19 febbraio 2009

L’evoluzione della specie. Fuor di metafora vedasi alla voce vulva.


Una risata vi (li) seppellirà si diceva anni fa. Grossolano abbaglio/azzardo oppure espediente sciocco (grazie alla forza delle proprie convinzioni, la certezza o l’illusione nelle possibilità di sovvertire il sistema, le vessazioni quotidiani etc. etc.) per la propria mera sopravvivenza, per condividere con altri lo spasso, semplicemente per dire no. Certo riderci sopra è preferibile al piangersi addosso, però meglio allontanare ovvietà ed eventuali fraintendimenti. La satira: ecco il punto. Cosa vuol dire far satira e perché si dovrebbe e si fa satira? Quand’incappo, in tivù, in Roberto Benigni, Maurizio Crozza oppure Sabina Guzzanti spesso e volentieri mi sbellico dal ridere, ma al tempo stesso non posso fare a meno di chiedermi cosa abbiano di diverso questi comici da quelli del Bagaglino. Vedere Bersani o Di Pietro scompisciarsi mi fa strano, mi sembra un’altra o l’ennesima pigliata per il culo dei telespettatori. “…E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam”. 
Perché il potere (anche stando all’opposizione si ha potere) dovrebbe ridere di sé stesso? Certo con Paperon De Paperon Berlusconi si è raggiunta la quadratura del cerchio, egli incarna il potere a tutto tondo (politico, imprenditoriale, mediatico etc. etc.) ma si comporta come se non fosse lui il padrone, racconta barzellette inconsapevole di essere egli stesso una barzelletta, si veste dei vizi e delle virtù (pochine) dell’italiano medio ma non riuscirebbe mai a ridere di sé stesso, vuole fare la Storia: un esaltato insomma. Facile e soprattutto giusto ridere di Berlusconi e dei Berlusconi in sedicesimo, dei suoi alleati e dei suoi avversari, dei politici tout court per inciso, ma alla lunga poco soddisfacente, quasi fine a se stesso.
Porci, suini, verri, scrofe, maiali, lattonzoli, quando penso ad un politico è inevitabile per me raffigurarmelo con le sembianze e il “fair play” di questo animale che grufola a quattro zampe davanti al trogolo, muso a muso, spintoni e grugniti in egual guisa, per farsi spazio fra i propri simili, quasi per gioco, perché cane non mangia cane. Con l’ingenuità dei miei più verdi anni, in una schietta logica manichea avevo imparato a divedere i porci (spesso democristiani dai nomi inconvertibili: Piccoli, Storti, Malfatti, i socialisti, i liberali, gli Agnelli e gli Zeffirelli, i fascisti, certi comunisti rigorosamente locali, etc. etc.) e i non porci (pochi gli scampati alla falcidia in verità). In un dialogo tra l’impegnato e il non so mi consolavo: “i borghesi son tutti dei porci, più sono grassi più sono lerci, più sono lerci e più c’hanno i milioni, i borghesi son tutti…” Non capivo. Ma oggi mi domando sempre più: ma chi cazzo non ambisce ad avere gli agi e le ambasce dei cosiddetti borghesi? E poi: ma chi cazzo è un borghese? Il dirsi e definirsi di destra o sinistra solo sabbia negli occhi. “…Ma il fatto di avere la coscienza
 che sei nella merda più totale è l'unica sostanziale differenza
 da un borghese normale.” Dove stanno al giorno d’oggi rivoluzionari e borghesi? È tutto ceto medio. La differenza la fanno i soldi ma gli appetiti e i sogni sono uguali, purtroppo per tutti. Dove è la coscienza di essere cittadini defraudati e messi in croce, ridotti alla mercé di clienti, puttane, marionette? Mallevadori e corresponsabili al tempo stesso però. Ci fa comodo. Se non ci fosse la proprietà privata ci si attaccherebbe tutti alla canna del gas. I soldi, …i soldi, …i soldi, ossessione e benedizione, viatico ed esclusione. Meglio continuare, ognuno per sé, a farci i nostri porci comodi. La coscienza civile è una chimera. L’indignazione facile usata come l’abito della domenica per fare bella figura o lo stuzzicadenti per liberarci la bocca d’un impaccio fra i denti. Chi crede che i giovani che allignano a destra siano diversi da quelli che allignano a sinistra vuole illudersi. Il guaio è che in questa nostra maledetta Italietta, dove la democrazia è essenzialmente gerontocrazia, si rimane giovani fino a quarant’anni ed oltre, sperando in un futuro che qualcun altro si è giocato o si sta giocando a dadi al posto nostro/vostro: “Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome…” Tutta colpa della politica? Forse. No. Non credo. Non è un caso che la chiesa, o se volete il Vaticano, in questi ultimi anni sia tornato all’attacco con i suoi diktat e niet, il suo fondamentalismo ed oscurantismo non avendo nulla da invidiare a quello islamico. Non è un caso che Padre Pio sia più idolatrato dello stesso Domineddio. Non è un caso che le banche in Italia siano state meno toccate dalla crisi che si agita molto di più in altri paesi, il che sottolinea la loro arretratezza, il loro servilismo, la loro complicità con il malaffare, l’usura, l’imprenditoria rapace. Non è un caso che gli albi professionali sanzionino, controllino, selezionino l’accesso al mondo del lavoro. Non è un caso che il sistema della formazione in Italia sia a livello di un terzo mondo che, nel frattempo, non se ne rimane certo fermo però. Troppe le cose che non vanno. E perché continuare l’elenco? Le consorterie, le furberie, le associazioni/fondazioni culturali e non, le processioni e le camarille, le televisioni ed giornali, una cultura non più laicamente di sinistra ma nelle mani degli apparati, delle congreghe, dei reduci di sinistra. …E la satira? Beh! Mi sembra che sia spesso scontata, banale, senza mordente e soprattutto quasi assente alle nostre latitudini.
Eppure… Eppure la nostra terra bruzia, i nostri paesotti, quale adito e spunto per vane e grasse risate amare. Come per la casa municipale le della mia Bisignano che se ne sta stravaccata, oziosa e grassa sulla spianata del Cucumazzo. I venti di tramontana a solleticarla dal torpore di sguaiata bagascia. Ogni rispettabile professionista a riempirsene gli occhi. Lumina, meati, orifizi, nari, una zip, ed ohibò… fra le gambe dell’immaginazione il trucco d’una spudorata e contraffatta slot machine. Inequivocabile il tintinnio sonante della moneta contante. «…Suvvia brothers, che qui si gode e di brutto! Suvvia, che qui ce n’è per tutti!» La combriccola dei travet e dei caporioni, i maggiorenti, i titolati, i miracolati, i malhereux, le comparse, gli infiltrati, gli sciacalli. I lavori socialmente (in)utili, gli assegni d’invalidità, le pensioni, gli appalti. Le corsie preferenziali, le riverenze, i salamelecchi, l’occhio di riguardo. …Obioedentia facit auctoritatem. «Ingegnere, la prego, s’accomodi!» «Avvocato ma che fa, non ne approfitta?» «Dotto’, ppi vua c’è sempre posto!» «Figliama tenari i titoli e puri a grazzia.» «…Niputima fora?» «Puri i putigari, a questo mondo, debbono campare.» «…Chini ti runari a mangiari tata ari chiamari.» «…Chini si fari affari sua campa finu a cent’anni.» Bava alla bocca, gli uni o gli altri, ad aprirsi un varco: «brothers, qui si gode ! …Guai a chi ci scoccia. …Guai a chi ci tocca.» In groppa. In barca. In ballo. «…Sssschhh! I rinari fan’i rinari, i pirucchia fan’i pirucchia. » Orgasmi facili e duraturi, senza sudore, sfinimento, afrori: «…lodato sia il cielo per tanta munificenza!» Gli yesman, gli acculturati e i culturisti, i playboys per hobby o professione, ingegneri, architetti, maestrine e bidelli, broker e joker, i voyeuristi, i leprotti, gli stralunati, i chierici, ad ambire, a studiare prestazioni fantasiose e lubriche manovre: …ma suvvia, lor signori,\ qui non ci sta nessun disdoro!\ Mezzo secolo è già passato\ e tutti quanti abbiam sbafato. Il fascino maniacale della grisaglia e l’aurea mediocritas come virtù più fulgida della marmaglia: «iamu facimu na mmasciata. Iamu facimu nu mpicciu.» Le areole mammarie bronzee ed i capezzoli birichini ad invogliare: …l’aureola dello scranno e il decoro della mansione, per ragadi ed emorroidi sollievo e prodiga soddisfazione. Con un turgore smodato le estumescenze-mammelle, inebriate, a stillare nettare per palati inclini: «…mai e poi mai finirà la pacchia!»
Da un passato inumato labile l’eco di Borghesia di Claudio Lolli. Come se tu, mio imbelle scribacchino (e pure tu lettore esimio), non provassi soddisfazione dei danni altrui, o non ti tenessi stretti i denari tuoi, assillato dal grande tormento che un giorno il vento se li porti via. Come se sempre tu, mio scribacchino (e naturalmente tu mio lettore esimio) non sapessi mentire con cortesia, cinismo e vigliaccheria, facendo dell’ipocrisia la tua esclusiva formula di poesia.

Rosario Lombardo

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