26 marzo 2009

IL SOLE DEL MATTINO


Finestra spalancata, il sole inondava la stanza della luce sfrontata del mattino. Mia madre se ne stava a sprimacciare materassi e cuscini e a lustrare tutto di gran lena. Sul viso lo sguardo di sposa felice ed una ruga sconosciuta. Io, a bocca chiusa, per la cocciutaggine di non voler mostrare i denti mancanti. …Santa pillonia mia,/ te’ u viecchju e dammi u nuovu,/ fortu cumu nu chiuovu/ e jancu cumu na corchja i guovu. Nelle gambe un’ebbrezza bambina, a strappar gerani dai vasi, a far fracasso. Per noia, semplicemente per dispetto. Ogni cosa mi vinia ‘nzustu, a quell’età. Mia madre a perdere la pazienza ed a sbraitare: «ha’ finitu ccu ssa mmugghina? Stasira quanni si ricoglia patritta facimi i cunti!»
In un cantuccio la radio. Rigorosamente spenta. Come in castigo. Solo mio padre, di tanto in tanto, l’accendeva. Come per farla tornare a rivivere. Mia madre spolverava la gondola, con il suo bel gondoliere in miniatura, che poco tempo prima aveva assurdamente spostato dal televisore sopra la radio. La tivù l’aveva avuta vinta.
Preso per mano da nuova curiosità io sollevavo il coperchio, quasi volessi scoprire il tesoro che nascondeva quella benedetta radio magnadyne md 6142. Mia madre a dirmi di non toccarla nemmeno e d’andare fuori a giocare piuttosto. Io a farle il muso e lei a sorridermi con malcelata premura. I miei occhi a sfiorarla con una malizia nuova, d’adulto. Il suo vestito a fiori. I capelli raccolti a crocchia. I suoi trent’anni.
Sul finire dell’anno scolastico, il mio compagno di classe mimmo a chiedermi: «ma tu, ce l’hai la radio?» Io a rispondere piccato che certo che ce l’avevo madoninna santa! Tacevo il fatto che quella radio avesse pure un giradischi e che, di nascosto e dopo ripetuti tentativi, ero riuscito pure a farlo funzionare. L’ascolto integrale d’una truculenta storia su un vecchio 45 giri sette stelle, la triste fine di una bimba di giuseppe ricotta, a dissuadermi da ulteriori maneggiamenti. Lo scricchiolio del vinile ad accompagnarsi all’apprensione risvegliata da quella voce colpevole, nella nitida percezione d’un inspiegabile e morboso assassinio.
Non ricordo con precisione quando superai quei miei timori. Mimmo, il mio compagno di classe, m’aveva raccontato che su in paese avevano messo su una stazione radio e che trasmetteva già da un bel po’ canzoni e tutto il resto. Una radio “libera” insomma. Una libertà, al giorno d’oggi, miseramente disertata. Io accendevo la radio, giocando con la banda effemme, ma non capivo. Il mio sguardo disegnava dei colori riarsi di terra bruzia la linea dell’orizzonte. Le trebbiatrici e i campi di grano. Gli ulivi ritorti e fronzuti. Il sole ad incendiare le vigne. Le cicale a stordire. Di là dalle colline, stravaccato e fiacco, il paese. Ed io incredulo a chiedermi come diavolo facessero tutti quei suoni ad uscir fuori dall’altoparlante gracchiante del mio vecchio macinino.
Da lì a qualche giorno incominciai a tormentare mia madre con l’insistente richiesta d’una nuova radio. Magari con il registratore a cassette, le dicevo. Passò del tempo prima che quella richiesta fosse accolta. Era di nuovo estate quando finalmente arrivò. Un regalo per la promozione acciuffata, forse. Tutta l’estate non me ne staccai. Tra i rami panciuti e goffi del fico davanti casa il frinire delle cicale ad eclissarsi. “Che calore che calore/ comme coce ‘o sole”, cantava un bluesman dal dna spiccatamente napoletano. Accendevo la radio e l’altalena dei miei sogni mi faceva già grande. In un battito d‘ali avevo trent’anni. Mia madre a sbuffare e rimproverarmi che non mi avrebbe comprato più le pile. Io a non sentirla nemmeno. Bastava che alzassi il volume e cancellavo ogni rampogna. La curiosità divorava famelica ogni briciola di noia. La fuori c’era un mondo che si raccontava.
Tutti i santi giorni di quell’estate a giocare con la magia di quei tasti: (REVIEW), (CUE), PLAY , REC, PAUSE, STOP. La prima canzone che registrai, maledicendo quel cretino di conduttore che ci aveva parlato sopra, fu “because the night” di patti smith o almeno così, col senno di poi, mi piace credere.

Rosario Lombardo

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ed il mondo oggi non si racconta più.
Oppure siamo noi che non abbiamo le orecchie per sentirlo?

Anonimo ha detto...

Probabilmente ci sono così tanti stimoli che anche un orecchio sensibile ha difficoltà. Per esempio non so quanti cosentini sanno che esiste una scena musicale nella nostra provincia tutt'altro che disprezzabile, eppure le radio preferiscono ignorarla, e seguire il mainstream. L'informazione, per rimanere alle radio è solo flash. La deriva di Internet è Facebook. Il televoto impazza. L'ultimo romanzo che ci racconti la Calabria di oggi ancora io l'aspetto. Le televisioni indossano il vestito buono pensando di parlare a dei turisti di passaggio. Il linguaggio degli essemmesse te lo ritrovi dappertutto. E ci sarebbe altro da dire , ma forse lo ho già in altre occasioni.