Nel corso dei secoli il viaggio è sempre stato un’esperienza legata all’esistenza umana e può essere visto, metaforicamente, anche come viaggio introspettivo o come fuga, ricerca, esplorazione, curiosità.
Fabrizio Gatti in “Bilal” racconta di aver attraversato il deserto da Agadez, in Niger, fino alle coste del Mediterraneo, percorrendo la stessa pista sulla sabbia che, duemila anni fa, riforniva di braccia l’Impero Romano e che ancora oggi si chiama “la pista degli schiavi”, su camion carichi di uomini, ognuno con la sua tanica piena di acqua, con la sua storia e il suo destino, sfidando così la coscienza dell’Europa e dell’Occidente intero che sembrano non vedere e non capire le ragioni di questa fuga di massa.
Partire come persona ed arrivare come straniero in un paese diverso, anzi come “clandestino”, costretto dalla guerra, dalla miseria, dalle persecuzioni e dalla mancanza di diritti umani, a lasciare la propria terra, i propri cari, senza la certezza che ci sia una “meta”. Meta che può diventare una triste illusione quando il mito dell’Europa che dà accoglienza s’infrange all’arrivo del profugo che, partito su gommoni sovraccarichi, su imbarcazioni di fortuna, paga un prezzo troppo caro: la sua stessa vita.
L’Italia, che più di ogni altro paese conosce il significato dell’emigrazione, dovrebbe offrire un’adeguata accoglienza ed, invece, proprio il canale di Sicilia rappresenta il luogo più pericoloso per i migranti, dove si contano le vittime che, tra dispersi e morti, sono circa 2651.
In Italia i rifugiati sono circa 55 mila, pochi rispetto ad altri Paesi Europei. Nel 2009 sono state presentate 17 mila domande d’asilo, quasi la metà rispetto all’anno precedente. Tutto ciò a causa delle politiche restrittive adottate dai governi e dall’inadeguatezza con cui si applica il Diritto d’Asilo nel nostro Paese.
Rosarno ci mostrato come sono deboli i fili della convivenza multietnica. Da questa fragilità si può ricominciare un nuovo percorso di rispetto per la dignità di ogni uomo, qualunque sia il suo luogo di origine, poiché non si può scegliere dove nascere ma si può scegliere dove vivere.
I ragazzi richiedenti asilo del centro di seconda accoglienza, Il Rifugio di Isaac di Acri, hanno voluto rappresentare, attraverso la pittura(*), le fasi più tragiche del loro viaggio affinché, tramite la rielaborazione artistica, possano giungere agli occhi ed alla mente di tutti coloro che, riflettendo sulla difesa dei diritti e della dignità umani , aldilà di ogni colore o etnia, aldilà di ogni limite, non debbano mai dover dire ai loro figli: “non sapevamo”.
GEPPINO RITACCO
(*)Questi dipinti sono stati realizzati nel corso di un laboratorio artistico, presso Il Rifugio di Isaac, curato gratuitamente dall’architetto e pittore Giacinto Ferraro. I ragazzi del Rifugio hanno ritratto con i pennelli alcune immagini fotografiche della realtà del viaggio lungo “la pista degli schiavi” ed i quadri sono stati esposti durante la Giornata Mondiale del Rifugiato, svoltasi anche ad Acri nel giugno scorso, organizzata dal Rifugio di Isaac.

