13 marzo 2014

ACRI, NON CI SCORDIAMO DEI CLIENTI

Leggendo l'articolo “Acri, il baciamano dei galantuomini”, di Emilio Grimaldi, sul sito acrinrete.info, ho notato un riferimento a me e ad altre persone che nelle ultime settimane abbiamo espresso punti di vista anche sul museo Maca di Acri. Tale riferimento mi viene confermato da più lettori.
L'autore dice che il suo articolo non è diretto a nessuno, ma per maturità, aggiungo io, visto l'equivoco, sarebbe preferibile una rettifica, poiché l'articolo si concentra su accuse calunniose ed insinua il dubbio in chi legge, specie se in possesso di tutti gli elementi di collegamento.
Quando si scrive pubblicamente bisogna sempre aver presente che ci si rivolge a dei lettori, i quali non hanno la sfera di cristallo per comprendere eventuali personali elucubrazioni dello scrivente, specie se esse non sembrano elucubrazioni. A me, comunque, il dubbio rimane a causa delle indicazioni specifiche contenute nell'articolo e delle specifiche accuse di tornaconto personale, che se davvero indirizzate, sarebbero calunnie. Altri contenuti non corrispondono al vero, ad esempio Padula non fu antesignano del comunismo, ma certamente liberale. Nessuno ha mai parlato di chiusura del museo e di voler mandare via qualcuno da Acri. Assolutamente cose non vere. Escluso l'intervento dell'assessore alla cultura che, dal mio punto di vista, ho trovato, nella forma e sostanza, fuoriluogo.
Io, personalmente, ancor prima delle novità, sono stato sempre a favore della conservazione e valorizzazione dell'esistente, ed in questa direzione vanno i miei scritti che toccano anche il museo Maca. In quanto cittadino, mi pongo il problema del futuro e mi chiedo se le cose possano durare per sempre uguali a se stesse, e quindi, perché non analizzare i tempi, la città, e anticipare il futuro una volta tanto? O semplicemente aggiungere dei particolari che soddisfino fasce più ampie di fruitori della cultura in generale?
Per questo mi chiedo anche in che modo gli acresi interpretino la difesa della cultura, da farmi domandare:
Dove è la difesa della cultura se il territorio è inquinato e devastato?
Dove è la difesa della cultura se il centro storico è distrutto?
Dove è la difesa della cultura se l'anfiteatro è un pascolo di cani randagi d'inverno e d'estate?
Dove è la difesa della cultura se la figura di Arena sta scomparendo dalla memoria e conoscenza collettiva?
Dove è la difesa della cultura se non si è mai investito nella cultura?
Dove era la difesa della cultura quando veniva soppresso il Festival Jazz Manouche di Acri?
Dove è la difesa della cultura se non ci sono attività culturali programmate e bisogna affidarsi solo alla volontà di associazioni e privati cittadini che organizzino qualcosa?
Dove è la difesa della cultura se non si riesce ad elaborare un uso della sala cinema?
Dove è la difesa della cultura se i lavori di un teatro in costruzione sono fermi?
Dove è la difesa della cultura se non ci sono laboratori culturali rivolti alla cittadinanza tutta?
Dove è la difesa della cultura se non si cerca il valore culturale disperso nella città ed in molte sue persone?
Dove è la difesa della cultura se non ci si alza dai propri troni per andare in cerca di cultura?
Dove è la difesa della cultura se non si concede spazi permanenti al lavoro delle associazioni per il loro contributo di iniziative? Chi stabilisce e con quali criteri l'assegnazione degli spazi?
Carissimi compaesani e non, intellettuali e non, ma che cazzo raccontate! Quando si discute sulla cultura con suggerimenti, idee, proposte e pensieri vuol dire che si vuole migliorarla e tutelarla anche da eventuali anomalie. Le vere chiacchiere sono di chi alza barricate rendendosi organico alla vuotezza della città.


ANGELO SPOSATO

5 marzo 2014

... A FAR LA MORALE COMINCIA TU!

Un film italiano ha vinto l'Oscar. Ora tutti sono diventati critici cinematografici. A questo punto sono legittimato ad esporre anche il mio punto di vista. Premettendo la mia bassa ma sicuramente alternativa cultura cinematografica, non trovo niente di interessante in questo film più di quanto ne possa trovare in un qualsiasi film di Zalone o in “Qualunquemente” di Albanese. Il tema e la morale sono uguali ma sicuramente non ritengo siano film da Oscar del cinema. Insomma, niente di nuovo sotto questo cielo!
Il punto su cui voglio soffermarmi, però, non è questo. Ciò che mi lascia sconcertato è che ora tutti sono pronti a puntare il dito contro la decadenza della cultura, della società e della morale italiana.
Magari sono le stesse persone che a capodanno o lo scorso fine settimana erano rinchiusi in un qualsiasi locale a ballare le canzoncine di Raffaella Carrà e chiudere la serata in bellezza con i passi stereotipati dei balli di gruppo su stupide ed assurde musichette, magari essendo convinte di essere la parte “bene” della società. Persone che hanno fatto del loro presunto “status” il simbolo della loro importanza basando lo stesso “status” sulla corruzione del proprio essere, nell'ostentare virtù che non si possiedono o che non sono tali, e su beni effimeri o di nessuna utilità pratica. Come sosteneva Molière: “Tutti i vizi, quando diventano moda, si trasformano in virtù”.
La grande bellezza” ci ha fatto aprire gli occhi per un istante sulla decadenza della nostra società ma non preoccupiamoci se, anche e soprattutto ad Acri, ci assopiremo nuovamente fino al prossimo evento organizzato da qualche associazione massonica, qualche festa di partito o qualsiasi festa “calendarizzata”, durante le quali faremo di tutto per ritrovare il nostro posto nel mondo tra una canzoncina e qualche stupido balletto; cercando qualsiasi escamotage e trovando la nostra soddisfazione se riusciremo ad andare alla festa chic e possibilmente affollata di gente ritenendoci “importanti” senza far caso alla nostra “decadenza”, scordandoci immediatamente della lezione ricevuta da un film.
Lo stesso status èlitario che si cerca, soprattutto quando non ce lo possiamo permettere, è sinonimo di chiusura ed arretratezza mentale; il tentativo di sembrare come gli altri è sinonimo di arretratezza culturale.
Oggi puntiamo il dito contro lo squallore della società ma nessuno è disposto ad ammettere che questa società siamo quotidianamente noi stessi.

P.s.: a tal proposito, se è vero che la classe politica è specchio della popolazione devo dire che anche Acri, così come l'Italia in generale, almeno per gli anni di cui ho memoria, non fa eccezione allo squallore raccontato nel film.


ANGELO ALGIERI

2 marzo 2014

COZZI MIEI

Contrada Duglia, a circa tre chilometri da Acri centro, si suddivide in alcune zone distinte. Venendo dal paese si trova prima la zona Cozzo di Sciò, più alta, poi Cozzerello, il Messico, Duglia propriamente detta e i “Petrarizzi”. A queste si aggiunge, più fuori mano, un antico agglomerato abbandonato di nome “Zagaruogni”.
Il nome Cozzo prende spunto dal suo trovarsi più in alto rispetto alle altre zone e l'aggiunta “di Sciò” deriva dal fatto che nella prima abitazione sorta qui viveva Rosa detta di Sciò. Si parla della seconda meta dell'Ottocento. Questa donna era la nonna della mia nonna paterna. Per capire bene l'epoca, si consideri che la madre di mio padre, cioè mia nonna paterna, nacque nel 1901. Questa mia trisavola, Rosa di Sciò, raccontano le cronache orali, ma unanimi, che fosse una specie di staffetta, ovvero portava il cibo, correndo molti rischi, ai briganti in Sila, nascosti perché ricercati. Nella foto, la sua abitazione, la prima sul Cozzo, sulla quale è passata la mano moderna, purtroppo.


ANGELO SPOSATO

27 febbraio 2014

ACRI NON E' NEW YORK, MA NON E' NEMMENO ACRI!


Le polemiche sul museo Maca di Acri non hanno stimolato una discussione seria sulle opportunità anche economiche della cultura e della sua diffusione, ma solo una sorta di partigianeria a seconda dei punti di vista.  Le opinioni in sé lasciano il tempo che trovano, se esse non si basano su principi condivisibili ed oggettivi e rendono necessaria un'analisi motivata, la quale possa prendere spunto anche da visioni limitate, ma che abbiano una base obiettiva. Acri non ha mai avuto la qualità di entrare nel merito delle cose e, solitamente, esercita questa inclinazione quando si trova a favore di qualcosa, di solito non propriamente positivo. Come ad esempio la centrale a biomasse, per la quale il fronte del sì portava a sostegno la creazione di posti di lavoro senza specificarne il numero e di che tipo ed a che prezzo per il territorio, senza portare il calcolo di quante tonnellate di ramaglie occorrevano per tenere a regime la centrale e quante tonnellate di esse si raccolgono, effettivamente, nei nostri boschi, visto che una delle prerogative della biomassa è quella dei chilometri zero. Ecco, appunto, il non entrare nel merito. Non è fuoriluogo questa mia parentesi perché fa parte della cultura e delle idee dichiarate di sviluppo con un certo convincimento, ma, a mio parere, retrograde e prive di visione di insieme delle cose. L'idea di sviluppo non è un'opinione, anche perché, se fosse così, basterebbe erigere muri di cemento qua e là e si creerebbe benessere attraverso gli investimenti per realizzare questi muri sparsi. Purtroppo in parte, per molto tempo, è stato così.
L'idea di sviluppo è un passaggio successivo a valutazioni, analisi, confronti, studi su quanto offre un territorio e la nascita dell'idea produce un ulteriore passaggio, esteso al futuro, con gli investimenti e la programmazione. L'accesso e la diffusione alla e della cultura devono essere gratuiti e non certo badare al profitto inteso nel senso di arricchimento economico personale da sfruttamento delle risorse culturali. Però, la cultura necessita di investimenti e anche di guadagni da poter reinvestire nel suo esistere e proporsi, e non mi sembra eticamente e moralmente sbagliato, altrimenti se la cultura non deve badare agli introiti per sostentarsi, anche il mestiere di medico dovrebbe esercitarsi senza guadagno poiché riguarda la vita e la salute delle persone. Il guadagno e gli investimenti servono anche per retribuire le figure professionali che producono e divulgano cultura, queste figure vivono nella società dove il denaro purtroppo occorre. Ma la cultura può essere anche il tramite per creare un indotto economico intorno a sé, restare gratuita con gli investimenti pubblici che vengono ricavati dalle rimesse dello stesso indotto. Acri, in questo senso, ha un patrimonio culturale mai considerato nel suo insieme e mai pensato e valutato sia nella sua funzione di divulgazione e conoscenza sia in quella di attrattiva e iniziativa per la città come offerta rivolta a visitatori esterni. Ad Acri abbiamo, oltre alle scuole, un museo di arte contemporanea ed altri disusati ed altri ancora che si potrebbero pensare, ha una fondazione e centro studi, un cinema, un teatro in costruzione, un anfiteatro, una storia, letterati, una sua presenza movimentista e ribelle anni settanta, formazioni musicali, artisti di vario genere, associazioni ed una vicinanza fisica con l'Unical. Bisogna ripensare tutte queste presenze sia nella loro condizione soggettiva ed indipendente, sia incrociata tra loro e sinergica per aumentare le opportunità di creare, dapprima, tessuto culturale al servizio della città e, poi, offerta che si ramifichi nel tessuto economico e sociale. Ad esempio, i nostri scrittori più illustri, Padula e Arena, potrebbero insieme favorire un progetto di visite letterarie presso uno spazio a loro, esclusivamente, dedicato, sia in forma bibliotecaria ad uso, vendita e consultazione dei loro testi, oltre ad affermare e determinare Acri come città di alti contenuti letterari, storici ed antropologici con un vero e proprio percorso turistico che faccia imbattere sia lo studioso, o studente, sia il visitatore in questa ricchezza umanistica. Certo per Arena servirebbe una fase primaria di esplorazione e quindi di investimento, che porti meglio alla luce la sua importante figura di meridionalista attraverso il coinvolgimento dell'università, ad esempio, che tracci con i suoi studiosi la sua opera saggistica e letteraria. A questo, unire una storia della letteratura acrese che metta in risalto i contenuti globali che i suoi scrittori hanno espresso e dando risalto a poeti come Filippo Greco. In una realtà come quella di Acri, chiusa nelle sue accezioni figurate e non, la presenza degli enti culturali tipici ed atipici non forniscono una continuità di offerta, che in primis dovrebbe rivolgersi alla stessa città per risvegliarla e farla uscire dal suo innaturale culto rivolto a Morfeo. Per esempio, il museo, oltre ad offrire importanti mostre senza altre fasi di coinvolgimento alla struttura, non pare avere una vera programmazione di attività, e garantisco che se ne possono fare a bassissimo costo, che lo rendano più vivo per la cittadinanza interessata a certo tipo di iniziative ed a visitatori e frequentatori di altrove. Oltre a questo, essere propositivo di artisti locali di valore cosicché la città prenda il meglio da fuori e dia il suo meglio al fuori. Stesso discorso per la fondazione Padula, che magari potrebbe stratificare i pochi fondi a disposizione in diverse attività senza concentrarli tutti nella settimana del premio, e quindi rendere il premio cassa di risonanza di tutta una serie di attività svolte in precedenza e programmate insieme ad iniziative di intervento minimo come seminari di letteratura ed altre materie, presentazioni di libri, gli autori verrebbero gratis perché interessati alla promozione, ad esempio. Altro ente, il comune nell'assessorato alla cultura non dovrebbe essere solo luogo amministrativo e di elargizione di patrocini o piccoli finanziamenti, ma essere ricercatore di proposte e idearle esso stesso, nonché essere collettore di tutto quanto faccia cultura sul territorio per programmare un'offerta rivolta anche fuori dalla città. Questi sono solo alcuni miei punti di vista indirizzati su questi argomenti, miei personali pareri di poeta e “consumatore” di cultura. Certo, sempre secondo me, la necessità iniziale è quella di accogliere idee e proposte e programmare programmare programmare, perché tutta questa ricchezza di Acri viene solo sporadicamente investita, lasciando non molto per rendere viva la città e senza un indirizzo culturale, nonché economico derivante da una visione più profonda ed articolata di quanto la stessa cultura sia utile, anche nei suoi utili, alla collettività.
Infine, la vertigine della crisi, il colore giallo livido di questa epoca pure locale, oggigiorno le epoche iniziano e finiscono in pochi anni e per assurdo tendono a ripetersi, il consumo veloce del tempo spogliano la nostra città rendendola autunnale, non malinconica, ma proprio depressa. Acri, per fortuna e purtroppo, non è New York, ma non riesce nemmeno ad essere Acri, se non nelle sue inclinazioni peggiori.


ANGELO SPOSATO