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14 gennaio 2011

LA CASA DI ABOU VERSO LA CHIUSURA


Il deserto, la pista degli schiavi, il colore dell’equatore, la polvere dell’Africa malata di colera, oppure le rotte asiatiche verso la Turchia e la Grecia, i conflitti, la devastazione, l’ombra di Al-Qaeda, le verità del mondo. Tutto questo sta scomparendo da Acri. Infatti, il Ministero dell’Interno, finanziatore di questo tipo di progetti, ha bocciato il rifinanziamento del Centro di Accoglienza per minori non accompagnati richiedenti asilo o rifugiati “La casa di Abou Diabo”, già “Rifugio di Isaac”, presente nella nostra città dal 2008. Il proseguimento delle attività del Centro di Accoglienza ha poche speranze, visto che nelle graduatorie ministeriali risulta, stranamente, al penultimo posto e, quindi, fuori dai fondi che il governo destina alle strutture di accoglienza per migranti. La casa Di Abou Diabo è l’unico centro in Calabria per le sue caratteristiche dirette ad accogliere solo minori non accompagnati. Il ministero, così, impedisce di proseguire un’esperienza piena di impegno e solidarietà verso i tanti ragazzi accolti in circa tre anni di attività, provenienti da Nigeria, Sudan, Somalia, Afghanistan, Kurdistan, Bangladesh ed altre nazioni spezzate da fame e guerre. Questi ragazzi sono stati seguiti ed inseriti nel mondo del lavoro, per loro è stato ottenuto il permesso di soggiorno e molti di loro hanno anche conseguito la licenza media. Acri, quindi, sta perdendo la possibilità di connotarsi come città di accoglienza, di distinguersi e di essere identificata per questa struttura unica in Calabria, ed in più rischia di perdere cinque posti di lavoro e tutta una serie di progetti intorno che creavano un’occupazione anche solo temporanea. Ormai, sembra tutto finito, restano solo i soldi per un altro paio di mesi di attività e poi chiuderà definitivamente.

ANGELO SPOSATO

13 luglio 2010

UN MONDO IN MOVIMENTO: VIAGGI DI MIGRAZIONE

Nel corso dei secoli il viaggio è sempre stato un’esperienza legata all’esistenza umana e può essere visto, metaforicamente, anche come viaggio introspettivo o come fuga, ricerca, esplorazione, curiosità.
Fabrizio Gatti in “Bilal” racconta di aver attraversato il deserto da Agadez, in Niger, fino alle coste del Mediterraneo, percorrendo la stessa pista sulla sabbia che, duemila anni fa, riforniva di braccia l’Impero Romano e che ancora oggi si chiama “la pista degli schiavi”, su camion carichi di uomini, ognuno con la sua tanica piena di acqua, con la sua storia e il suo destino, sfidando così la coscienza dell’Europa e dell’Occidente intero che sembrano non vedere e non capire le ragioni di questa fuga di massa.
Partire come persona ed arrivare come straniero in un paese diverso, anzi come “clandestino”, costretto dalla guerra, dalla miseria, dalle persecuzioni e dalla mancanza di diritti umani, a lasciare la propria terra, i propri cari, senza la certezza che ci sia una “meta”. Meta che può diventare una triste illusione quando il mito dell’Europa che dà accoglienza s’infrange all’arrivo del profugo che, partito su gommoni sovraccarichi, su imbarcazioni di fortuna, paga un prezzo troppo caro: la sua stessa vita.
L’Italia, che più di ogni altro paese conosce il significato dell’emigrazione, dovrebbe offrire un’adeguata accoglienza ed, invece, proprio il canale di Sicilia rappresenta il luogo più pericoloso per i migranti, dove si contano le vittime che, tra dispersi e morti, sono circa 2651.
In Italia i rifugiati sono circa 55 mila, pochi rispetto ad altri Paesi Europei. Nel 2009 sono state presentate 17 mila domande d’asilo, quasi la metà rispetto all’anno precedente. Tutto ciò a causa delle politiche restrittive adottate dai governi e dall’inadeguatezza con cui si applica il Diritto d’Asilo nel nostro Paese.
Rosarno ci mostrato come sono deboli i fili della convivenza multietnica. Da questa fragilità si può ricominciare un nuovo percorso di rispetto per la dignità di ogni uomo, qualunque sia il suo luogo di origine, poiché non si può scegliere dove nascere ma si può scegliere dove vivere.
I ragazzi richiedenti asilo del centro di seconda accoglienza, Il Rifugio di Isaac di Acri, hanno voluto rappresentare, attraverso la pittura(*), le fasi più tragiche del loro viaggio affinché, tramite la rielaborazione artistica, possano giungere agli occhi ed alla mente di tutti coloro che, riflettendo sulla difesa dei diritti e della dignità umani , aldilà di ogni colore o etnia, aldilà di ogni limite, non debbano mai dover dire ai loro figli: “non sapevamo”.

GEPPINO RITACCO


(*)Questi dipinti sono stati realizzati nel corso di un laboratorio artistico, presso Il Rifugio di Isaac, curato gratuitamente dall’architetto e pittore Giacinto Ferraro. I ragazzi del Rifugio hanno ritratto con i pennelli alcune immagini fotografiche della realtà del viaggio lungo “la pista degli schiavi” ed i quadri sono stati esposti durante la Giornata Mondiale del Rifugiato, svoltasi anche ad Acri nel giugno scorso, organizzata dal Rifugio di Isaac.






(Le foto ai dipinti sono state scattate da Giulia Zanfino)

9 luglio 2010

ALBANIA

La mia schiena
è sempre più scoperta dal mare
il vento di mareggiata
mi sfiora il cranio come un artiglio
mentre le onde gonfiano il torace
con un respiro dall’abisso.
Donne e bambini
la maternità di una nazione
la caduta degli uomini
raccolti dall’adriatico
restituiti in cenci e prostitute
alla spiaggia d’agosto.
Sarò mai più libero di adesso?
Sono trascorsi cinque secoli
e sono ancora lo stesso
a puntare il mio fegato su questo tavolo d’acqua
ma Skanderbeg è morto
non il mio naufragio
sull’orizzonte di fronte Valona e Durazzo.
Turchi russi italiani
come tutte le bandiere
pur di sventolare
hanno rubato vento alla libertà.
Sarò mai più libero di adesso?
Questo arco di fuga
dove mi scaglierà?
Come una pulce attaccato alla pelle
di questa nave.
Sarò mai più libero di adesso?
La mia libertà si conta oggi
in miglia marine
la mia gente ha perso tutto
ed altro da perdere
lo troverà l’Italia.
La riva è ancora lontana
raccolgo la mia pelle
a buon prezzo
se riuscirò ad arrivare.

ANGELO SPOSATO

4 giugno 2010