
Giuseppe Antonio Arena o Litofago GA
era di Duglia e sembrava venisse anche da altri posti. Del resto, un
intellettuale come lui viene dai luoghi che visita e vive e da quelli
che legge e scrive. I luoghi di una fisicità del corpo e dell'anima,
l'impatto tellurico con città, libri, persone, marciapiedi e
panorami. I terremoti sono sempre un'evoluzione.
Era di fine aprile quel 1995, chissà
se Napoli era piovosa e bukowskiana, sicuramente anarchica simile
all'anarchismo contadino di cui scriveva il Litofago GA. E se c'era
il sole sembrava solo una presa per il culo, un inganno della morte.
Arena tornò a Napoli come suo solito,
e solito fu il silenzio, quello parlato da molte sue partenze. Nulla
di strano, era fatto così. Ma i giorni infilati a grani di rosario
infetti non erano di silenzio parlato, quel silenzio era muto.
Lui che provocò emorragie nelle
armature sociali, che permise alle realtà nascoste di fuoriuscire da
una pelle di racconto stesso che non le raccontava, alla fine fu
trovato morto per emorragia cerebrale, intorno al dieci maggio,
ironia della sorte, forse, perché la sua mente era troppo affollata.
La sua adesso è una vita altrove, se
ce n'è uno, ma la sua vita qui dovrebbe essere vita nostra e non
basta pensare “se io fossi Patti Smith”, come in una sua famosa
poesia.
ANGELO SPOSATO
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