
SHORT STORIES
UNA NUOVA ETICHETTA
DEL BLOG
SE NE AVETE MANDATENE
L’inferno… i tropici sulle mappe celesti. Bevevo una birra ed avevo visioni di carte spoglie di ogni segno, del mio destino diretto ad un gioco da inventare, planavo in amore, perivo nel mare ma poi con lo scroscio nuotando riprendevo la voce. “Aiuto!”.
La cameriera otturò il tubo catodico e le schermate oscene cessarono di colpo.
“Posso portarlo via?”
“Cosa?”
“Il bicchiere!”
“Sì”.
Nervosamente lo tirò via ed andò… intanto la lodai per il suo sedere perché tanto sarebbe ripassata e le avrei chiesto quale fosse il suo prossimo letto e se il suo prossimo amore fosse stato sbronzo come l’acqua o ubriaco in modo sincero come lo ero io.
Il mattino dopo andai a comprare il giornale perché ero stanco di maledire i santi del calendario. Ma a cosa serviva pensare a quella inutilità, a quella inconsistenza di carta stampata, di righe male tracciate. Ero da poco tornato da Guidàl e mentre viaggiavo mi lasciavo dietro le immagini consuete di me delirate sull’asfalto ed i paesaggi più vicini ai vetri dell’autobus si sfuocavano nella velocità, intanto i panorami a distanza rimanevano fissi e sui loro contorni balbettava una pioggia inadeguata come se li volesse smuovere. L’autobus rombava e la radio accesa diffondeva una nenia di informazioni stradali con una voce mattutina mozzata dalle gallerie. Io me ne stavo al mio posto a divorare un pianto, mentre i pezzi di quella mia vita passata s’infrangevano contro le ruote delle macchine che velocemente sopraggiungevano. Parlai un attimo con qualcuno e l’aprire bocca mi sciolse le labbra ed iniziai ad assaporare la sigaretta che presto avrei fumato all’autogrill e con l’aria condizionata mi massaggiai gli occhi.
La morte del caso, della sorpresa fu il richiamo alla noia più fatale.
L’uomo pazzo spinse la sua barca tra le onde ed a nuoto la volle raggiungere. Misteri dello stress.
Alla sera dovevo andare a lavorare, mi serviva un’idea per dopo. Le proposte di Roby per il night e gli spogliarelli di una certa Valentine Demì non suscitavano l’interesse dovuto.
Ma ancora era mattino, seconda colazione al bar e giornale sportivo. Calcio-mercato, mercato-stronzate.
Mi ricordo spesso di quell’altro uomo seduto sulla sedia, che per pigrizia o per sfida non si volle più alzare. Alla fine morì paralizzato.
Questi furono pensieri del mattino, oltraggio alla freschezza mentale, alla barba appena rasata, all’eccitazione sotto le lenzuola.
Che esistere! Talvolta me lo chiedo!
Osservai i cani incatenati ai pisciasotto loro padroni e sorrisi… Meditai ancora sul da farsi nella giornata, ripescai l’odore dei “Fleurs du Mal” attraverso le narici mentali ed andai per la via ad inseguire l’esito di un’idea da trovare. M’ interrogai perché, ad un tratto, tutti i miei eccessi si ritirarono come bacini d’acqua durante le secche, anche se il mio clima è nordico, semmai burrasche ed alluvioni possono sconvolgerlo.
Più di tutto pensai quale fu il mio limite e come ogni cosa, razionalmente, abbia un confine che rimanda indietro. L’eccesso ha i suoi limiti. L’eccesso è un fiume che ingoia e sequestra vite, s’ingrossa e fluisce irrefrenabilmente e poi giunto allo straripamento si ritira lasciando nuove sponde desolate da relitti.
Io giunsi ad un incompreso limite, per questo mi chiesi se ce ne fosse uno.
Non tollero nulla se non il caos non tollero le pantofole non tollero gli orari fissi non tollero che ci sia un orologio che ricami il mio tempo.
Preferii dirigermi a casa di un mio amico. Egli comprendeva l’essere meglio di me o, forse, soltanto si poneva meno domande e per strada badava ai cazzi suoi.
Il campanello suonava tagliente ma non apriva. Non c’era?!
Tornai indietro e qualcosa mi prese alla schiena… il ricordo del nostro incontro, quando la dissolvenza annientò le traiettorie ed il mattino balzò come un carnevale. E quale ospite nell’inferno m’avrebbe annaffiato i piedi se non lui, amico col cognome dimenticato all’anagrafe! Noi precisavamo sempre che con un coltello da cucina non si è assassini ma solo matti per la pensione. Io, spesso, mi arrovellavo con la rima di sentimento e tormento che mi causava aurore di ghiaccio nel mio levante e sempre mi ripeteva che i libri erano la corsa più inutile per arrivare a niente, ma io continuavo a correre. Tornando indietro mi fermai a comprare le sigarette e camminai dritto ascoltando le signore e le urla dei ragazzini, le radio dei piani bassi, seguendo le parate nei mercati. Giunsi all’incrocio per casa mia, fermo, al semaforo, in attesa del via libera ebbi un frastuono negli occhi… mi vidi cadavere attento, sublime il mio sguardo di celeste morto. Coraggioso sul fronte e poi sportelli di eroi, file, storie di amanti e di clacson in mezzo al traffico, venditori ambulanti venditori di ambulanze. Storie di gare e di fuggiaschi al semaforo, verde poi rosso, bambini in auto educati allo stop.
Attraversai in bilico. Porta di casa. Ora di pranzo. Riflessioni gastronomiche. L’idea esisteva ma non era presente.
Non furono giorni buoni per me, il soggiorno a Guidàl non mi procurò nulla, soltanto il collasso del mio passato.
Avevo bisogno di inventare e soprattutto di improvvisare, volevo girare il vento per dare una nuova rotta alla mia deriva. Dovevo abbandonare quella noiosa ragione, torpore d’anatra. Non volevo credere di essermi reincarnato, senza morte fisica, in qualcun altro. Mangiai, presi la roba da lavoro ed uscii correndo, allontanandomi dall’odio su quelle mura di casa. Vagai un po’ per la città, mi fermai in una libreria per scroccare poesie da leggere da qualche libro già aperto. Lessi Dylan Thomas e mi ritornò la cirrosi, fu una catarsi, sbocciai sotto l’occhio delle commesse con la stessa estasi dell’alba. Mi centrarono visioni e versi, frecciate ostili alla morte, benefiche di sconvolgimenti tettonici sui miei continenti. Volevo capovolgere il mondo anche solo per vedere le mutande di tutte le donne che indossavano la gonna.
Uscito dalla libreria presi un autobus ripieno di turisti ed altra gente. Una signora, polacca credo, in italiano decente e un accento bagnato di vodka mi si avvicinò:
“Mi sa dire dove bisogna scendere per il Vittoriano?”
“Dove scendo io, signora.”
Si rivolse al resto della comitiva comunicando la mia risposta, suppongo.
Io non avevo direzione, non mi dirigevo in quel posto. L’autobus aprì le porte alla fermata richiesta, scesi e dietro di me tutta la stirpe turistica presente sul bus.
Ed ecco, tutti meravigliati dall’imponenza di quella schifezza neoclassica che dovrebbe rappresentare una patria di convenienza. Stupiti, acerbi probabilmente di quelle visioni enormi, applaudirono la loro guida per avergli svelato tale bellezza. Quale bellezza?
Una volta mi ubriacai in una bettola di quella zona, uscito di là insieme ad un mio amico, barcollando per i vicoli sbucammo sulla piazza, mi sentii male, lo stomaco si capovolse e di fronte a quella sorta di tomba gigante fui stimolato a vomitare. Misteri della patria!
Poveri turisti, si affidano all’oblio incantatore delle vie del centro. Il pomeriggio si dileguò fino al primo accenno di sera e la sua scia immaginaria mi condusse al lavoro.
Incontrare Marcel, Roby, Oliver mi dava sollievo. Lavorare e poter scherzare, discutere e ricordare era la pace più accettabile per me. Roby se ne uscì con una delle sue battute, su come fu costretto a rifiutare la parte di protagonista in un film di Scorsese.
Il gioco con una realtà desiderata sembrava l’unico modo per ammutinarsi ed evadere da quella irreale routine di ore che trascorrevano tra piatti, bicchieri, pizze e fritture. Talvolta, mi soffermavo sulla sincera angoscia di Marcel, mestierante eccellente nel suo campo (di farina), che versava sangue nell’impasto, pregando il cuore di pomparne altro. La serata proseguì tra soliti clienti, belle ragazze e vecchietti tramortiti dal vino. E corse, scivolò il tempo fino alla nostra cena tardiva, fino a levare le sedie sui tavoli, a spazzare, a lavare con lo straccio. Appena terminato ogni gesto appartenente a quella costrizione, nonostante l’ora penetrata nella notte, sembrò giorno, la strada affollata di auto e venne voglia di baldoria, di donne, di birra in qualche buco dove infilarsi come posto sicuro lontano dal giorno dopo già uguale a quello ucciso abbassando la serranda della pizzeria, restando in equilibrio tra la morte e l’estasi discutendo di rapine fantomatiche e di bravate.
Conobbi un tipo, una volta, che mi parlò di situazioni pericolose in un linguaggio pazzesco. Egli mi condusse alla comprensione di una cosa. Ognuno nella sua diversità vive una normale esistenza ed un matto può dire alla folla di essere impazzita!
Proseguendo la nottata, andammo tutti insieme in giro con l’auto disperdendoci per la città. La notte m’inondò gli occhi di paesaggi lunari, di lampioni, inchiostro, vino e sulla schiena un paracadute per altezze minime. Che posto! Un universo delimitato da uno stradone circolare. Un porto marittimo su sette colli, navi alla stazione!
Questa città malgrado abbia il grugno fascista rimane sempre una donna di provincia. Fianchi larghi, tette grosse e mani nel Tevere a sciacquare non i panni ma l’affanno. La gente di queste parti ha l’abitudine di copiare il vicino, senza rendersi conto che se egli cade si porta dietro tutto il condominio! Ma Roma è solo la periferia del Vaticano, s’attacca alle vesti del papa e piange, compone litanie in un indecifrabile “lagnesco”. Si spezzò la visione e la strada diventò di porpora, strascico regale di sposa da latte. Vacca.
La cameriera otturò il tubo catodico e le schermate oscene cessarono di colpo.
“Posso portarlo via?”
“Cosa?”
“Il bicchiere!”
“Sì”.
Nervosamente lo tirò via ed andò… intanto la lodai per il suo sedere perché tanto sarebbe ripassata e le avrei chiesto quale fosse il suo prossimo letto e se il suo prossimo amore fosse stato sbronzo come l’acqua o ubriaco in modo sincero come lo ero io.
Il mattino dopo andai a comprare il giornale perché ero stanco di maledire i santi del calendario. Ma a cosa serviva pensare a quella inutilità, a quella inconsistenza di carta stampata, di righe male tracciate. Ero da poco tornato da Guidàl e mentre viaggiavo mi lasciavo dietro le immagini consuete di me delirate sull’asfalto ed i paesaggi più vicini ai vetri dell’autobus si sfuocavano nella velocità, intanto i panorami a distanza rimanevano fissi e sui loro contorni balbettava una pioggia inadeguata come se li volesse smuovere. L’autobus rombava e la radio accesa diffondeva una nenia di informazioni stradali con una voce mattutina mozzata dalle gallerie. Io me ne stavo al mio posto a divorare un pianto, mentre i pezzi di quella mia vita passata s’infrangevano contro le ruote delle macchine che velocemente sopraggiungevano. Parlai un attimo con qualcuno e l’aprire bocca mi sciolse le labbra ed iniziai ad assaporare la sigaretta che presto avrei fumato all’autogrill e con l’aria condizionata mi massaggiai gli occhi.
La morte del caso, della sorpresa fu il richiamo alla noia più fatale.
L’uomo pazzo spinse la sua barca tra le onde ed a nuoto la volle raggiungere. Misteri dello stress.
Alla sera dovevo andare a lavorare, mi serviva un’idea per dopo. Le proposte di Roby per il night e gli spogliarelli di una certa Valentine Demì non suscitavano l’interesse dovuto.
Ma ancora era mattino, seconda colazione al bar e giornale sportivo. Calcio-mercato, mercato-stronzate.
Mi ricordo spesso di quell’altro uomo seduto sulla sedia, che per pigrizia o per sfida non si volle più alzare. Alla fine morì paralizzato.
Questi furono pensieri del mattino, oltraggio alla freschezza mentale, alla barba appena rasata, all’eccitazione sotto le lenzuola.
Che esistere! Talvolta me lo chiedo!
Osservai i cani incatenati ai pisciasotto loro padroni e sorrisi… Meditai ancora sul da farsi nella giornata, ripescai l’odore dei “Fleurs du Mal” attraverso le narici mentali ed andai per la via ad inseguire l’esito di un’idea da trovare. M’ interrogai perché, ad un tratto, tutti i miei eccessi si ritirarono come bacini d’acqua durante le secche, anche se il mio clima è nordico, semmai burrasche ed alluvioni possono sconvolgerlo.
Più di tutto pensai quale fu il mio limite e come ogni cosa, razionalmente, abbia un confine che rimanda indietro. L’eccesso ha i suoi limiti. L’eccesso è un fiume che ingoia e sequestra vite, s’ingrossa e fluisce irrefrenabilmente e poi giunto allo straripamento si ritira lasciando nuove sponde desolate da relitti.
Io giunsi ad un incompreso limite, per questo mi chiesi se ce ne fosse uno.
Non tollero nulla se non il caos non tollero le pantofole non tollero gli orari fissi non tollero che ci sia un orologio che ricami il mio tempo.
Preferii dirigermi a casa di un mio amico. Egli comprendeva l’essere meglio di me o, forse, soltanto si poneva meno domande e per strada badava ai cazzi suoi.
Il campanello suonava tagliente ma non apriva. Non c’era?!
Tornai indietro e qualcosa mi prese alla schiena… il ricordo del nostro incontro, quando la dissolvenza annientò le traiettorie ed il mattino balzò come un carnevale. E quale ospite nell’inferno m’avrebbe annaffiato i piedi se non lui, amico col cognome dimenticato all’anagrafe! Noi precisavamo sempre che con un coltello da cucina non si è assassini ma solo matti per la pensione. Io, spesso, mi arrovellavo con la rima di sentimento e tormento che mi causava aurore di ghiaccio nel mio levante e sempre mi ripeteva che i libri erano la corsa più inutile per arrivare a niente, ma io continuavo a correre. Tornando indietro mi fermai a comprare le sigarette e camminai dritto ascoltando le signore e le urla dei ragazzini, le radio dei piani bassi, seguendo le parate nei mercati. Giunsi all’incrocio per casa mia, fermo, al semaforo, in attesa del via libera ebbi un frastuono negli occhi… mi vidi cadavere attento, sublime il mio sguardo di celeste morto. Coraggioso sul fronte e poi sportelli di eroi, file, storie di amanti e di clacson in mezzo al traffico, venditori ambulanti venditori di ambulanze. Storie di gare e di fuggiaschi al semaforo, verde poi rosso, bambini in auto educati allo stop.
Attraversai in bilico. Porta di casa. Ora di pranzo. Riflessioni gastronomiche. L’idea esisteva ma non era presente.
Non furono giorni buoni per me, il soggiorno a Guidàl non mi procurò nulla, soltanto il collasso del mio passato.
Avevo bisogno di inventare e soprattutto di improvvisare, volevo girare il vento per dare una nuova rotta alla mia deriva. Dovevo abbandonare quella noiosa ragione, torpore d’anatra. Non volevo credere di essermi reincarnato, senza morte fisica, in qualcun altro. Mangiai, presi la roba da lavoro ed uscii correndo, allontanandomi dall’odio su quelle mura di casa. Vagai un po’ per la città, mi fermai in una libreria per scroccare poesie da leggere da qualche libro già aperto. Lessi Dylan Thomas e mi ritornò la cirrosi, fu una catarsi, sbocciai sotto l’occhio delle commesse con la stessa estasi dell’alba. Mi centrarono visioni e versi, frecciate ostili alla morte, benefiche di sconvolgimenti tettonici sui miei continenti. Volevo capovolgere il mondo anche solo per vedere le mutande di tutte le donne che indossavano la gonna.
Uscito dalla libreria presi un autobus ripieno di turisti ed altra gente. Una signora, polacca credo, in italiano decente e un accento bagnato di vodka mi si avvicinò:
“Mi sa dire dove bisogna scendere per il Vittoriano?”
“Dove scendo io, signora.”
Si rivolse al resto della comitiva comunicando la mia risposta, suppongo.
Io non avevo direzione, non mi dirigevo in quel posto. L’autobus aprì le porte alla fermata richiesta, scesi e dietro di me tutta la stirpe turistica presente sul bus.
Ed ecco, tutti meravigliati dall’imponenza di quella schifezza neoclassica che dovrebbe rappresentare una patria di convenienza. Stupiti, acerbi probabilmente di quelle visioni enormi, applaudirono la loro guida per avergli svelato tale bellezza. Quale bellezza?
Una volta mi ubriacai in una bettola di quella zona, uscito di là insieme ad un mio amico, barcollando per i vicoli sbucammo sulla piazza, mi sentii male, lo stomaco si capovolse e di fronte a quella sorta di tomba gigante fui stimolato a vomitare. Misteri della patria!
Poveri turisti, si affidano all’oblio incantatore delle vie del centro. Il pomeriggio si dileguò fino al primo accenno di sera e la sua scia immaginaria mi condusse al lavoro.
Incontrare Marcel, Roby, Oliver mi dava sollievo. Lavorare e poter scherzare, discutere e ricordare era la pace più accettabile per me. Roby se ne uscì con una delle sue battute, su come fu costretto a rifiutare la parte di protagonista in un film di Scorsese.
Il gioco con una realtà desiderata sembrava l’unico modo per ammutinarsi ed evadere da quella irreale routine di ore che trascorrevano tra piatti, bicchieri, pizze e fritture. Talvolta, mi soffermavo sulla sincera angoscia di Marcel, mestierante eccellente nel suo campo (di farina), che versava sangue nell’impasto, pregando il cuore di pomparne altro. La serata proseguì tra soliti clienti, belle ragazze e vecchietti tramortiti dal vino. E corse, scivolò il tempo fino alla nostra cena tardiva, fino a levare le sedie sui tavoli, a spazzare, a lavare con lo straccio. Appena terminato ogni gesto appartenente a quella costrizione, nonostante l’ora penetrata nella notte, sembrò giorno, la strada affollata di auto e venne voglia di baldoria, di donne, di birra in qualche buco dove infilarsi come posto sicuro lontano dal giorno dopo già uguale a quello ucciso abbassando la serranda della pizzeria, restando in equilibrio tra la morte e l’estasi discutendo di rapine fantomatiche e di bravate.
Conobbi un tipo, una volta, che mi parlò di situazioni pericolose in un linguaggio pazzesco. Egli mi condusse alla comprensione di una cosa. Ognuno nella sua diversità vive una normale esistenza ed un matto può dire alla folla di essere impazzita!
Proseguendo la nottata, andammo tutti insieme in giro con l’auto disperdendoci per la città. La notte m’inondò gli occhi di paesaggi lunari, di lampioni, inchiostro, vino e sulla schiena un paracadute per altezze minime. Che posto! Un universo delimitato da uno stradone circolare. Un porto marittimo su sette colli, navi alla stazione!
Questa città malgrado abbia il grugno fascista rimane sempre una donna di provincia. Fianchi larghi, tette grosse e mani nel Tevere a sciacquare non i panni ma l’affanno. La gente di queste parti ha l’abitudine di copiare il vicino, senza rendersi conto che se egli cade si porta dietro tutto il condominio! Ma Roma è solo la periferia del Vaticano, s’attacca alle vesti del papa e piange, compone litanie in un indecifrabile “lagnesco”. Si spezzò la visione e la strada diventò di porpora, strascico regale di sposa da latte. Vacca.
ANGELO SPOSATO,
ROMA 2000
3 commenti:
Short stories very nice.
...ah, la malinconia...
..."quando la pioggia, distendendo le sue immense strisce, imita le sbarre
d'un grande carcere, e un popolo muto d'infami ragni tende le sue reti in
fondo ai nostri cervelli, improvvisamente delle campane sbattono con furia
e lanciano verso il cielo un urlo orrendo, simili a spiriti vaganti e
senza patria, che si mettono a gemere ostinatamente"...
A proposito di Baudelaire:
http://www.youtube.com/watch?v=xzY_QsYrOe8
Giulietta ! Giulietta! Che fine hai fatto?
Tutta per te
http://www.youtube.com/watch?v=L_amMbwtXAI
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