Il Corriere della Sera
Aldo Grasso
27 marzo 2009
L'orazione civile di Saviano da Fazio
«Il pm Ingroia critica Saviano “professionista dell’anticamorra” e si fa intervistare da Klaus Davi»
Finalmente il Servizio pubblico ha fatto il suo dovere, spero che il neo presidente Paolo Garimberti ne tenga conto. Ospite di Fabio Fazio a “Che Tempo Che Fa”, Roberto Saviano ha pronunciato un'orazione civile, come ai tempi di Marco Paolini nella famosa rievocazione della tragedia del Vajont (Raitre, mercoledì, ore 21.10). Quella di Saviano, infatti non è stata una semplice, se pur dura, requisitoria contro la camorra. No, è stata qualcosa di più: teatro, lezione sui media, recital, inchiesta. Al culmine dell'indignazione c'è stata persino un'interruzione pubblicitaria, a sancire il carattere epico-mediatico del sermone. E, del resto, nel corso della serata Saviano ha rivendicato il suo diritto di scrittore, non di cronista.
La voce contro il silenzio: la tesi principale di Saviano è stata proprio questa. Nonostante buona parte della nostra vita si svolga in un ambiente dominato dai media, la criminalità organizzata «vive di un silenzio spesso colpevole perché non permette al Paese di capire cosa sta succedendo». E la parte più interessante della serata è stata quella dedicata all'analisi dei giornali locali che dimostrano, almeno nella titolazione, una strana confidenza con il mondo dei boss (ma l'Ordine dei giornalisti, spesso così sensibile alle piccole beghe fra colleghi, non è mai intervenuto?).
Roberto Saviano fa una vita da recluso, protetto giorno e notte da cinque carabinieri. Non nasconde la sua paura. La camorra aspetta solo che finisca nel dimenticatoio, che la luce si spenga (la luce dei media, la luce della visibilità, la luce della giustizia) per regolare i conti. Per questo bisognerebbe meditare a lungo sulle parole che lo scrittore Paul Auster, presente in studio, gli ha detto: «Il mondo è la pagina che scrivi». P.S. Il pm di Palermo Antonino Ingroia ha sentito il bisogno di invitare Saviano a non diventare un professionista dell’antimafia. Detto da uno che si fa intervistare da Klaus Davi, come fosse un'Alba Parietti qualsiasi.
Aldo Grasso
27 marzo 2009
L'orazione civile di Saviano da Fazio
«Il pm Ingroia critica Saviano “professionista dell’anticamorra” e si fa intervistare da Klaus Davi»
Finalmente il Servizio pubblico ha fatto il suo dovere, spero che il neo presidente Paolo Garimberti ne tenga conto. Ospite di Fabio Fazio a “Che Tempo Che Fa”, Roberto Saviano ha pronunciato un'orazione civile, come ai tempi di Marco Paolini nella famosa rievocazione della tragedia del Vajont (Raitre, mercoledì, ore 21.10). Quella di Saviano, infatti non è stata una semplice, se pur dura, requisitoria contro la camorra. No, è stata qualcosa di più: teatro, lezione sui media, recital, inchiesta. Al culmine dell'indignazione c'è stata persino un'interruzione pubblicitaria, a sancire il carattere epico-mediatico del sermone. E, del resto, nel corso della serata Saviano ha rivendicato il suo diritto di scrittore, non di cronista.
La voce contro il silenzio: la tesi principale di Saviano è stata proprio questa. Nonostante buona parte della nostra vita si svolga in un ambiente dominato dai media, la criminalità organizzata «vive di un silenzio spesso colpevole perché non permette al Paese di capire cosa sta succedendo». E la parte più interessante della serata è stata quella dedicata all'analisi dei giornali locali che dimostrano, almeno nella titolazione, una strana confidenza con il mondo dei boss (ma l'Ordine dei giornalisti, spesso così sensibile alle piccole beghe fra colleghi, non è mai intervenuto?).
Roberto Saviano fa una vita da recluso, protetto giorno e notte da cinque carabinieri. Non nasconde la sua paura. La camorra aspetta solo che finisca nel dimenticatoio, che la luce si spenga (la luce dei media, la luce della visibilità, la luce della giustizia) per regolare i conti. Per questo bisognerebbe meditare a lungo sulle parole che lo scrittore Paul Auster, presente in studio, gli ha detto: «Il mondo è la pagina che scrivi». P.S. Il pm di Palermo Antonino Ingroia ha sentito il bisogno di invitare Saviano a non diventare un professionista dell’antimafia. Detto da uno che si fa intervistare da Klaus Davi, come fosse un'Alba Parietti qualsiasi.
La Stampa.it
Fabrizio Rondolino
27 marzo 2009
Un gadget chiamato Saviano. Può la lotta alla camorra diventare “una moda”?
Fu Alessandro il Grande a generalizzare un uso fino allora limitato a qualche re d’Oriente, e a imprimere il proprio volto su tutte le monete dell’impero. Molti secoli dopo, George Washington proibì fermamente, lui vivo, il conio di monete che lo raffigurassero: gli pareva cosa indegna di uomini liberi. Si potrebbe dunque azzardare che i despoti amano trasformarsi in immagine, personaggio, icona, mito; gli uomini democratici preferiscono l’anonimato e privilegiano il simbolo, o l’istituzione, o il principio. La virtù pubblica dell’America rivoluzionaria consentiva una certa libertà interiore; la nostra epoca è piuttosto incline alla soddisfazione generosa dei bisogni e alla schiavitù.
Per questo, probabilmente, cerchiamo il nostro Spartaco: meglio ancora se con il fascino di Kirk Douglas. Di fronte all’immagine del tiranno - non importa se sia vera: non più di quanto importi se una paura sia fondata, o un amore ricambiato - abbiamo bisogno di un’immagine contraria, di un supereroe che combatta per noi. Il supereroe non può vincere fino in fondo, non può debellare le radici del male: la mitologia popolare è raffinata nel suo votarsi alla subalternità perenne. Il male torna sempre, epperò torna anche il supereroe: e in questo dimora la speranza dei deboli - che, marxianamente, si potrebbe scoprire essere una forma di alienazione - di fronte all’arbitrio dei forti.
Roberto Saviano appartiene alla categoria dei supereroi, ed è abbastanza smaliziato e moderno per rendersene conto con disinvoltura. L’altra sera ha sbancato l’Auditel e ha vinto la prima serata con 4,5 milioni di spettatori. Lui stesso si è definito un’«operazione mediatica», e ne ha rivendicato il vantaggio, auspicando che la lotta alla criminalità organizzata diventi una vera e propria «moda».
«Piace alla gente che piace»: con questo slogan la Lancia Y10 si affermò come prima utilitaria di lusso. La figura del testimonial esisteva almeno dai tempi di Alessandro, come abbiamo visto, ma quello spot segnalò un bizzarro cortocircuito nel momento in cui chiamava la verità con il proprio nome. Che significa infatti «piacere alla gente che piace»? Significa non valere nulla, se non per la luce riflessa del testimonial (o del protettore) di turno.
Saviano è una cometa che attraversa il firmamento dei media portando la speranza anziché la sciagura, ma la sua luce è quella del sole che lo illumina, e senza il sole sarebbe un pezzo di roccia che rotola in cielo. E infatti l’altra sera, nel sacrario della sinistra commossa amministrato da Fabio Fazio, a tessere le lodi di Saviano c’erano due stelle della letteratura, Paul Auster e David Grossman. Saviano tuttavia non è un grande scrittore: è un testimonial (senz’altro della parte migliore del Mezzogiorno) che si percepisce e si offre come feticcio, come gadget - come «moda», appunto.
Leopardi aveva intuito una stretta parentela fra la moda e la morte: «Tutte e due siamo nate dalla Caducità», dice la prima alla seconda. E poco dopo: «Tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù». È proprio questo il punto che non dovrebbe sfuggire a Saviano: la moda dell’antimafia non aiuterebbe la giusta causa della lotta all’illegalità, più di quanto le magliette di «Che» Guevara abbiano aiutato Bertinotti a rientrare in Parlamento; né si può ragionevolmente sostenere che il successo planetario dei Soprano, la serie tv il cui eroe assoluto e commovente è un violento capomafia, abbia indotto l’Fbi ad abbassare la guardia, o abbia incrementato le reclute di Cosa nostra. (A casa nostra una micropolemica s’innescò l’altr’anno in occasione della fiction di Canale5 Il capo dei capi, giudicata troppo favorevole a Totò Riina: ma il trionfo della Piovra, molti anni prima, non aiutò Falcone a salvare la pelle.)
In una polemica famosa, Leonardo Sciascia un giorno se la prese con i «professionisti dell’antimafia». Recensendo il libro di uno storico inglese che indagava sull’uso politico dell’antimafia da parte di una corrente, poi destinata a prevalere, del fascismo siciliano, Sciascia osservò come un sindaco (Orlando) potesse mettersi al riparo di ogni critica per il solo fatto di professarsi contro la mafia, e come un procuratore (Borsellino) potesse scavalcare altri in graduatoria per il solo fatto di essersi occupato di mafia.
La polemica fu violenta, ma probabilmente Sciascia aveva ragione. L’altro giorno il pm antimafia Antonio Ingroia ha esplicitamente invitato Saviano a «liberarsi dal personaggio che gli è stato appiccicato addosso, icona del professionista anticamorra». Saviano sembra invece volerne approfittare, a fin di bene s’intende, giudicandosi più forte della macchina che l’ha creato, dei giornali che lo osannano, delle telecamere che ne scandagliano benevole il primo piano, ma che oggi stesso potrebbero con la stessa disincantata facilità preferirgli gli amori di una velina o gli umori di un calciatore.
INVIATO DA ROSARIO LOMBARDO
5 commenti:
Ho visto la trasmissione e condivido in pieno le critiche mosse da Saviano alla stampa.
E più vai avanti nella lettura di Gomorra più ti rendi conto che lo Stato non è altro che una parola vuota,una grande e pomposa bugia.
il Manifesto 28 marzo 2009
Alessandro Robecchi
Quando Berlusconi faceva ridere
Che il pensiero unico del leader unico si trasformi in partito unico non può stupire. Che la cerimonia diventi una cosuccia imperiale sospesa tra Bokassa e «Ok il prezzo è giusto» nemmeno, perché la sostanza culturale è quella, e lo sappiamo. E dunque nel giorno dell'incoronazione del monarca della libertà (la sua), ciò che fa veramente stupore e ci annichilisce è il candore disarmante di chi poteva impedire tutto questo, e non lo fece. Di chi ricorda oggi senza rabbia e senza vergogna, con immutato candore, errori di dimensione storica, però raccontati e stigmatizzati con la leggerezza dell'aneddoto curioso.E si parla dunque qui, come avrete capito, di George W. Violante, il prestigioso dirigente democratico (Pci, Pds, Pd, e succ. mod.) che si comporta esattamente come l'originale, quel poveretto di George W. Bush. Bush, l'uomo che dopo aver devastato il devastabile e fallito tutto il fallibile disse... ops, mi sono sbagliato. Ecco, in una gustosa intervista pubblicata ieri dal Corriere della Sera, George W. Violante dice proprio questo: perdindirindina! Non capimmo, non vedemmo! La prendemmo a ridere! Quando il cumenda della tivù scese in campo noi pensammo: «Come si permette di irrompere nella nostra politica in modo così sgrammaticato?». Mette oggi una discreta rabbia questo insulso fatalismo di George W. Violante, rivela dosi di imperizia, incapacità di lettura della realtà, ignoranza dei fenomeni sociali, e in sostanza di incapacità politica che potrebbero ammazzare un cavallo. E pure un paese. Nessuno capì. Nessuno vide. Ci racconta Violante che «Pecchioli qualcosa intuì», che forse D'Alema vagamente annusò. Tutto qui: nessuna delle grandi menti luminose e progressive del grande Pci seppe prevedere quel che sarebbe seguito: 15 anni di rovinose sconfitte, il cambiare degli equilibri in senso storico, un'egemonia culturale fatta di Grandi Fratelli e Marie De Filippi. Ed è solo l'inizio. Ops!... mi sono sbagliato, dice George W. Violante. E insieme a lui tutti gli altri. Si sbagliarono quelli dei patti scellerati che promettevano l'intangibilità della fabbrica del consenso berlusconiano (le tivù non saranno toccate, sempre Violante). Si sbagliarono i George W. D'Alema che andarono a Canossa, provincia di Cologno Monzese, a tranquillizzare i boss del Biscione che la loro azienda era comunque una «risorsa per il paese» (e quelli, geniali, li ricevettero negli studi di Stranamore!). Si sbagliò, più volte e più di tutti, George W. Veltroni, la cui sconfitta ha dimensioni che solo gli storici - forse - avranno il coraggio di affrontare. E insieme si sbagliarono tutti gli altri, uniti (salvo i defunti) da un unico, indissolubile e innegabile filo resistentissimo che ne lega i destini: stanno ancora tutti lì. Cioè, per capirci: quelli che, come racconta George W. Violante, «pensammo a una cosa poco seria», quelli che «noi ironizzavamo», quelli che «ci credevamo poco», dopo un errore così spaventoso che costa al paese una ventina d'anni di peronismo per gli acquisti, stanno ancora tutti lì. Al loro posto, in Parlamento, in ruoli di altissima responsabilità, dirigenti, padri nobili, osannati, citati e letti (e pubblicati quasi sempre dalle case editrici di proprietà di Berlusconi, peraltro). Dopo un errore così monumentale, che ci è costato tanto, che ci perseguiterà ancora per anni, e dopo la sua così candida ammissione, che fare di tutti questi George W.? Non siamo in Giappone, il suicidio rituale non ci piace. Ma almeno andarsene in silenzio, tacere, vergognarsi un po' della propria incapacità - anziché trasformare in aneddoto la propria dabbenaggine - sarebbe consigliabile. Ops, ci siamo sbagliati! Pure noi, tutti, a non farli sloggiare quindici anni fa. Una prece.
COMPUTER COME DROGA PER ITALIANI
Per 70% under 55 uso per oltre 2 ore e' normale, sondaggio
(ANSA) - ROMA, 28 MAR - Per gli italiani il computer 'e' come una droga'. L'allerta della 'dipendenza da pc' arriva dalla presidente dell'Eurodap Paola Vinciguerra. Da un sondaggio web sul sito dell'Associazione europea disturbi da attacchi di panico e' emerso che per il 70% degli intervistati under 55 anni usare il pc, al di la' del lavoro, per oltre 2 ore al giorno, e' normale e sano. Solo il 15%, di eta' 55-75 anni, ne fa un uso piu' moderato e non considera il pc un miglioramento per i rapporti sociali.
Italietta provinciale, una risata ti seppellirà
A "Leggere per non dimenticare" incontro con l'autore di "Breviario comico"
di Fulvio Paloscia
Michele Serra Sei anni della nostra storia raccontati a colpi di satira. Dal 2002 della riforma Moratti al 2008 della nascita dello stato del Kosovo. E poi le gesta di Berlusconi e di Ratzinger, le perversioni sanremesi e quelle televisive, la criminalità organizzata, i premi letterari e You tube. Sei anni da ridere, «spesso lo faccio anche io, a voce alta, quando scrivo queste cosette. Roba da analista» dice Michele Serra.
Le «cosette» sono gli scritti di «Satira preventiva», la rubrica su L´Espresso: Serra li ha riuniti in un volume, Breviario comico, edito da Feltrinelli, che presenta domani alla Biblioteca delle Oblate (v. dell´Oriuolo 26, ore 17.30) ospite di «Leggere per non dimenticare». Con un appello ai lettori: «Siate felici, e se non ce la fate cercate almeno di essere allegri. Mi permetto di dissentire dal maestro Fo: non è vero che "il nostro piangere fa male al Re". E´ il nostro ridere che gli fa davvero male».
"A perpetua memoria" è il sottotitolo del libro. La satira ha la forza di tramandare ai posteri la storia che stiamo vivendo?
«Sì, perché fotografa i paradossi, i punti di non ritorno estremi di un percorso sociale, culturale, politico. Ci sono dei titoli di Cuore, ad esempio, che ancora oggi sopravvivono nella memoria collettiva, come "Torna l´ora legale, panico tra i socialisti". Quando la satira è efficace, qualcosa resta sempre».
Da Breviario comico emerge l´idea di un´Italia rimasta al palo.
«Siamo un paese stagnante, dagli anni Ottanta della deregulation. Lo stesso Berlusconi affonda le sue radici nel craxismo. I presupposti della vecchia Italia repubblicana, primo fra tutti l´antifascismo, sono crollati, dimenticato oramai lo spirito dei padri costituenti, schiacciati da un´anima reazionaria, retrograda, che avanza a colpi di vecchi rigurgiti. L´Italia, oggi, è un paese arcaico dominato da una fede assoluta nella parentela, nella famiglia vista come tribù, come clan religioso che teme tutto ciò che è fluido e mobile. Siamo provinciali nel senso più deteriore: ci fa paura essere europei. Figuriamoci cosmopoliti».
Intravede un´uscita dal tunnel?
«La maggioranza della gente è intorpidita, impaurita, come se avesse fatto indigestione di consumi e di sazietà. Il metabolismo dell´Italia non assimila il nuovo, le facce sono le stesse di vent´anni fa. E anche le cose. Invecchiano le mutande Dolce & Gabbana, le modelle anoressiche, è decrepito e grottesco l´ottimismo edonistico, metà incauto e metà ingordo, che Berlusconi ci propone; ha molto più a che fare con la politica di Reagan e della Thatcher che con quella di Obama. Del resto, cosa dovremmo mai aspettarci da un premier che è un remake del cummenda della commedia all´italiana anni Sessanta, aperitivo a Portofino e galanteria con le signorine? L´ottimismo, se non ha basi etiche, porta al disastro. Figuriamoci quello di Berlusconi, che ci chiede di dare fiducia solo agli appetiti degli imprenditori».
Alle prossime elezioni, come sindaco di Firenze il centrodestra ha candidato un esponente della società civile: Giovanni Galli.
«Non sono d´accordo con chi pensa che la classe politica sia peggiore della società civile. Casomai, ne è lo specchio: il Palazzo rappresenta ciò che siamo, ci meritiamo la classe dirigente che abbiamo. Non conosco Galli, e quindi non lo giudico: l´idea di candidare uno sportivo rientra nella politica spettacolo di Berlusconi. Per quanto riguarda il candidato di centrosinistra, Matteo Renzi, ha capito che il linguaggio della politica è troppo cauto. Quindi parla diretto, parla abile, ha il merito di uscire fuori dai canoni. Non mi è piaciuta la sua perplessità sul dare la cittadinanza onoraria di Firenze a Giuseppe Englaro: dimostra di avere un'idea poco aperta del suo elettorato».
Ha fiducia nei giovani?
«Non vorrei mai avere venti anni oggi, perché so che è difficilissimo. Negli anni Settanta era più semplice: bastava avere i capelli lunghi pochi centimetri più del normale ed eri un ribelle, uno contro. La spontaneità pagava sempre. Oggi puoi farti tutti i tatuaggi e piercing che vuoi, ma non basta. Nulla basta mai, oggi. Sono circondato da amici che augurano ai propri figli una realizzazione fuori dall´Italia. Mi pare un sintomo molto malinconico».
Crede che dalla crisi possa nascere qualcosa di nuovo? Oppure, toccato il fondo non ci resta che scavare?
«La parola crisi ha in sé un concetto di morte e di rinascita. Un po´ come l´apocalisse, rivelazione sulla fine ma anche su un nuovo principio, su una resurrezione».
(25 marzo 2009)
Un seduttore androgino di nome Silvio: Il corpo del capo di Marco Belpoliti
Il Riformista, Andrea Cortellessa
Guardate la fotografia qui a destra. Sembra passato tanto tempo da quando ci s’invitava a non demonizzarlo, a liberarci dalla sua «ossessione». Si ricorderà come il dimissionario segretario del Pd, nella campagna elettorale destinata a sancirne il definitivo trionfo, si spinse sino a censurare il nome del «candidato dello schieramento avverso». Come se ogni censura non fosse in primo luogo una preterizione: presenza tanto più schiacciante quanto più rimossa. Un calco vuoto che s’è rivelato maschera funebre: pietra tombale su ogni residua ipotesi di poterglisi opporre. La verità è che incredibilmente la «sinistra italiana» – o quanto ci ostiniamo a designare con quest’ossimoro storico – non ha ancora smesso di sottovalutare Berlusconi. Se i suoi fan lo idolatrano acriticamente, nostro compito storico è allora esercitare una critica dell’idolo, del feticcio-Berlusconi.
Anzitutto prendendo atto che è la sua l’entità storica più rilevante degli ultimi sessant’anni, in Italia; e tra le più importanti in assoluto. Alla fine dello scorso secolo James G. Ballard ironizzava sul panico di cui erano preda i redattori di un magazine che vedeva trionfare, al referendum fra i lettori su chi fosse stato il più importante personaggio del Novecento, ovviamente Adolf Hitler.
È un residuo di moralismo buonista (che sta passando di moda a una tale velocità da minacciare di farcelo presto rimpiangere) quello che sdegna queste
scale di grandezza – non ovviamente, «di valori».
Ma se alcuni fra i maggiori filosofi del secolo passato non hanno mancato di interrogare la figura demoniaca di Hitler, latita ancora un vero sforzo ermeneutico su cosa significhi (o, piuttosto, su cosa abissalmente si rifiuti di significare) Berlusconi. (Unica rilevante eccezione, poco prima del suicidio del 1994, Guy Debord dei Commentari.)Pesa ovviamente, in tal senso, la non trascurabile circostanza che Hitler è morto, e Berlusconi no. Il suo potere di intimidazione, tale da soddisfare la più abietta libido serviendi dei veti introiettati, è così evidente da non venir più neppure percepito.
Non ci fa indignare neppure che la sola Rai mancasse, giorni fa, tra le reti televisive inviate a documentare il processo Mills. È sin troppo ovvio che sia così. Ma non suona casuale che il sempre antiretorico, mai apocalittico Marco Belpoliti includa fra i ringraziamenti di questo suo libro straordinario, Il corpo del capo, il direttore di Guanda Luigi Brioschi: il quale gli ha consentito di scriverlo, il libro, «con la serenità di sapere d’avere un editore che lo avrebbe stampato, cosa che di questi tempi non è scontata».La prima cosa da dire è che questo saggio (nel quale hanno un rilievo assolutamente non marginale le ventuno fotografie che, per la sua gran parte, commenta) costituisce un primo importante passo nella direzione di un compito storico. Prima condizione per combattere Berlusconi – ossia per scongiurare che la sua figura si perpetui, in futuro, come paradigma politico dominante – è infatti capirlo. Anche se sforzarsi di farlo inevitabilmente ci porta ad avvicinarci, a lui, più di quanto saremmo disposti a fare: come nel caso del detective che s’identifica col serial killer. Solo in questo senso il libro di Belpoliti può assomigliare a quello che più lo ha anticipato – col suo stile, com’è ovvio, fisicamente istintivo quanto quello di Belpoliti è concettualmente analitico –: Il Duca di Mantova di Franco Cordelli (il quale ne ebbe in cambio, ricorda Belpoliti, una causa da Cesare Previti: recentemente vinta dallo scrittore, come egli stesso racconta – riproducendone le carte processuali – nell’Almanacco Guanda sul Romanzo della politica curato da Ranieri Polese). Insieme alle analisi mediologiche della scuola di Alberto Abruzzese e all’acume giornalistico di Filippo Ceccarelli, è del resto proprio il «romanzo-conversazione» di Cordelli a costituire pressoché l’unica fonte italiana di una bibliografia – come sempre, in Belpoliti – d’invidiabile densità interdisciplinare.Una delle intuizioni del Duca di Mantova di Cordelli (che, sin dalla scelta del titolo verdiano, scrive questa storia italiana all’insegna del melodramma, per lo stile, e della seduzione proterva per il contenuto) è che appunto la seduzione esercitata da Berlusconi sui suoi elettori-sudditi sia di natura fondamentalmente sessuale.
Proprio il Berlusconi machista e dongiovanni (in omaggio a una sin troppo ovvia vulgata psicanalitica) farebbe leva, in realtà, su una propria segreta componente androgina. Il volto risolutamente glabro, l’ossessione per la capigliatura e in generale per il corpo, la struttura delle pose con le quali ha sempre studiato di proporsi, lo sguardo che rivolge in camera restando, tuttavia, sempre sfuggente (sono, le prime del libro, le pagine più suggestive di Belpoliti: che compie il miracolo di tradurre in acuminata filosofia politica, ma anche in una specie di raggelante satira di costume, tutte le tradizioni di pensiero sull’immagine: da Barthes alla Sontag, da Baudrillard a Morin, passando per le intuizioni di Calvino e Pasolini), mostrano un Berlusconi che con noi, in effetti, non ha mai smesso di civettare.
Nella classica analisi di Georg Simmel (che il pc si ostina a tradurlo in «Rimmel») «lo sguardo con la coda dell’occhio, il capo voltato a metà […] un allontanarsi che al tempo stesso è collegato a un concedersi furtivamente».È quanto mostra l’immagine qui riprodotta. Berlusconi è ritratto mentre raccoglie l’ovazione dei suoi, a una convention di Forza Italia. Il passo nel quale lo scatto di Giorgio Lotti lo ha immobilizzato – centro della foto, la postura dei piedi – è quello col quale l’étoile del balletto offre il proprio corpo glorioso all’abbraccio della folla entusiasta. «Un ammiccamento, un gesto di una civetteria inusuale, ma anche un chiaro messaggio di natura sessuale». E del resto lo stesso Berlusconi una volta ha osato dichiarare: «subito dopo la partita dello scudetto del 1988, un tifoso vede la mia macchina, mi riconosce, si pianta davanti al cofano e grida: “Silvioooo, Silvioooo: sei una gran bella figa!” È stato il complimento più bello della mia vita».Ma la parte più emozionante del libro è l’ultima. Qui si fa strada – dopo i visual studies e la body history mutuata da Sergio Luzzatto – un’altra costellazione di pensiero. E anche la scrittura di Belpoliti cambia. Da analitica quasi gelidamente connotativa (la solo apparente indifferenza rispetto a Baudrillard e Warhol), s’innerva di torsioni che non gli sono abituali: per spingersi a toccare il vero tabù, il limite indicibile della mirabile e orrorosa ventura che condensiamo nel nome-mana di Berlusconi.
La sua morte, cioè. Fantasmatizzata da molti, sempre scongiurata dal diretto interessato. Anche le sue ultime esternazioni, improntate a un ineffabile humour noir surrealista – Eluana Englaro capace di partorire, i desaparecidos in gita –, a ben vedere mirano a un unico scopo: allontanare da sé l’idea della morte.
Venuto meno, come ci ha mostrato Zygmunt Bauman, il pensiero della morte individuale come limite (termine che circoscrive l’esistenza e le dà senso), è tramontata di converso l’ipotesi di un’immortalità delle opere (cioè di quanto intendiamo lasciare al futuro) – come evidenzia la politica culturale che proprio a Berlusconi fa capo. Ci resta solo, dunque, la pratica di un’indeterminata medicalizzazione dell’esistenza. E infatti, mai come in questo momento, la pratica politica e il progetto individuale di Berlusconi coincidono. L’immortalità, relativa, è solo quella che possiamo acquistare: e in questo campo, certo, lui non conosce rivali. Ma la nostra immagine rivela di noi, sempre, più di quanto ci studiamo di farle dire. L’ultima fotografia del libro, realizzata l’anno scorso da Alex Majoli, sembra mostrarci un Berlusconi «letterale ». Che finalmente somiglia, cioè, a quanto – persino in lui – è reale: «È fermo davanti a una tenda bianca, le mani dietro la schiena, il volto girato verso di noi. Non sorride, e gli occhi appaiono lontani, spenti. I due pesanti tendaggi giallo oro sui lati, tenuti da due cordoni, suggeriscono una messa in scena quasi lugubre». Solo qui il corpo del capo mostra la propria umana fragilità (come Robert Guédiguian, qualche anno fa, ci mostrò quello di François Mitterrand, in visita ai sepolcri reali di Saint-Denis, nel film Le passeggiate al campo di Marte). Ineluttabilmente «il Menzogna» – come lo chiamò nei suoi ultimi versi Giovanni Raboni – si avvicina a quanto per tutta la vita ha fuggito e negato: la verità. La sua e quella di tutti: cioè «l’insondabile intimità con la morte». Perché prima o poi, conclude Belpoliti, «il tempo della verità di sé arriva per tutti, governati e governanti, umili e potenti, gregari e capi».
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