello parlato, lo slang giovanile dei ragazzotti “milanesi”, un po’ cinico; nei precedenti racconti c’era uno stile tagliente e speranzoso.
Biagio fa dire a uno di loro che non ha voglia di raccontare, di descrivere storie, ma soltanto di far uscire quello che ha dentro. Ma così non è: si racconta e si descrive bene una realtà di quartiere periferico. Quello che viene fuori, anche se sembra uno sfogo, un “confessarsi”, delinea bene lo spaccato di una realtà che, secondo me, è molto diffusa, non solo nei quartieri periferici. Si tratta della realtà giovanile, meglio adolescenziale, che le condizioni sociali sembra non facciano mai passare (la precarietà, non solo nel lavoro, è la condizione dei proletari nel nuovo sistema capitalista). Diventare “adulti”, autonomi, è una cosa difficile, che pochi possono permettersi a “giovane” ma anche a “tarda” età. A volte si passa direttamente dall’adolescenza alla vecchiaia. I protagonisti del romanzo di Biagio sono i figli di questi proletari.
La formazione del gruppo musicale fa iniziare i racconti perché fa iniziare i cambiamenti dei protagonisti. “Siamo come i rassegnati dalla vita”, ma per girare pagina (“Basta con le panchine e i muretti, abbiamo girato la pagina.”) basta un ingaggio per suonare al matrimonio della figlia di un piccolo boss delle pulizie, con ricompensa di mille euro, “che diviso quattro fa duecentocinquanta, una bella cifra di ’sti tempi”.
Si tratta di cambiamenti fittizi, troppo legati a “’sti tempi”; si arriva alla fuga, passando da una bellissima performance di solidarietà ad una famiglia che aveva occupato un appartamento nel quartiere, senza il permesso né istituzionale né del boss locale.
Mi sembra che manchi, ad iniziare dal linguaggio e dalla “colonna sonora”, quell’immaginario necessario a produrre cambiamenti, anche quelli strettamente personali.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Biagio (e gli altri navigatori del blog). E poi, come hai potuto abbandonare il rock per il melodico?
Il romanzo, comunque, è molto bello; si legge con piacere.



Vincenzo Talerico

[1] Biagio Autieri, L’insolita rumba, edizione Isbn, Milano 2008, pp. 115, € 11,00.

29 settembre 2008

ACRISCRIVE


L’autrice del libro: “SOLO” dal mio punto di vista, presenta il nuovo lavoro:
“LA LEGGENDA DELLA TORRE” edito dalla Casa Editrice Runde Taarn.
Un romanzo ambientato nella città di Acri. Una grande storia d’amore e di amicizia tra verità e antiche leggende perdute nel tempo. Un puzzle di tasselli dispersi che fatalmente si ricompone, amalgamando passato e presente tra le pagine del racconto.
Un’intensa prova di scrittura dell’autrice Francesca Guido.
Una cifra stilistica che coinvolge il lettore scivolando sulle parole per dar corpo ai più profondi sentimenti dell’animo umano. Un libro da leggere d’un fiato, trascinati dalle vicende dei protagonisti che palpitano insieme alla loro umanità.



Runde Taarn





“Costruita sui ruderi di un antico castello, a sovrastare la città di Acri,
si erge la Torre di Padia, custode silente di un’arcana leggenda.
Gli anziani avevano tramandato uno strano racconto:
‘Na rumanza come dicevano i nonni.
Nelle lunghe sere d’inverno, davanti alla fiamma del camino acceso,
si narrava che…”

Mille ricchezze percorrono ogni giorno le nostre anime
più importanti di mille tesori.
Dagli occhi di un vecchio, di una donna o di un bambino
arrivano dritte ai nostri cuori.
In alcuni si fermano, in altri no.



Francesca Guido

24 settembre 2008

GIALLO A BISIGNANO (in libreria)




All`ombra del Castello
(Boopen Editore)
di
Giulio Dugi



In un caldo lunedì d'estate, nel piccolo paese di Bisignano, avviene un assassinio del quale non è subito chiaro il movente. A svolgere le indagini sarà il maresciallo Grossi, comandante della locale stazione dei Carabinieri, con l'aiuto del leale brigadiere Guarnotta. Saranno in grado di svelare l'identità dell'assassino ed il motivo per cui ha compiuto l'ignobile gesto?

7 settembre 2008

ACRI SCRIVE



Su "XL" di settembre, magazine di "La Repubblica", trovate una recensione di Marco Philopat sul romanzo di Biagio Autieri "L' INSOLITA RUMBA", in uscita da ISBN Edizioni l'11. Ad Acri, chi è interessato, può trovarlo presso la libreria "Germinal".



LA REDAZIONE

2 settembre 2008

ROCK 'N' ROLL...BANGS!




Leggere Lester Bangs è come trascorrere una sbronza tra amici invasati, belle ragazze in minigonna e spogliarelli sotto la neve, magari finendo a fare sesso. Ma non solo questo, Lester è partecipe della mia adolescenza, della mia formazione musicale, del mio scrivere a volte gonzo, della mia passione per il rock and roll e per quel gesto incontrollato che è la parola! Un omaggio a lui in questa fine estate, al ricordo di voler diventare astronomo e... in qualche modo le stelle le ho viste ugualmente!


Angelo Sposato




Lester Bangs, Guida ragionevole al frastuono più atroce, Minimum Fax, Roma 2005(edizione italiana dell'antologia postuma Psychotic Reactions and Carburetor Dung, a cura di Greil Marcus, 1987)Introduzione di Wu Ming 1



A essere sinceri sono tanto alienato e schifato da chiedermi se davvero voglio fare qualcosa nei prossimi anni. Vedi, la questione è: sta diventando tutto come la rivista People. Tutta la radio, tutta la stampa, tutto quanto sta diventando così, anche l'industria editoriale. Ieri parlavo col mio agente e gli ho chiesto: "Pensi che di questo passo l'unica cosa vendibile sarà la biografia-marchetta di una celebrità?" e lui ha risposto: "Non lo so". Capisci, io me ne sto qui e mi chiedo se, come scrittore, non sarebbe meglio lasciar perdere tutta questa roba. Non mi metto certo a fare sviolinate strappalacrime, perché, come ho detto prima, so che mi è andata bene, non devo alzarmi la mattina e andare a lavorare in fabbrica dalle nove alle cinque o qualcosa del genere. E ho delle entrature, e tante altre cose, quindi non dovrei fare pena a nessuno. Ma allo stesso tempo, tutti quelli che conosco sono completamente alienati, scoglionati, nauseati da tutto, e so che gran parte di quelli che lavorano nei media e ci propinano questa roba sono alienati come lo è il pubblico. Il pubblico compra solo perché non gli viene offerto qualcos'altro. E, personalmente, mi chiedo quando la gente comincerà a dire "No! Mi rifiuto, non ne voglio più!" (Lester Bangs, intervista a News Blimp, 1980)

Santo beatnik, Lester. Critico maudit, pazzo genio della scrittura gonzo, visse veloce d'arte e d'amore, incarnò lo spirito del rock'n'roll, morì giovane e povero etc. etc. Di là dall'Atlantico, dopo anni di 'sti clichés, c'è chi riflette su Lester in modo nuovo. Qui da noi tocca invece attraversare quella fase, da zero come fosse appena morto, ché ben poca gente sa chi sia 'sto Lester Bangs. Sfortunato, Lester, in Italia. Articoli in oscure fanzine che li conti sulle dita d'una mano, e poche traduzioni cagnesche, che dico, ringhianti in faccia al lettore tant'erano brutte. Niente di più. Urge dunque un po' di lavoro sporco. Clichés rigorosamente tra virgolette: Leslie Conway Bangs detto "Lester" (1949-1982), il critico rock più influente ("seminale") "di tutti i tempi" (non c'è gara, non c'è mai stata). Scrittura influenzata da Kerouac e Burroughs. Sul finire dei Sixties, con Richard Meltzer e Nick Tosches ("the Noise Boys") si mette di gran lena a "gettare le basi" della critica rock "militante" ("in anticipo di ben quattro mesi e mezzo su chiunque altro", dirà Meltzer). In pochi anni, Lester entra nell'empireo del New Journalism, per capirci: Tom Wolfe, Gay Talese, George Plimpton, ancorché più giovane di tutti costoro e in posizione defilata, nel "sotto-genere" gonzo (narrazioni picaresche imbottite di sostanze psicotrope), capostipite Hunter S. Thompson, e nel gonzo dentro un ulteriore sotto-genere, lo scrivere rock (che non è semplicemente lo scrivere di rock). Grafomane panatlantico, viene pubblicato su Rolling Stone, Creem, NME e il Village Voice. Canta in diverse band e incide qualche disco (mentre scrivo ascolto Jook Savages on the Brazos, Lester Bangs and the Delinquents, mp3 a 128k trovati su una scarna pagina web).Nel mondo di favella inglese è una "leggenda", Lester, canonizzata nell'antologia postuma che avete tra le mani (1987, a cura di Greil Marcus), nel film Almost Famous di Cameron Crowe (2000, Lester interpretato da Philip Seymour Hoffman), nella biografia Let It Blurt scritta da Jim DeRogatis (2000) e in un'antologia più recente, Mainlines, Blood Feasts and Bad Taste (2003, a cura di John Morthland). Ultimi trivia. Lester figura in una canzone dei REM: It's the End of the World As We Know It (And I feel fine) E' menzionato accanto a Leonard Bernstein, Leonid Breznev e Lenny Bruce, lo scenario è una festa di compleanno. Poi ci sono i Ramones di It's Not My Place. Lester è nominato accanto a Phil Spector, Jack Nicholson e Clint Eastwood. Curioso che entrambe le band chiamino in causa Lester per parlare del mondo e del mondano, in versi composti di nomi di VIP. Non è mica un VIP, Lester, è anzi l'outsider perenne, ostile a qualunque door policy e buttafuori. Piuttosto che entrare nel club "esclusivo" s'unisce agli esclusi sul marciapiede, fraternizza coi respinti dal dress code.Lester ha/incarna un'idea del rock'n'roll comunitaria, democratica, solidaristica. Nemico d'ogni pretenziosità e solipsismo, fa a pugni con lo zeitgeist degli anni Settanta, negli Usa (e nel rock) periodo di Restaurazione come dopo il Congresso di Vienna: parrucconi incipriati, verticismo, culto della celebrità, virtuosismo "progressivo" fine a se stesso... "Peccato che ti sei perso il rock", dice Lester a William Miller all'inizio di Almost Famous.Lester contrasta la Restaurazione esplorando, procedendo a tentoni, vagando nella notte in cui tutto il rock è grigio. Propugna "altri concetti di bellezza", glorifica "il frastuono atroce" fin quasi a condividere l'hobby di Stan Murch, personaggio dei romanzi di Donald E. Westlake. Murch compra e ascolta solo dischi con rumori di auto in corsa: accelerano, scalano di marcia, rallentano, arrivano vicino, di nuovo s'allontanano. E' nel mood più oscuro dell'epoca sentire sinfonie dentro Metal Machine Music. Perlomeno, Lou Reed è convinto di avercele messe.
Sa scrivere, Lester. Da piccolo scrive sequel alle storie di Verne, Stevenson, Dumas. Prima adolescenza, si tuffa nella letteratura di genere, fantascienza soprattutto, space operas, roba osteggiata dalla madre testimone di Geova: la Bibbia non parla di vita su altri pianeti, quindi non ce n'è, fine del dibattito. La scoperta della Beat Generation ha il prevedibile effetto disinibente. Intendiamoci, le solite cose: scrittura automatica, fame d'esperienza, tendenza a "innamorarsi all'istante" (del mondo, di una donna, di una canzone), voglia di scrivere "come un danzatore che agita il culo", tristezza quando il mondo delude le aspettative. Ma comprimete tutto questo nella recensione di un LP, massimo tre cartelle, e avrete una cosa diversa, lo stile che apre a Lester le porte di Rolling Stone. Su quelle pagine scriverà il necrologio di Kerouac, e il cerchio potrebbe anche chiudersi.Ma non si chiude. Dopo un po' Rolling Stone gli va stretta, inoltre il direttore Jann Wenner lo caccia (non parla bene dei dischi dei VIP), rieccolo a Detroit, la città di Creem, rivista più free-form con cui può andare a briglia sciolta. Da quelle pagine impone l'uso delle espressioni "punk rock" e "heavy metal". Scrive di Mingus e di free jazz: Albert Ayler, l'ultimo Coltrane. Recupera la British Invasion versante "duro" (Troggs e Yardbirds) e il garage rock più oscuro modello Count Five. Analizza il rock-blues malàrico e sghembo alla Captain Beefheart. Idolatra i Velvet Underground, o meglio, Lou Reed: acquitrini d'inchiostro sul loro "rapporto di amore/odio". Fa di Stooges e MC5 due cavalli di battaglia. S'addormenta ogni notte ubriaco con Iggy o i Black Sabbath in cuffia. La metà dei Seventies lo trova non poco scoglionato, c'è siccità nel mondo del rock. Si sposta a New York in cerca di una fonte, e la trova: pianta le tende nell'oasi del CBGB's: Ramones, Television, Voidoids, Patti Smith Group. Pian piano si scosta dalla scrittura spontanea, s'avvicina di più al modello dello scrittore stone cutter, che lima, cancella, riscrive, cesella. Non proprio la "fatica nera" d'un Fenoglio, ma nemmeno il rotolo di carta di On the Road. Non è il solo: Richard Meltzer afferma di scrivere ormai "più lento della merda ghiacciata".La "grande truffa rock'n'roll" è l'ennesima ustione all'anima. "Ogni decennio un auto-raggiro", così riassume la propria vita. Gemebondo, batte le vie di Manhattan e indaga sulle morti di Sid & Nancy. Scopre di far parte della schiera dei carnefici. Prova a trasferirsi in Texas ma cambia idea. Vuole disintossicarsi da alcool, speed e romilar. Alle serate degli Alcolisti Anonimi c'è anche Lou Reed. L'età della fattanza da ribelle/"maledetto" è finita, o almeno dovrebbe. Certe cose divertono se le scrive Bukowski (a volte, nemmeno sempre), ma scritte da uno qualunque dei millanta epigoni sparsi per l'Orbe... Il mercato dell'attenzione è saturo e farcito di dejà entendus. Il ribelle/"maledetto" è animale da sacrificio per i fighetti, che gli caricano la molla e vivono, tramite lui, trasgressioni vicarie. Infine il punkabbestia torna da papà, ed è pure questo un cliché nauseabondo, tanto che fa schifo enunciarlo. "Basta con le stronzate sull'amare la morte, una persona ha il dovere di trarre il meglio dalla vita", scrive Lester. C'è chi lo liquida con la parola tabù: "moralista". Sempre più sovente fanno capolino nella sua prosa parole come "decenza" e "integrità". Il "nihilismo" è il nemico ed è bello avere un cuore, ma iniziano gli anni Ottanta, decennio antisociale anzichenò. Comincia l'era del videoclip e di MTV, trafficante di celebrità immeritate. "Il videotape è freddo", dice Lester. Come lui la pensa Jack Horner in Boogie Nights: "Se si vede di merda, e si sente di merda, allora dev'essere merda".Parla di andare in Messico a scrivere "il suo romanzo", Lester, e pare non poterne più del rock. Eppure durante un incendio, fuggito di casa in mutande, ci ripensa e di corsa rientra. Per salvare che? La sua copia di Metal Box dei PIL.Poi muore.Non nell'incendio, s'intenda. Per cause sconosciute. Si dice sia colpa del Darvon, un tranquillante. Boh. Molti anni dopo Jim DeRogatis mostrerà a un luminare il referto dell'autopsia. "Frettoloso e superficiale", è il referto sul referto.
La critica al "culto di Lester" inizia ben presto. "All'indomani della sua morte, molti cercarono di mostrare che abbaiava ma non mordeva" (Meltzer). Si confonde lo stile di Lester con le sbrodolate d'inchiostro dei molti epigoni, che di lui non hanno capito niente. "Non imitate me", consigliava agli aspiranti critici rock. Difatti, non è quella l'eredità di Lester. E qual è, di grazia? Alcuni anni fa un personaggio della bohème bolognese utilizzava a scopo intorto una frase d'apertura: "Parlami un po' di me. Puoi anche esprimerti con parole tue". Che ricorda un po' una celebre battuta, forse di Cochi Ponzoni: "Ma lo sa che lei è sempre stato un mio grande ammiratore?" La "rockstar", il "divo", la "celebrità", ci ordinano di parlare di loro, lo fanno con la loro telepresenza e propaganda mercantile (quello hype che secondo Lester era "il nemico n.1"). L'industria culturale rende l'opera secondaria rispetto al personaggio, vende quest'ultimo e in subordine la prima. L'Autore diventa Autorità, la quale appunto dà ordini.Lester combattè una guerriglia incessante per riportare al centro della riflessione la musica, l'opus, e ridimensionare chi la suonava. A ragione, considerava l'artista un tramite, un intermediario, latore di una testimonianza, uno che svolge una funzione sociale. L'immagine della "rockstar" è l'esito dell'autonomizzazione del testimone rispetto alla testimonianza che reca. Il culto della celebrità è un "feticismo dell'intermediario". Parlando dei Led Zeppelin, degli Stones, di Elvis, Lester cartografava (talvolta letteralmente) i gradi di separazione tra artista e pubblico. I vari Presley, Jagger o Plant vedevano la comunità umana allontanarsi sugli orli di cerchi concentrici sempre più larghi. Svariate volte, negli scritti bangsiani, ricorre la metafora della rockstar come colui o colei che si costruisce il proprio campo di concentramento. E' quello che ha cercato di dire Roger Waters in The Wall: c'è qualcosa di fascista, nel rock. Il concerto rock come comizio nazi (In the Flesh) e l'impossibilità di uscire dal meccanismo: "Stop! / Voglio andare a casa, / togliermi quest'uniforme e mollare lo show / Ma sto aspettando in questa cella perché devo sapere: / sono stato colpevole per tutto questo tempo?". Non a caso Lester usava espressioni come "fascismo edonista" e "divertimento forzoso". L'obbligo a sembrare felici è tipico delle società totalitarie, quella dei consumi lo è fuor di ogni dubbio e, quanto ai consumi giovanili, non c'è ambito in cui il totalitarismo sia più denso e colloidale.
Lester sottoscriverebbe senz'altro le osservazioni del filosofo e psicanalista Miguel Benasayag:
Quando seguiamo le istruzioni e facciamo di tutto per arrivare a quello che ci è stato proposto come modello di felicità, siamo doppiamente infelici, perché il risultato atteso non si produce. La famosa frase: 'ha tutto per essere felice' non significa nulla. Non esiste un tutto oggettivo da cui può emergere la felicità. Non va dimenticato che le immagini identificatorie sono anche disciplinari. Nel nome della felicità diamo forma a una società fortemente disciplinata [...] L'attuale ricerca della felicità è liberticida è distruttrice, perché vissuta a livello individuale, come se intorno non esistesse più nulla.
"Una rockstar è solo una persona", ripeteva Lester. Serbava rancore nei confronti del punk perché non aveva mantenuto la promessa, non aveva rimosso le barriere. In seguito l'hardcore ebbe una forte spinta egualitaria, ma Lester morì agli albori di quel movimento. In ogni caso, anche l'hardcore perse la sua spinta propulsiva, diventando settario e nihilista o degenerando in musica frivola e insincera. Chissà poi che direbbe Lester della figura del DJ, divenuta oggetto di un'insensata reverenza, altrettanto e più divo di molte rockstar. Un tale che mette dischi! Non vi è dubbio che questo rappresenti un tradimento degli assunti egualitari, orizzontali e do-it-yourself alla base dell'esplosione house e techno tra anni Ottanta e Novanta. E la critica rock? Il culto della celebrità l'ha seriamente compromessa, oggi è principalmente un accessorio del consumo, con poche eccezioni.Per fortuna il consumo stesso sta cambiando, le vecchie modalità vengono spazzate via, l'industria del disco ha da cambiare o tirare le cuoia. L'artista viziato non può più vivere di rendita, ha da sbattersi, carburare a olio di gomito, riscoprire l'umiltà. In pratica, scarpinare e suonare, tornare a essere trovatore itinerante, cantastorie... latore di una testimonianza. Questo può abbattere le barriere, o renderle aggirabili, morte vestigia di un'epoca trascorsa. Forse il P2P sta finendo il lavoro cominciato dal punk.Mentre un potenziale di liberazione scalpita per esprimersi, la vecchia cultura indugia nella decadenza, la liturgia del rock è sempre meno credibile e più raffazzonata. Gli Oasis erano già una caricatura, che dire oggi dei Libertines? Siamo ancora alle pose da ribelli e bei tenebrosi mezzo secolo dopo il morso del primo verme al cadavere di James Dean? Jon Spencer sarà anche bravo, ma si crede Elvis, ed Elvis era già un cazzone, figurarsi i tardivi epigoni. Insomma, le rockstar sono ridicole come mai prima, a vent'anni sono già dinosauri, a trenta son già pronti per il paleontologo. In un simile contesto, messaggio e attitudine di Lester Bangs tornano attuali, finalmente liberi dalla camicia di forza degli stereotipi "maledettisti".Non c'è migliore occasione per conoscere Lester. Chi s'avvicina a lui per la prima volta ne tragga l'energia per le battaglie quotidiane e la forza per dire quei "No!" che, oggi più di ieri, sono imprescindibili.



Wu Ming 1, settembre 2004